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Rapporto Social Watch 2010: “Dopo la caduta, è tempo per un nuovo patto sociale”

17 Feb Rapporto Social Watch 2010: “Dopo la caduta, è tempo per un nuovo patto sociale”

É stato presentato oggi a Roma il rapporto 2010 di Social Watch –  una rete di 400 Ong attive in 62 paesi diversi – sullo stato di sviluppo sociale del nostro Paese e più in generale del contesto internazionale.
Il titolo del rapporto è indicativo: “Dopo la caduta, è tempo per un nuovo patto sociale”. La caduta cui si fa riferimento è quella conseguente alla recessione economica iniziata nel 2006;  il patto sociale da rinnovare è quello fatto nel 2000, quando i governi dei paesi della Terra siglarono la Dichiarazione del Millennio sulla lotta alla povertà, un obiettivo che sembrava attuabile visti i risultati positivi del decennio ’90 – 2000.
Invece le promesse sono state disattese. Il rapporto di Social Watch spiega come, con la crisi economica, la situazione sia anzi peggiorata: i paesi occidentali hanno reagito per lo più con misure di “austerity”, praticando cioè tagli che penalizzano la cooperazione e gli scambi con i paesi più poveri, mentre maggiori aiuti monetari e migliori condizioni commerciali avrebbero continuato ad aiutarne lo sviluppo e la crescita. L’Italia in particolare viene definita come “il paese che sta demolendo la cooperazione allo sviluppo”. Grazie al tagli effettuati in questo settore dalle ultime finanziarie siamo infatti al livello più basso di sempre: meno dello 0,2 per cento del Pil. Con soli 179 milioni previsti per il 2011, siamo lontanissimi dai 700 stanziati nel 2008.
In generale i passi in avanti nella lotta a povertà e fame risultano troppo timidi: esiste un indicatore utile a misurarli e si chiama Bci (Basic capabilies index). Incrocia la mortalità infantile, la salute riproduttiva e il grado di istruzione, così da definire lo sviluppo di una nazione non in termini di reddito, bensì in base alla possibilità di godere dei diritti fondamentali. Tale indice ha subito un rallentamento evidente nella crescita, passando dal 4% di aumento annuo negli anni ’90, al 3% del primo decennio del 2000.
Insomma i poveri stanno pagando le spese della crisi globale perdendo il lavoro, la casa, i risparmi. Con l’aumento delle tasse e la riduzione dei salari si potrebbe dire che è dalle loro tasche che sono usciti i fondi per salvare proprio quelle banche dalle quali è partita la crisi. “Basterebbero 100 miliardi di dollari all’anno per dimezzare entro 4 anni la percentuale di popolazione che vive sotto la soglia della povertà, ma non si trovano” dice Jason Nardi, portavoce italiano di Social Watch, “per salvare le banche sono invece stati sborsati migliaia di miliardi di dollari”, conclude Nardi: “Se i poveri fossero una banca sarebbero stati salvati”.

(toni castellano)



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