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Relazione sulle dipendenze: servirebbe più prudenza

30 Jun Relazione sulle dipendenze: servirebbe più prudenza

leopoldo_20grosso_1_Un milione di consumatori in meno in due anni, e tra questi molti giovani, maggiore responsabilità e consapevolezza rispetto all’uso di droghe, riduzione della mortalità per Hiv/Aids e della diffusione delle infezioni, e contenimento delle epatiti. Un positivo aumento delle persone tossicodipendenti in trattamento sanitario, e calo invece dei ricoveri in ospedale per motivi droga correlati. Diminuzione delle persone detenute per violazione delle norme in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope, e crescita delle misure alternative al carcere per i tossicodipendenti. Questi in sintesi i dati della Relazione annuale del Dipartimento per le politiche anti-droga, presentata il 28 giugno al Parlamento. Dati, questi, che all’apparenza descrivono un significativo progresso del nostro Paese nel contrasto all’abuso di droghe e alle dipendenze di altro tipo. Ma che si scontrano con quanto rilevato da enti e associazioni impegnati sul campo e con le analisi di livello internazionale. È possibile che un trend così positivo riguardi soltanto l’Italia, mentre nel resto del mondo si riscontra un andamento opposto? Abbiamo chiesto un parere a Leopoldo Grosso, vicepresidente del Gruppo Abele.

La relazione presentata dal Dipartimento per le politiche antidroga, basata su “indipendenti fonti informative”, riporta dati in forte contrasto rispetto a quelli delle associazioni che lavorano nel campo delle dipendenze. Perché?
L’origine delle differenti valutazioni sta probabilmente nei metodi di ricerca: le domande del questionario Espat proposto al campione di indagine possono dare, a seconda del tipo di somministrazione, risultati molto differenti.
In ogni caso mi risulta difficile credere ai dati generali presentati nella relazione del Dipartimento. In mancanza di un grande evento critico –  non lo fu nemmeno l’Aids a cavallo tra gli anni 80 e 90 –  non si è mai registrata, in soli 3 anni, una discesa dei consumi di sostanze psicoattive pari al 25%. La relazione sostiene che nel 2008 il numero totale dei consumatori (intendendo con questo termine sia quelli occasionali che con dipendenza da sostanze) era stimato in circa 3.934.450, mentre per il 2010 si parla di circa 2.924.500. È un calo impressionante.
Il consumo di sostanze legali e illegali rientra nei fenomeni a cambiamento lento, spesso quasi impercettibile. Le inversioni di tendenza sono morbide e le curve grafiche che le rappresentano sul breve periodo non sono mai a picco, ma a modesta ondulazione.
Dovrebbe essere necessaria allora una maggiore prudenza nel descrivere l’evolversi di questi fenomeni, e forse anche più modestia nell’ascrivere i meriti dei risultati alle politiche del Dipartimento antidroga!
Un altro dato poco credibile è quello sulle misure alternative al carcere per i tossicodipendenti. Il Dipartimento ha parlato di un aumento dei casi, che in realtà rimangono irrisori, mentre di fatto la politica non fa nulla per incentivare queste soluzioni. In Italia le persone tossicodipendenti che ne usufruiscono non superano le 2.500, e lo sforzo per realizzare questi percorsi è sostenuto completamente dai Sert e dalle comunità. Quel che è peggio è che ciò che limita il ricorso a queste misure sono proprio le norme della legge Fini-Giovanardi.

Recentemente, la Global commission on drug policy ha dichiarato il “fallimento” del proibizionismo e proposto un nuovo, diverso approccio per le politiche di contrasto alle dipendenze. Nella relazione del Dpa, invece, non si accenna minimamente alla possibilità di un cambio di strategia. Qual è la strada da percorrere?
Dopo 20 anni di guerra alla droga, risultati alla mano, vengono giustamente messe in discussione le politiche fin qui adottate. Se confrontiamo i dati su cui si basano le riflessioni della Global commission – che non segnano affatto una diminuzione dei consumi, anzi – con quelli del nostro Dipartimento antidroga, ci troviamo davanti a una contraddizione. Non sono però solo i numeri degli studi internazionali a non coincidere con quelli nazionali: anche guardando alle analisi delle associazioni che lavorano sul campo qui in Italia, “i conti non tornano”. La percezione degli operatori italiani, e le ricerche su scala locale, tendono piuttosto a indicare una stabilizzazione dei consumi a fronte di un precedente trend in aumento. Che non è ovviamente una cattiva notizia. Per quanto riguarda lo scenario mondiale, sembra stia effettivamente iniziando una fase post-proibizionistica. Sono già disponibili importanti documenti e studi che ipotizzano strade e soluzioni alternative, che non sono assolutamente semplificabili, come qualcuno è tentato di fare, con il termine “legalizzazione”.

Anche il Dipartimento per le politiche antidroga ha espresso preoccupazione per la crescita del gioco d’azzardo. Come è possibile fermare questo fenomeno? La prevenzione è legata solo ad una questione di “pubblicità”?
La risposta è molto semplice. Se Giovanardi esprime preoccupazione per l’aumento dei fatturati del gioco d’azzardo, dovrebbe anche chiedersi come mai l’Agenzia autonoma per i monopoli di Stato, che dipende direttamente dal governo, ha continuato a liberalizzare l’offerta creando così in ogni città e quartiere la moltiplicazione dell’esposizione al gioco, con l’apertura di un’infinità di nuove sale dedicate, che diventano anche luoghi di socializzazione per i giovani. Questa domanda sulla prevenzione dovrebbe allora rivolgerla il Dap stesso al suo governo, perché la prima responsabilità risiede in certe sue scelte.

 Sintesi Relazione annuale del Dipartimento per le politiche anti-droga
(toni castellano)



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