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Prendersi cura dei luoghi della pena

14 Jul Prendersi cura dei luoghi della pena

Immagine_profilo_facebook_2_spaziviolentiSpaziviolenti è un gruppo studentesco che lavora secondo il metodo dell’autocostruzione, operando in spazi pubblici trascurati. L’edizione 2015 vede il Dipartimento di Architettura e Design (Politecnico di Torino) e il Dipartimento di Giurisprudenza (Università degli Studi di Torino) lavorare nell’ambito della riqualificazione dei luoghi della pena. Dal mese di ottobre e fino a fine luglio, un gruppo misto composto da 30 studenti dei due dipartimenti ha ideato e sta realizzando insieme ad alcuni dei detenuti del carcere Lorusso e Cutugno di Torino uno spazio aperto destinato ai colloqui dei padri in carcere con i figli minorenni. Ne abbiamo parlato con l’architetto Valeria Bruni, referente del progetto per il Politecnico.

Da dove nasce l’idea per l’edizione 2015 di Spaziviolenti?
Il progetto nasce con l’intento di indagare gli spazi del carcere, la loro condizione attuale e la possibilità di riqualificarli da dentro. Si deve innanzitutto considerare che il carcere ha spazi determinati da condizioni burocratiche e politiche, in cui sono esclusi i contenuti delle scienze dell’abitare, dell’architettura e dell’urbanistica. Si tratta di luoghi (come peraltro molti ce ne sono anche fuori dal carcere) che non sono definiti in funzione delle esigenze delle persone che devono abitarli. Questo lavoro vuole portare la cultura dell’abitare lo spazio, del costruirlo e del mantenerlo all’interno del carcere.

Quali obiettivi si pone il progetto?
All’interno del complicato e corposo quadro legislativo che regola l’abitare nel carcere, i luoghi che non si adattano alle esigenze di tipo burocratico, versano spesso in stato di abbandono e fatiscenza. Il progetto è stato realizzato con l’obiettivo di garantire la massima libertà d’uso dello spazio ai fruitori, pur nel rispetto del lavoro di sorveglianza e di chi lo deve compiere. Ciò fa sì che l’uso possa essere garantito nel tempo. Inoltre, il ricorso al concetto di autocostruzione, impone di sviluppare il progetto a misura delle capacità delle persone che devono costruirlo. L’utilizzo di tecnologie troppo complicate, darebbe luogo a errori dovuti all’incapacità dei costruttori di gestirle: sia gli studenti che i
detenuti hanno determinate capacità, che non sono ovviamente quelle di un’impresa edile e il progetto ne tiene conto. Le soluzioni individuate possono essere costruite dalle persone coinvolte con la cura necessaria a far sì che l’architettura sia solida e in grado di resistere nel tempo. Dal punto di vista didattico il percorso ha diverse valenze. Per gli studenti di architettura e giurisprudenza si tratta del confronto diretto con la reale pratica lavorativa. Per i detenuti e per l’amministrazione penitenziaria si tratta di conoscere e praticare l’autodeterminazione dei propri spazi di vita. Per tutti significa imparare la condivisione delle risorse, soprattutto in termini di capacità.

Perché la scelta di attuare il progetto di quest’anno sulla casa circondariale Lorusso e Cutugno?
Oltre ad essere il primo carcere per dimensioni in Piemonte, al Lorusso e Cutugno si sono sommate una serie condizioni favorevoli. In primis l’incontro con un’amministrazione attenta, che ci ha affidato con fiducia l’incarico della riqualificazione, investendo (insieme al Politecnico di Torino che finanzia l’acquisto dei materiali) in termini di forza lavoro (portare avanti questo tipo di progetto all’interno del carcere richiede considerevole impegno per la gestione e organizzazione dei lavori). In particolare stanno lavorando con noi il gruppo dei Manutentori Ordinari Fabbricati e l’Ufficio Tecnico del carcere.
In secondo luogo si è unito al progetto l’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato Giovanni Plana, che tiene corsi professionalizzanti di falegnameria all’interno del carcere e che ha coinvolto i suoi docenti e studenti nel progetto. La collaborazione con il Plana ci ha reso accessibili strumentazioni, tecnologie e capacità che difficilmente avremmo potuto avere altrimenti.

Dal modello del panopticon ideato da Jeremy Bentham nell’Ottocento è passato molto tempo. Qual è oggi il rapporto tra architettura e luoghi della pena?
Il carcere di Bentham rispondeva all’esigenza di formare i cittadini della neonata democrazia moderna. Il passaggio dalle pene corporali alla detenzione come strumento di sanzione dei reati ha visto in un primo momento l’attenzione, tra gli altri, di molti grandi architetti, in un periodo in cui il carcere era al centro del dibattito filosofico e scientifico. Oggi invece l’architettura non è inclusa nel carcere, e non se ne occupa, né a livello accademico, né professionale. Basti pensare che il materiale bibliografico che tratta l’architettura carceraria contemporanea è pressoché inesistente. Lo stato delle cose è fermo a un’epoca che non ci appartiene più. Col nostro lavoro vogliamo reintrodurre il carcere nel dibattito architettonico. Pensando ai luoghi come qualcosa di vivo, che, con le persone che li abitano, mutano talvolta evolvendo e talvolta involvendo, vediamo necessaria una loro riforma che ne favorisca l’evoluzione. Spaziviolenti è il tentativo di costruire luoghi che le persone imparino ad amare, e che quindi saranno mantenuti con amore. Una sfida tanto più importante da vincere in un luogo come il carcere.

(valentina casciaroli)



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