About Us

Salvare la terra e insieme noi stessi

18 Feb Salvare la terra e insieme noi stessi

guido_viale_1In occasione della settima campagna di Caterpillar – Radio Rai 2 M’illumino di meno, abbiamo intervistato l’economista e scrittore Guido Viale sull’importanza del risparmio energetico e della corretta gestione del ciclo dei rifiuti.

La salvaguardia dell’ambiente è un tema ricorrente delle agende politiche nazionali ed internazionali, ma gli obiettivi fissati si scontrano con difficoltà di applicazione, ostacoli politici, prevalenza delle ragioni del profitto su quelli della salute del pianeta. Quella ambientale è una causa persa? 
Quella ambientale non può essere una battaglia persa, perché la posta in gioco è la nostra presenza sul pianeta. Se falliremo, la Terra continuerà ad esistere (e probabilmente anche la vita su di essa), ma senza di noi, perché stiamo distruggendo le condizioni ambientali che hanno permesso all’uomo di crescervi, prosperarvi e di approfittare delle ricchezze naturali.
Col passare degli anni, la causa ambientale diventerà essenziale per la sopravvivenza, non solo agli occhi delle persone più coscienti e meglio informate, ma alla totalità degli uomini e del mondo industriale.
Indubbiamente, prima si cominciano ad arginare l’inquinamento e il sovrasfruttamento delle risorse naturali, meno gli abitanti della Terra dovranno pagare per un disastro ambientale che si sta già consumando. Nonostante la disinformazione e la scarsissima attenzione che i media dedicano a risolvere il problema, la generalità dei cittadini è comunque più accorta e sensibile di quanto non lo siano i governanti o il mondo industriale, che al contrario mostrano un deficit di cultura non soltanto ambientale, ma più in generale civile.

In Italia l’incapacità di gestire il ciclo dei rifiuti sta avvelenando vaste aree del Paese e quella che ancora viene chiamata “emergenza” assomiglia sempre più ad una malattia cronica per alcuni territori, come la Campania e la Sicilia… Quali strategie è urgente mettere in atto per arginare il problema?
L’emergenza dei rifiuti in Campania non va considerata una malattia: purtroppo è un progetto consapevole di devastazione del territorio, realizzato con l’obiettivo di poterlo gestire in forma emergenziale, scavalcando e annullando i poteri delle amministrazioni locali, (comunali, provinciali e regionali) e mettendo la gestione del territorio nelle mani di poteri “extralegali”, dei Commissari, da dove migra – come è ampiamente dimostrato – da un lato verso la camorra e la malavita organizzata locale e dall’altro verso alcune grandi imprese del nord, come in questo caso “Impregilo” – che è stata responsabile per otto anni della gestione dei rifiuti in tutta la regione – e poi l’azienda lombarda “A2A”, che ha ereditato la gestione dell’inceneritore e di due impianti di trattamento dei rifiuti.
Si tratta di una pratica che la giornalista e attivista canadese Naomi Klein descrive nel suo libro “Shock economy” edito da Rizzoli: si sfruttano disastri naturali (oppure artificiali, provocati dall’uomo) per instaurare in interi territori un regime di governo del territorio che sospende – temporaneamente o permanentemente – tutte le regole costituzionali, per affidare il potere e la gestione dei propri interessi a delle imprese private.
Quello che si può fare per la cosiddetta “emergenza” rifiuti è semplice: basterebbe limitarsi ad applicare in concreto quello che la direttiva europea 98/2008 [link] prevede, in sintesi, in quattro passaggi. Il primo è prevenire la produzione di rifiuti: ci sono una vasta gamma di politiche applicate in molte regioni che possono portare a ridurre la quantità dei rifiuti prodotti. È stato fatto in Germania, anche in città molto grandi, come Berlino, perciò ci può riuscire anche l’Italia. Il secondo punto, vera innovazione della direttiva europea, è quello di praticare il riutilizzo: laddove è possibile si devono trovare i mezzi e i canali per rimettere in circolo i prodotti, riparandoli e riutilizzandoli nella forma e per gli scopi per cui sono stati prodotti. L’Italia ha recepito questa misura, ma sono necessarie norme di applicazione in campo fiscale, amministrativo, economico e culturale perché se ne possano vedere i benefici. La terza misura è il riciclo dei rifiuti urbani e industriali, che può essere efficace solo con la raccolta differenziata.  Infine il trattamento della frazione residua: anche quei materiali che la raccolta differenziata non è riuscita ad isolare devono essere ulteriormente selezionati.

Insomma, ciò che non si può riciclare, si può riutilizzare?
Esattamente. Ci sono già degli esempi virtuosi di impianti che consentono il riciclo totale del rifiuto urbano. Le ecoballe di materiale non selezionato che la Campania esporta in Germania, una volta andavano negli inceneritori tedeschi. Ma ora vengono utilizzati negli impianti di riciclo. Oltre all’abbattimento della quantità di rifiuti, si tratta di una vera ricchezza, che da noi verrebbe sotterrata o incenerita.

Anche quest’anno il programma di Radio Rai 2 Caterpillar promuove l’iniziativa “M’illumino di meno” che riporta l’attenzione sul risparmio energetico declinato nella quotidianità. Piccoli gesti, su ampia scala. Ma possono incidere sul problema dell’inquinamento e della depauperazione delle risorse naturali?
 Reputo molto importanti i comportamenti virtuosi individuali per il rispetto dell’ambiente, soprattutto quando non sono frutto di una scelta soltanto personale, ma rientrano in un programma di promozione nato dalle esigenze e dalla volontà di un gruppo e non “calati dall’alto”.
Sicuramente la campagna “M’illumino di meno” è un’iniziativa di questo tipo. Ha un valore politico, perché aggrega persone di buona volontà ed è esemplare, perché dimostra concretamente che adottando comportamenti virtuosi si può consumare molto di meno (quindi avere un impatto minore sull’ambiente) senza rinunciare ai benefici essenziali del progresso e della vita moderna. Naturalmente cose di questo genere non sono sufficienti. Accanto ad esse ci vorrebbe una politica industriale di riconversione verso sistemi meno impattanti sull’ambiente. Nel caso specifico dell’illuminazione ci sono grandissimi sprechi, non solo nelle singole abitazioni, ma soprattutto nell’illuminazione di edifici pubblici, di uffici, di centri commerciali, nella pubblicità e nell’illuminazione stradale. Con le tecnologie di illuminazione al led, a parità di effetto luminoso, si possono avere dei consumi un decimo, fino ad un ventesimo più bassi rispetto all’illuminazione a incandescenza. Un cambiamento che potrebbe rappresentare un guadagno anche in termini economici, eppure l’industria e la pubblica amministrazione non sembrano aver recepito il messaggio…

Nel tuo ultimo libro, “La civiltà del riuso” edito da Laterza proponi la trasformazione delle stazioni ecologiche, dove oggi vengono conferiti i rifiuti ingombranti, in strutture più complesse, in cui selezionare i beni che possono essere rimessi in commercio o da cui si possano ricavare parti riutilizzabili. Non il riciclo dunque, ma il riutilizzo dell’oggetto o parte di esso. Puoi spiegarci meglio questa proposta?
Immagino le stazioni ecologiche come un punto di attrazione e di incontro dei cittadini. Potrebbero avere un enorme significato non solo in termini di riduzione dell’impatto ambientale e di guadagno economico per chi se ne serve, ma anche di socialità. Oggi esistono già delle organizzazioni (in genere in Italia sono cooperative sociali) che si dedicano al riuso, cioè a recuperare oggetti ancora integri o facilmente riparabili per rimetterli in
circolazione, ma si tratta di attività ancora marginali. Ora che la legislazione europea (e anche quella nazionale) autorizza questa attività, le “riciclerie” potrebbero diventare il luogo in cui le cooperative operano la selezione dei materiali, riparando gli oggetti o cedendoli a chi vuole farlo per rimetterli in commercio. Ma anche un luogo di formazione per nuovi artigiani che vogliano dedicarsi a questa attività e dove i cittadini che vogliano praticare in maniera consapevole ed efficiente il “fai da te” potrebbero trovare corsi di formazione e la possibilità di utilizzare, sotto il controllo di persone che garantiscono un utilizzo corretto e in sicurezza, attrezzature e macchinari che non possono tenere in casa né comprarsi, perché le utilizzerebbero una volta l’anno o una volta nella vita. Nelle riciclerie potrebbe trovare sede anche uno spazio espositivo, in cui esporre cosa viene creato dai nostri scarti, promuovendo così l’orgoglio di un comportamento virtuoso che aiuta concretamente l’ambiente.

Non pensi che sia un disegno utopistico? 
Non credo che sia irrealizzabile. E’ un’utopia concreta, per prendere in prestito un’espressione di Alex Langer. Se ci fosse la buona volontà e anche la comprensione del problema – cosa che manca completamente alla maggioranza dei nostri amministratori – sarebbe un progetto relativamente facile da realizzare. Creerebbe moltissima occupazione, moltissimo risparmio, una riduzione dell’impatto ambientale e la crescita di una cultura civica e ambientale non basata solo su opinioni, orientamenti, desideri, ma su una pratica concreta, di cui si può misurare l’efficacia.

(manuela battista)



Facebook

Twitter

YouTube