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“Ricerca è incontrare l’imprevisto”

13 Dec “Ricerca è incontrare l’imprevisto”

canevaroLa riforma universitaria, approvata dalla Camera dei Deputati attende di passare al vaglio del Senato. Il mondo studentesco e parte del mondo universitario dimostrano insieme il proprio dissenso per una riforma che dal loro punto di vista mina l’autonomia degli Atenei, assottiglia i budget e penalizza la ricerca. Per il nostro approfondimento “universo scuola” abbiamo rivolto ad Andrea Canevaro, illustre pedagogista, alcune domande.



La riforma degli Atenei in discussione al Parlamento non piace a molti studenti, ma neppure a ricercatori, docenti e una parte dei rettori. Condividi questo giudizio critico?
Sì, decisamente. Prima di tutto chiamerei quella del Ministro Gelmini una “contro-riforma”, nel senso che va “contro” la ricerca e contro la possibilità per i giovani di entrare nell’ambiente scientifico. Sullo sfondo di questa riforma c’è l’idea di un università come luogo in cui apprendere delle lezioni, così come in un qualsiasi istituto superiore, mentre l’università dovrebbe consentire agli studenti di entrare in contatto con un mondo in cui si impara a fare ricerca, consentendo ad ognuno di portare le proprie singolarità. L’Università deve accogliere anche quegli studenti che non rispondono ai canoni classici del mondo universitario, perché grazie al loro contributo innovativo è possibile formulare nuove strategie. La vera ricerca, infatti, si basa proprio sull’incontro con l’imprevisto.

C’è qualche aspetto della Riforma Gelmini che ti senti di condividere? O comunque ci sono dei nodi, fra quelli che affronta, su cui è necessario ragionare?
Io credo che la riforma Gelmini sia completamente sbagliata, anzi, imbrogliona. Perché contiene alcuni elementi, spesso enfatizzati, che sembrano utili e desiderabili, come ad esempio la possibilità di far avanzare le persone a seconda dei meriti e di controllare il criterio con cui viene assegnato il merito. Questi proclami però sono solo “decorazioni” ad un testo di legge che è in realtà un pasticcio.
Certo, bisogna garantire che chi merita possa avanzare, ma i meritevoli non sono quelli che per censo o per fortuna sono già in possesso del merito, sono anzi spesso coloro che incontriamo fuori dal circuito dei virtuosi, a volte abbastanza depressi, relegati nel “circolo dei marginali”. Potremmo da loro imparare delle cose, anziché metterli fuori gioco e destinarli al macero, con la scusa che non valga la pena – punto che sembra trovare d’accordo molte parti politiche – spendere delle risorse per loro.

Quella del sistema formativo è davvero la riforma più urgente per l’Italia? Basta avere scuole e università di qualità oppure sono necessarie politiche sociali e culturali più ad ampio respiro per far ripartire in nostro Paese?
Bisogna fare certamente più cose. Non basta pensare solo all’istruzione, ma provvedere anche a politiche sociali più efficaci. In questo momento è in atto una protesta per lo “scippo” del 5 per mille alle associazioni di volontariato (ridotto in finanziaria ad un tetto massimo di 100 milioni di euro, indipendentemente dalle scelte dei contribuenti, ndr.), ma andrebbe fatto un passo indietro per esaminare in generale il sistema di solidarietà fiscale, che nel nostro Paese forse non ha trovato la giusta applicazione. E poi, al di là del volontariato sociale, mancano una serie di servizi per cui i cittadini pagano le tasse: dai trasporti, alle facilitazioni di accesso alla cultura… In tutto questo c’è anche bisogno di politiche rivolte a migliorare l’istruzione formale, però queste fanno parte di un panorama più ampio, che in Italia necessita di essere restaurato.

Gli anni Sessanta hanno messo in discussione il modello autoritario che vedeva il sapere come qualcosa di “calato dall’alto”. Si è fatta strada l’idea di una conoscenza costruita democraticamente e di un accesso alla cultura non più elitario. Se guardiamo all’oggi, però, quell’ideale sembra non aver trovato applicazione. Che cosa non ha funzionato?
Quello che non ha funzionato è la “manutenzione” di quegli ideali. Per quanto riguarda l’accesso non più elitario alla cultura, un esempio è l’istituzione delle lauree triennali: dovevano essere una possibilità per accogliere una quantità più alta di studenti, grazie alla possibilità di conseguire un titolo di studio già dopo tre anni di corsi e inserirsi rapidamente nel mercato del lavoro, iscrivendosi poi eventualmente a un corso di Laurea magistrale, per perfezionare il proprio percorso formativo e la propria competenza professionale. Invece è mancato il raccordo tra mondo dell’istruzione e mondo del lavoro, per cui in molti concorsi e per molti posti di lavoro questa laurea non è riconosciuta. Si é perpetrato così il modello dello “studente di professione”, che negli anni cruciali della propria vita, se ne ha la possibilità economica, intraprende un lungo percorso per ottenere un titolo di studio.

(manuela battista)



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