About Us

Rom: quando il “ghetto” alimenta il pregiudizio

08 Apr Rom: quando il “ghetto” alimenta il pregiudizio

campi_romL’8 aprile 1971 nasceva la Romani Union, prima organizzazione mondiale dei Rom, riconosciuta dall’Onu otto anni più tardi. Oggi in questa data si celebra in tutto il mondo la Giornata della nazione Rom. Quante sono le persone Rom, Sinti e Caminanti nel nostro Paese? Poche centinaia di migliaia, secondo le stime più attendibili. A fare il punto sulla loro condizione ci ha provato la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, in collaborazione con il Ministero dell’interno e numerose associazioni di volontariato.
Un’indagine lunga e complessa, che ha toccato con mano i pregiudizi e le reciproche diffidenze tra Rom e “gagé” – il nome dato dalla comunità ai non-Rom – , mettendo in evidenza l’infondatezza di molti luoghi comuni. E rilevando la peculiarità del “caso italiano”, dove si è sviluppata massicciamente, a partire dagli anni Cinquanta, la politica dei campi nomadi, autorizzati e abusivi. Da soluzione temporanea, i campi si sono trasformati in ghetti di periferia, dove vive tra un quarto e un quinto della popolazione Rom, Sinti e Caminanti presente in Italia. E dove molto spesso mancano le strutture minime di accoglienza previste dalla legge (acqua corrente, fogne, elettricità).
Per gli abitanti dei campi, al peso della discriminazione – che rende difficile trovare un lavoro e costruire un progetto di vita per sé e la propria famiglia – si aggiungono le fatiscenti condizioni di vita, che abbassano drasticamente l’aspettativa di vita di uomini e donne Rom, innalzando al contrario il tasso di mortalità infantile.
Abbiamo chiesto a Dimitri Argiropoulos, professore in Pedagogia della Marginalità e della Devianza all’Università di Bologna, impegnato nello studio delle tematiche legate ai minori e alla comunità Rom e Sinti, di commentare dal suo osservatorio la situazione italiana.

Dall’indagine presentata in questi giorni scopriamo che quella dei campi Rom è una realtà puramente italiana. È davvero così?
Non esattamente. Ci sono alcuni campi Rom anche in Francia, in certe realtà balcaniche. Esistevano in Grecia prima dell’ingresso nell’Unione europea. Esempi di valide alternative a questa soluzione si trovano anche in Italia, ad esempio in Abruzzo. In questa regione si è giocata la carta della convivenza, ad esempio mettendo a disposizione delle persone che non potevano permettersi di acquistare un alloggio, case in edilizia popolare. Anche tra i Rom esistono le fasce sociali. Non sono una popolazione omogenea. Esistono i ricchi e i poveri, esattamente come tra di noi. Chiaramente hanno necessità differenti dalle nostre. Abitare —  come è tipico tra i Rom — con una famiglia allargata di 12 persone è complicato se si vive al dodicesimo piano di un condominio. Hanno bisogno di appartamenti al primo piano o al pian terreno, con un’immediata prossimità verso l’esterno, per avere la possibilità di ospitare all’esterno una famiglia che venga a trovarli. Questo si può fare. Già esistono realtà di edilizia popolare che non usano il paradigma del “condominio verticale”, bensì “orizzontale”. E questo non solo per Rom o Sinti, ma per chiunque.

Molti ignorano che la popolazione cosiddetta “nomade” è in realtà nella stragrande maggioranza stanziale. In Italia però non riesce a trovare un posto in cui mettere radici. Qual è il motivo?
I Rom, storicamente parlando, sono l’immigrazione massiccia più recente arrivata in Europa. Quando si sono stabiliti in Ellade verso l’anno mille non hanno avuto problemi. Il nome ‘zingaro’ ha radici greche e vuol dire ‘intoccabile': non bisognava cacciarli o pretendere conversioni al cristianesimo o promiscuità matrimoniali, in quanto preziosi portatori di abilità e tecnologie da luoghi lontani. Quando altre ondate di Rom si spostarono verso il centro dell’Europa (Ungheria, Romania e Bulgaria) successe il contrario: quella “utilità” zingara venne trasformata in schiavitù e l’abilità nella lavorazione dei metalli una caratteristica da “catturare”.
Verso la metà del 1400 arrivarono anche nell’Europa più occidentale (Italia, Germania, Francia e Spagna). Alcuni trovarono condizioni ottimali per stabilizzarsi e divennero in fretta stanziali. Il nomadismo degli zingari nasce per esigenze di fuga, più che per filosofia di vita. Infatti dal 1500 in poi i gruppi di zingari in arrivo subirono una costante oppressione. Così alcuni gruppi svilupparono una mentalità votata allo spostamento, come mezzo per sfuggire alla persecuzione. Si inventarono economie di breve durata e alta utilità. Ecco perché tutti i mestieri che svilupparono in Europa, dall’arrotino al giostraio, sono impostati sulla provvisorietà. Ma va chiarito che è stata la repressione a imporre un ragionamento economico e uno stile di vita nomade. Alla base c’è la necessità di sopravvivenza, da cui si sviluppa un lavoro e quindi uno stile di vita, quello della “fuga-tregua” appunto.
In Italia ancora oggi non si sono radicati perché non esistono politiche che favoriscano l’integrazione. Considerandoli nomadi, abbiamo fornito loro delle “aree di sosta” e non delle case da abitare o un lavoro da svolgere. Insomma, le soluzioni istituzionali sono impostate su un pregiudizio che si autoalimenta.
 
Molte persone rom, seppur nate in Italia, sono di fatto apolidi da due, forse tre generazioni. Perché a queste persone non viene riconosciuta la cittadinanza italiana?
I Rom arrivati dalla Jugoslavia negli anni della guerra fredda, passando la cortina di ferro, vennero cancellati dalle anagrafi del loro paese d’origine. Non essendo mai stati riconosciuti, qui in Italia non sono iscritti in nessuna anagrafe.
Il problema del loro riconoscimento è dovuto a un mal intendimento. In Italia il riconoscimento dei Rom è contemplato come un problema di sicurezza e dunque affidato a questure e prefetture. Non si tiene conto del fatto che essere riconosciuti come cittadini italiani è un diritto che alimenterebbe un circolo positivo: se sono iscritto all’anagrafe oppure se ho un permesso di soggiorno posso lavorare, provvedere alla mia famiglia, trovare un posto dove vivere.

Come valuta la politica italiana degli sgomberi dei campi abusivi?
Sono pratiche deleterie e di esclusione, adottate trasversalmente agli schieramenti politici italiani: sia i governi di destra che quelli di sinistra hanno utilizzato e utilizzano piani nomadi fondati sullo sgombero e in seguito sull’assistenzialismo. L’assistenzialismo italiano è pero incentrato sul concetto di ‘utenza’. L’utente deve essere riconoscibile, la sua identità verificabile. Ma quando lo stesso rapporto del Senato dice che almeno la metà dei Rom non è identificabile, si capisce che quella dello sgombero-assistenzialismo è una logica zoppa.
Ciò che potrebbe aiutarci a  risolvere la situazione sarebbe la valutazione del nomadismo come identità trans-nazionale, un po’ come quella che stiamo sviluppando da alcuni anni noi tutti popoli che apparteniamo all’Unione Europea: essere europei vuol dire avere un’identità al di sopra di quella nazionale.

Esiste un piano nazionale Rom che prevede l’accesso a risorse europee. Che tipo di progetti dovrebbero essere finanziati perché si sono dimostrati utili a migliorare le condizioni di vita dei rom?
Non può esistere una sola soluzione per una pluralità di soggetti che ha esigenze differenti e combinate tra loro. Dovrà essere un processo di accompagnamento per coloro che vivono nei campi. Proviamo a pensare alle popolazioni rurali e alle difficoltà che hanno incontrato dopo la guerra ad adattarsi alla vita in un contesto urbano. Non è un percorso impossibile, è difficile ma va incentivato e agevolato. Le generazioni di Rom più giovani che hanno fatto almeno le scuole medie sono oggi abbandonate al nulla. Vorrebbero liberarsi dell’etichetta negativa portata dalla diversità. Si potrebbe cominciare a sviluppare progetti nei quali vengano coinvolti esponenti delle comunità Rom. Chi meglio di loro stessi potrebbe aiutarci a capire le loro necessità?

Perché la gran parte degli italiani ritiene il popolo nomade un popolo di “parassiti”? Qual è il loro rapporto con la contribuzione fiscale o la previdenza sociale?
Gli zingari vivono di lavoro. Coloro che vivono di lavoro dipendente pagano le tasse. Coloro che hanno un lavoro indipendente, esattamente come molti italiani, non regolarizzano tutto per avere un margine di guadagno più alto. Non è esattamente parassitismo, è più quello che gli italiani chiamerebbero ‘furbizia’, forse.

Molti ritengono che sia anche il forte attaccamento del popolo rom alle proprie tradizioni a ostacolare qualunque tentativo di integrazione. È vero?  Sono solo pregiudizi quelli che associano i rom al furto e all’accattonaggio dei minori, oppure questi comportamenti esistono?
Nei primi anni Novanta ho fatto una ricerca a Bologna con una trentina di famiglie Rom provenienti dalla Jugoslavia. Per gli immigrati di altre nazionalità venivano proposte strutture in muratura: caserme dismesse, scuole vuote, fabbriche… Ai rom vennero proposti i campi nomadi, ovvero tende, roulotte e container. In una situazione di precarietà, disagio ed emarginazione, nell’impossibilità di ottenere la cittadinanza e quindi di lavorare, l’alternativa più immediata per la sopravvivenza è la delinquenza.

 

(toni castellano)



Facebook

Twitter

YouTube