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“S-confinati”: i rifugiati ci informano

20 Jun “S-confinati”: i rifugiati ci informano

Il 20 giugno è la Giornata Mondiale del Rifugiato, una condizione che giuridicamente riguarda 800 mila persone nel mondo, anche se secondo il Rapporto annuale “2011 Global Trends”, redatto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) sono 4,3 milioni, solo nel 2011, le persone costrette ad abbandonare la terra natia. In Italia sono 58 mila, di cui 37 mila hanno richiesto protezione internazionale (asilo). Delle 25.626 richieste esaminate solo l’8% ha ottenuto lo status di rifugiato. Oltre questi numeri, che sono in realtà storie di persone, esistono progetti di accompagnamento e reintegro per richiedenti asilo e rifugiati. “S-confinati”, nuovissima free press torinese, è uno di questi. Stampato in 5 mila copie e distribuito il 24 maggio scorso in versione cartacea, può essere scaricato ai link http://www.nonsoloasilo.org/ o http://viedifuga.org/e proprio in occasione della Giornata del Rifugiato uscirà il secondo numero.
Non è la solita rivista: ha una redazione speciale. È realizzata da un gruppo di richiedenti asilo e rifugiati, una decina di persone, di nazionalità somala, eritrea, congolese, nigeriana e camerunense. Tutti vivono nel capoluogo piemontese e seguono un percorso di reinserimento per migranti in attesa dello status di rifugiati. Il giornale è in lingua italiana, francese e inglese ed è finanziato con i fondi del progetto Asilo 3, provenienti dal Ministero dell’Interno e dalla Commissione Europea, grazie al Fondo europeo per i rifugiati.
A Simona Sordo della Cooperativa sociale Orso, a Sergio Tosato della Cooperativa Animazione Valdocco e a Juri Di Molfetta della Cooperativa Parella, che si occupano del progetto, abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa in più su questa iniziativa.

Com’è nata l’idea di coinvolgere alcuni dei richiedenti asilo presenti a Torino in un progetto di comunicazione che li vedesse protagonisti in prima persona?
L’idea della Free Press è nata già in fase di partecipazione al bando del Ministero per NSA3. L’idea era quella di coinvolgere i destinatari in un progetto che permettesse loro di esprimersi senza filtri, che desse loro l’opportunità di raccontare le proprie storie ed esperienze sia per quanto riguarda i Paesi di provenienza, sia rispetto al percorso fatto in Italia. Pensavamo (e dopo l’uscita di S-confinati ne siamo ancora più convinti) che uno strumento di comunicazione fosse estremamente utile sia ai destinatari, sia a noi operatori.  Gli educatori del progetto e i mediatori si sono posti come  “facilitatori”. Senza entrare nel merito dei “contenuti”, abbiamo deciso insieme i tempi e i modi, abbiamo costruito insieme la redazione, abbiamo dato supporto nella “riscrittura” dei testi e ci siamo occupati di dare una veste grafica e di creare una rete di distribuzione prevalentemente “digitale”. Non c’è un “capo redattore” che decide cosa si pubblica e cosa no, quando arriva un nuovo articolo lo si legge e lo si commenta collettivamente in redazione e poi si decide se conviene approfondire qualche punto. In redazione si è deciso che non esiste alcun tipo di censura e che solo l’autore può decidere, a fronte di una discussione collettiva, di ritirare il suo articolo.

Qual è il pubblico a cui si indirizza la rivista e quali tematiche tratterà?
Questa è stata sicuramente una delle prime domande che ci siamo fatti in redazione. A chi vogliamo arrivare? Ai rifugiati/richiedenti asilo? Alla “società civile”?  … Alla fine ci siamo detti che rivolgersi agli uni senza gli altri non aveva molto senso, è importante che gli “Italiani” sappiano ad esempio perché una persona decide di scappare dal proprio Paese così come è importante che altri rifugiati possano sapere come funzionano le cose qui in Italia, leggendo le esperienze positive o negative di altri che sono arrivati prima di loro.
La rivista è dunque rivolta a tutti, ed è per questo che oltre alla versione Italiana di S-confinati, esistono anche una versione in inglese ed una in francese.
Per quanto riguarda gli argomenti, sono gli stessi rifugiati che di volta in volta li propongono: a volte si tratta di storie di vita, altre di report dai paesi di origine, in altri casi sono interviste a mediatori culturali, o raccontano come avviene l’accoglienza in Italia dal loro punto di vista o di pubblicare una poesia… insomma un pò di tutto, ma con un’attenzione particolare a scrivere qualcosa che possa essere utile, aiutare a capire ed essere da stimolo per migliorare le “politiche” su chi richiede protezione internazionale.

Quali obiettivi si pone questa rivista?
Il primo obiettivo è quello di diventare uno strumento utile che metta in comunicazione gli addetti ai lavori con la società civile e con il mondo dei rifugiati/richiedenti asilo, perché pensiamo che solo mettendo in relazione chi “costruisce” i progetti con chi ne usufruisce si possa arrivare ad una sintesi efficace, capace di dare risposte adeguate a necessità reali.
Altro obiettivo è quello di continuare ad esistere, ad oggi abbiamo la copertura economica solo per il numero che uscirà per la Giornata del Rifugiato, ma siamo tranquilli perché il progetto dovrebbe ricevere a breve i fondi derivanti da due bandi vinti.

Chi compone la redazione di “S-confinati” ?
La redazione è composta da due operatori del progetto,  una mediatrice e da sette-otto persone tra rifugiati e richiedenti asilo che arrivano in prevalenza da Somalia, Camerun, Eritrea, Nigeria, Congo. Molti di loro sono scappati dalla guerra, altri da persecuzioni politiche o di genere… alcuni di loro in patria facevano i giornalisti.
Inizialmente sono stati coinvolti solo i destinatari del progetto “Non Solo Asilo 3″, ma gli stessi destinatari hanno trascinato altri rifugiati non in carico al progetto e, nel giro di qualche settimana, si sono aggregati grazie ad una sorta di tam-tam all’interno dei centri di accoglienza dove sono ospiti. Questo ci ha molto colpito e ci ha fatto capire fin da subito quanto fosse sentito da parte loro il bisogno di avere voce, di poter raccontare, di poter denunciare: di rivendicare diritti.

I redattori di S-confinati sono in attesa di sapere se l’Italia li accoglierà o meno sul proprio territorio. Quali sono le difficoltà più grandi che incontrate nel costruire dei percorsi di accoglienza e integrazione per queste persone?
Le difficoltà principali riguardano gli strumenti e i tempi attraverso cui si costruiscono i percorsi di inserimento.
L’Italia può contare su un sistema di accoglienza, denominato  SPRAR (Sistema nazionale di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) che realizza percorsi di integrazione un po’ su tutto il territorio nazionale. A questo si aggiungono i progetti sostenuti dal Fondo Europeo Rifugiati, finalizzati a sostenere le situazioni più complesse e di maggiore fragilità, attraverso servizi ed interventi integrati. Il neo di un sistema che (sulla carta) sintetizza esperienze di eccellenza europea, è dato dai numeri. Lo Sprar infatti riesce ad offrire  percorsi di accoglienza e integrazione solo ad un quinto delle persone che ne avrebbero diritto. Questo porta inevitabilmente altri progetti, come i progetti del Fondo Europeo Rifugiati, o interventi promossi da soggetti pubblici o privati, a coprire le carenze del sistema. Ci si trova quindi a rincorrere fondi, purtroppo solo annuali e spesso con una finalità specifica, per cercare di costruire percorsi di accompagnamento a tutto tondo attraverso sinergie progettuali ed economiche che possano coprire il più possibile le discontinuità tra un progetto e un altro. L’effetto principale che questa situazione produce è una disomogeneità di interventi e di pratiche, con il rischio di sovrapposizioni, di arbitrarietà e di forti discontinuità nei percorsi di accompagnamento. Molti rifugiati e richiedenti asilo vivono un senso di forte spaesamento che, nel tempo, produce distanza e diffidenza, rendendo ancora più difficoltosi i percorsi di integrazione, nonostante l’impegno degli operatori nel recuperare questi vuoti di fiducia e restituire speranza attraverso la costruzione di relazioni forti. La maggioranza di rifugiati e richiedenti coglie fin da subito le falle del sistema italiano, la mancanza di organicità e progressività che lo caratterizzano e cerca di ricavarne tutti i benefici possibili, secondo la logica dell'”asilo shopping”. In questo quadro gli operatori hanno difficoltà a individuare la propria collocazione, muovendosi in uno scenario fatto di molti pezzi di un puzzle di cui non conoscono l’interezza. In ultimo, molti di questi fondi, il FER in particolare, si caratterizzano per un sistema di registrazione delle attività e rendicontazione delle spese molto stringente che occupa molto tempo degli operatori, aumenta la distanza nell’intervento con le persone e riduce la possibilità di realizzare percorsi che per essere efficaci devono necessariamente essere personalizzati.

(toni castellano)



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