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Rom, italiana, ma prima di tutto persona

09 Feb Rom, italiana, ma prima di tutto persona

La morte di quattro bambini nel rogo del campo abusivo di via Appia Nuova a Roma ha riportato l’attenzione sulla situazione di molte famiglie rom, costrette a vivere in condizioni non dignitose e soggette a continui sgomberi (i genitori dei bimbi morti ne hanno subiti ben 30 negli ultimi dieci anni). Ma perché questi campi continuano a esistere? È solo negligenza della politica? E che difficoltà incontra una persona rom che voglia sottrarsi a un destino di nomadismo? Ne abbiamo parlato con Laura Halilovic, ventunenne torinese di origini rom e autrice del film-documento Io, la mia famiglia rom e Woody Allen.

Tu sei nata e cresciuta in una famiglia rom, prima nel campo vicino all’aeroporto torinese di Caselle, poi in una casa popolare con i tuoi genitori, fratelli, zii e cugini. Cosa significa per una ragazza che ha voluto staccarsi  dalla sua tradizione convivere con i pregiudizi che vengono rivolti alle persone della sua stessa origine?
Per me è molto difficile e doloroso sentire pregiudizi sulla mia gente. Mi sento in bilico tra due mondi che non si vogliono conoscere. Gli italiani mi considerano una Rom, e quindi anche se ho fatto un documentario in cui racconto la mia storia personale, sono considerata la portavoce del mio popolo. Per i Rom invece sono una “italianizzata”, che non segue le tradizioni delle proprie origini. Io mi sento solo una ragazza, italiana e rom, che ha il sogno di lavorare con Woody Allen. È questo che le persone fanno fatica a capire. Fin da piccola ho vissuto essendo considerata diversa dalle persone che conoscevo fuori dal campo. Anche se cerchi di adeguarti agli altri, non serve a far cambiare il pregiudizio su di te. Perciò alla fine semplicemente ti rassegni e ti accetti per quello che sei, senza più cercare l’approvazione di chi non vuole conoscerti.

Le persone rom vengono spesso accusate di non voler cambiare la propria condizione, di preferire la vita nomade, da un campo all’altro, da una nazione all’altra, piuttosto che adeguarsi alle regole del paese in cui arrivano. Tu cosa ne pensi?
Vivendo nei campi hai la tua libertà, vivi all’aperto e in una grande comunità dove non ti senti solo. Gli anni dell’infanzia che ho passato nel campo nomadi di Caselle sono i più felici ricordi che ho. Questo è un concetto che è difficile da comprendere per chi non l’ha vissuto sulla propria pelle. Detto questo, però, io penso che sia assurdo credere che le persone preferiscano vivere nelle condizioni che spesso vediamo: i terreni concessi per i campi sono sempre in posti degradati, vicino alle discariche, nelle periferie delle città, dove non ci sono servizi. Vivere emarginati, perché considerati un “problema”, una “emergenza”, non piace a nessuno. 

Pochi giorni fa in una baraccopoli abusiva di Roma, sono morti quattro bimbi rom per il rogo causato da un braciere malfunzionante. Il campo è stato sgomberato e sono previsti nuovi sgomberi in altre aree della città, mentre il sindaco Alemanno promette la costruzione di una tendopoli a norma di sicurezza. Questo può risolvere i problemi?
Provo una forte rabbia per quegli amministratori pubblici che fanno molti proclami, ma non risolvono niente, se non varare provvedimenti che portano sempre più i Rom ad essere esclusi dalla popolazione italiana. È molto comodo “togliersi il dente” spostando gli accampamenti Rom da una parte all’altra o ordinando il rientro in patria. Ma il nostro è paese è l’Italia. Molte delle nostre famiglie sono qui da cinquant’anni e tanti, come me, hanno la carta d’identità italiana. Eppure siamo considerati cittadini di serie B, che non hanno diritto ad una casa, ad un lavoro, ai documenti. Mia nonna vive nel piccolo campo rom di via d’Angrate (Monza, ndr.) e con lei ci sono un centinaio di persone. Hanno comprato il terreno dove vivono, eppure ora sembra che debbano andare via, il comune ha intimato di lasciare l’area entro metà di questo mese: non importa che il terreno sia loro, che ci siano persone anziane che non saprebbero dove andare e certamente non possono tornare nei Paesi di origine, dove non hanno più riferimenti. Non importa che ci siano bambini che frequentano la scuola. Non so con quale diritto si stia procedendo e per questo sto chiedendo spiegazioni, finora inutilmente.

La ricercatrice Costanza Hermann su La Stampa ha ricordato che in Italia la “questione rom” è stata dichiarata emergenza dal 2008, ma che “i poteri speciali” e le risorse conferiti per l’emergenza sono serviti soprattutto a provvedimenti come i censimenti speciali e la schedatura. Insomma i soldi ci sarebbero, ma non per i Rom. Che pensi di questa denuncia?
Sono d’accordo. Manca totalmente la volontà di dialogare con la mia gente, di chiedere ciò di cui hanno bisogno: tanti di loro vorrebbero vivere in una casa e trovare un lavoro, cosa difficile per tutti in questo periodo, ma ancora di più se sei Rom.  Chi vive nei campi chiede di avere acqua, luce, fognature. Se i “piani Rom” fossero fatti con i Rom anziché sui Rom, forse ci sarebbe più integrazione. Non ci sarebbe bisogno di ulteriori fondi, se si usassero quelli che ci sono in maniera più attenta alle esigenze.

Nel tuo film Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen emerge soprattutto la difficoltà di comprendersi e di aiutarsi fra Rom e italiani… Ma c’è stato anche qualche incontro positivo che ti è rimasto particolarmente impresso?
Se devo essere sincera ho avuto molte esperienze negative e forse questo si ripercuote sul documentario. Di positivo c’è stato l’incontro con Davide Tosco e Nicola Rondolino, (co-autori del film, di cui Tosco è anche produttore, ndr), con i quali si è creato un rapporto di amicizia. Guardando alla mia vita e a quella della mia famiglia, c’è il rapporto con il vicinato. Abitiamo in un quartiere non molto grande, da ormai 13 anni. All’inizio nessuno era contento del nostro arrivo, ma ora c’è una buona convivenza. Questo forse è una dimostrazione che conoscersi è importante, prima di decidere cosa si pensa dell’altro.

(manuela battista)



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