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Resistere è già un’alternativa

10 Feb Resistere è già un’alternativa

marco_revelliL’Italia è un paese strabico, diviso tra il presunto benessere che ne fa una potenza occidentale e le crescenti difficoltà economiche di molti suoi cittadini. Un paese dove il mercato del lusso sembra non conoscere crisi mentre le mense per i poveri non hanno più posti per tutti. Dove la povertà diffusa e la perdita del lavoro fanno fatica a diventare tema di dibattito politico e mediatico, ma in realtà condizionano l’esistenza di un numero sempre maggiore di persone. Secondo lo storico e sociologo Marco Revelli, già presidente del Cies (Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale) e autore del libro Poveri, noi, da poco uscito per Einaudi, in questa “terra di mezzo”, tra fragilità sperimentata e ricchezza narrata, maturano le frustrazioni e i rancori che rappresentano la cifra del nostro tempo. E’ tra la freddezza dei dati e l’affabulazione televisiva che si consuma un lento sgretolamento dei diritti e del senso di comunità.

Prof. Revelli, qual è la reale condizione socio-economica dell’Italia?
Tutti gli indicatori che rendono possibile una comparazione con gli altri Paesi sviluppati, dell’Ocse o dell’Unione Europea, ci collocano agli ultimi posti. La nostra dinamica dei salari è impressionante perché piatta: siamo il paese dell’Unione Europea in cui il salario è cresciuto di meno. L’area dei nostri lavoratori tecnicamente in condizioni di povertà è consistente ed è molto ampia anche quella della vulnerabilità, cioè di coloro che rischiano di cadere sotto la soglia. Il tasso di disoccupazione dei giovani è spaventoso se consideriamo il dato medio, nazionale, che sfiora il 30%. Ma addirittura peggiora se ci limitiamo ai dati sul Mezzogiorno: un giovane su due è disoccupato e quelli che sono occupati sono in condizioni di precariato e di indigenza. Siamo agli ultimi posti anche per gli indicatori sociali, per i dati sulla scolarizzazione e la dispersione scolastica… Insomma ci collochiamo in una semiperiferia, per non dire in una periferia d’Europa.

Il Financial Times ha scritto che l’Italia avrebbe un urgente bisogno di riforme e non dell’ennesima “puntata del Berlusconi contro i giudici”. Perché la maggioranza degli italiani non la pensa così?
Ho l’impressione che siamo vissuti a lungo dentro una bolla, dentro un involucro costituito da una grande narrazione mediatica e politica del tutto diversa dalla realtà di questo paese. Il Financial Times ha perfettamente ragione a descrivere l’Italia come un paese fortemente declinato. Siamo regrediti spaventosamente negli ultimi 10-15 anni e ciò nonostante, per anni, ci è stata rappresentata una condizione di benessere e di consumo, come se il mondo fosse fatto da boutique o da clienti di boutique. Come se ci trovassimo nelle quote alte del mondo dei privilegiati: Berlusconi è stato il capofila di questa narrazione, colui che le ha dato il nome, ma certamente non il solo a crearla. E tutto ciò ha un costo, perché è dentro questa forbice tra virtuale e reale che maturano le patologie della psicologia di massa, le frustrazioni, il senso di fallimento.

La povertà taciuta e non governata ci rende più cattivi?
Diventa degrado civile e deprivazione morale, ossia rottura dei legami, interruzione della capacità di sentirsi parte di una comunità più ampia, di sperimentare forme di solidarietà, ma anche di esprimere un giudizio nei confronti di ciò che ci avviene intorno. Si instaura un clima di resa morale in cui si spiano dal buco della serratura i vizi dei potenti, come se si trattasse di una soap opera che non implica una nostra facoltà di giudizio.
Chi si trova in una condizione di deprivazione – e io per deprivato non intendo solo il povero ma anche chi ha perso il rispetto di sé, l’autostima o il luogo in cui viveva, stravolto dalla violenza dei flussi che attraversano i nostri territori – e non trova una ragione collettiva per capirne le cause o per condividerle, ha due alternative: o vive questa condizione come un fallimento personale, allora si deprime, autoesclude o infierisce su di sé, oppure cede al rancore e l’invidia, il che per certi aspetti è socialmente più devastante. I sentimenti di rivolta non si rivolgono nei confronti di coloro che stanno in alto e decidono, ma contro chi sta al proprio livello o al di sotto, nel tentativo di risarcirsi schiacciando più in basso qualcuno di più debole di noi, per ristabilire una distanza nella caduta. Questa situazione genera emulazione e rispetto verso l’alto e disumanizzazione verso il basso.

Perché la deprivazione diventa rancore verso gli ultimi e non rivendicazione di diritti presso i potenti?
Perché da anni si è bloccato l’ascensore sociale. È prevalsa una visione della realtà che considera le diseguaglianze naturali e immodificabili. Perché si è disseccata l’idea della possibilità di redistribuire veramente il reddito, dal vertice della piramide verso la base. L’ideologia dominante dagli anni Ottanta in avanti ha considerato la redistribuzione un’idea arretrata, vecchia, legata a quel grande fallimento che è stato il socialismo reale e quindi da liquidare con esso. Motivo per cui, a partire dalla convinzione che sia impossibile modificare il rapporto tra chi è molto ricco e chi si sta impoverendo, prevale ciò che io chiamo il “conflitto orizzontale”, ossia il conflitto tra chi condivide le stesse condizioni sociali: una guerra tra poveri per spartirsi risorse scarse, cui si unisce la vessazione di chi sta un po’ più in basso, a risarcimento della propria frustrazione.

Eppure di fronte alle manifestazioni studentesche contro la riforma Gelmini, ai cassaintegrati che presidiano l’Asinara, agli immigrati saliti sulla gru di Brescia e agli operai di Mirafiori verrebbe da pensare che non manchino tanto le rivendicazioni quanto le risposte.. 
Devo dire che ci sono segnali di speranza in tutto questo, nell’intelligenza con cui gli studenti hanno strutturato e gestito con grande flessibilità e immaginazione il loro messaggio perché venisse ascoltato, nell’interessante e straordinaria dimostrazione di dignità degli operai della Fiat, con quel 47% di lavoratori che nonostante la pesantezza del ricatto cui erano sottoposti hanno espresso un “no” davvero imprevedibile e imprevisto. Un “no” in un certo senso “impossibile”, perché se fosse prevalso il nudo calcolo di utilità personale e ognuno avesse fatto individualmente il conto dei vantaggi e degli svantaggi, tra la possibilità di difendere i diritti fino a quel momento riconosciuti e la possibilità di perdere il posto di lavoro, non c’era nemmeno l’imbarazzo della scelta. Invece gli operai hanno messo in gioco altre cose: la propria dignità collettiva, l’orgoglio di essere uomini liberi e non ridotti in condizione servile, il fastidio per l’arroganza di un signore che guadagna cinquecento volte più di loro e pretende di portare via loro anche quei dieci minuti di pausa che sono anche la possibilità di riprendere le forze. Ecco, il fatto che gli operai abbiano messo in gioco la loro immagine collettiva segnala che ci sono dei margini di speranza.

Pensa che l’episodio di Mirafiori possa essere contagioso e risvegliare l’Italia da quel torpore di cui lei parla?
Credo che quel messaggio abbia risvegliato tante persone e non solo gli operai. In quei giorni, soprattutto subito dopo il voto, ho percepito in molte persone uno sguardo diverso, lo sguardo di chi capisce che si può ancora rialzare la testa. Che il nostro paese non è tutto uniformato su quella superficie mediatica sponsorizzata dal centro destra a buona parte del centrosinistra.
Non è solo il mondo che ci viene raccontato dai sindaci protagonisti o dai politici di professione, c’è gente che tiene alta la testa, e questo avviene negli ambienti più diversi, anche in quelli che avevano assunto gli atteggiamenti più mimetici e che di colpo scoprono invece che qualcosa di diverso è possibile. Un importante sociologo, Sidney Tarrow, indagando le dinamiche dei movimenti di protesta ha parlato di coloro che aprono le brecce, di coloro che facendo un passo avanti mostrano a tutti gli altri che si può. Ecco, io penso che chi ha votato “no” nel referendum di Mirafiori abbia fatto un passo avanti mostrando a tutti un’altra via.

Ma torniamo al suo libro e al “malessere da perdita”. Perché secondo lei i localismi e l’idea dell’essere “padroni a casa nostra” ne sono un’altra conseguenza?
Perché le comunità sottoposte a stress e a declino non dichiarato, si chiudono, si auto-murano, con un meccanismo che è umanamente spiegabile in assenza di grandi riferimenti ideali ed etici, nella rottura dei grandi contenitori della mobilitazione di massa o anche solo dell’organizzazione di massa, infranti negli ultimi anni.  Queste comunità di territorio, attraversate da tentazioni di rancore, invidia e ira, si chiudono cercando di valorizzare e potenziare il valore del legame con il loro prossimo immediato, in contrapposizione con un esterno spesso composto da gente più povera, da migranti, dai deprivati totali, dai rom, da un universo eterogeneo che vive ai confini della nostra società e nei cui confronti vengono alzate le barriere. Basti pensare al ruolo di alcuni sindaci nel nord. Penso ad alcune ordinanze atroci come quelle che discriminano i bambini, con scuolabus che lasciano a terra alunni i cui genitori non hanno potuto pagare la rata, mense in cui solo alcuni bambini possono mangiare. Questo indurimento del carattere, questa perdita di umanità, ciò che in un altro libro ho definito un fenomeno di scristianizzazione, non in termini religiosi ma di rapporto con gli altri, consiste proprio in questa mancanza di pietas, di con-prensione e con-divisione, nella rottura di tutti i legami di rispetto dell’umanità dell’altro.

A partire da questo coacervo di tensioni, tra localismi, rassegnazione e segni di speranza, lei come immagina l’Italia di domani?
Sono diviso. Da una parte sono spaventato perché vedo che in questi ultimi due decenni la nostra società – e non solo la nostra – si è allungata come prodotto velenoso della globalizzazione: i poli estremi dell’alto e del basso si allontanano sideralmente tanto che viene da pensare che chi appartiene a questi due mondi non viva più neanche nello stesso paese. E questo è un vulnus forse mortale per una democrazia che invece si alimenta di una soglia accettabile di eguaglianza. Se gli estremi della società si allontanano troppo, la democrazia e la libertà sono a rischio. La libertà dell’onnipotente che sta in alto, e che è in grado di condizionare in modo totale per la vita e la morte di chi sta in basso, non è più una libertà democratica, in assenza di un tasso adeguato di eguaglianza diventa legge del più forte. È questo che mi ha fatto sobbalzare di fronte al diktat di dell’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne, perché nel suo atteggiamento c’era il segno di una disuguaglianza eccessiva, di una asimmetria tale da mettere in crisi non il mondo di quei lavoratori, ma il mio, il nostro mondo.
Dall’altra parte vedo tanta gente a lavoro, silenziosamente, vedo una rete di associazionismo, di volontariato che produce anticorpi e resiste. Un mondo che pur senza sponde politiche, ma mettendosi in gioco ognuno nel proprio quotidiano, tesse e fa società. È un piccolo nucleo di “giusti” che cerca di rimediare ai guai dei potenti.

Ma resistere è sufficiente? Non le pare che chi si contrappone all’allargarsi della forbice sia comunque costretto ad una posizione di resistenza poiché non esiste il pensiero forte di un’alternativa?
È verissimo, ciò che esiste oggi sono frammenti di materiali resistenti, frammenti di società che non si lasciano sciogliere in questo fascio di flussi globali che sradicano. Sono attualmente forme di resistenza che non si coagulano attorno ad un progetto alternativo di politica né di società, che sono i due grandi vuoti del momento. La possibilità di guardare oltre l’orizzonte di un presente dispotico. Però la resistenza ha sempre avuto dentro di sé un nucleo progettuale, rinviando ad un altrove che forse non ha ancora il lessico, il linguaggio per descriversi e quindi esprimersi, ma in parte è già implicito nelle tante forme di rifiuto attivo e produttivo, di ricerca e di pratica. Se vogliamo di pratica frammentaria, ma comunque “altra”.

(elena ciccarello)



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