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Se il carcere diventa manicomio

29 Jun Se il carcere diventa manicomio

carcere_manicomioA Napoli vivono in dieci in una cella da sette metri quadrati.  E per più di 20 ore consecutive siedono sullo stesso letto a castello. A Padova, invece, nelle celle singole ci sono tre persone, in quelle da quattro vivono in sei mentre in quelle da sei si vive in nove. Ieri, nel carcere delle Vallette di Torino, i detenuti hanno iniziato uno “sciopero bianco”: oltre a battere le sbarre delle celle con stoviglie e altri oggetti in modo da provocare un rumore assordante, i carcerati rifiutano il carrello delle derrate alimentari per protestare contro il sovraffollamento della struttura torinese. Tra il 2007 e il 2011 i detenuti d’Italia si sono triplicati: 67.174 persone a fronte di una capienza di 45.551. Peggio che in qualsiasi altro Paese d’Europa. Il carcere manicomio, libro appena uscito scritto da Salvatore Verde, edizioni Sensibili alle foglie, denuncia oggi un problema nel problema: nel testo, infatti, Verde, sociologo e giudice onorario al Tribunale dei minori di Napoli, descrive “un sistema che interna ciò che non riesce a trattare”. Il carcere manicomio racconta il rapporto perverso tra malattia mentale e prigione, denunciando come negli ultimi anni, già segnati da un sovraffollamento oltre ogni soglia di tollerabilità, si sia deciso di “estendere le maglie della carcerazione delle diversità e dei disagi urbani e mentali oltre ogni limite giustificabile”. Abbiamo chiesto a Salvatore Verde di parlarci delle sue ricerche sul tema. E spiegarci perché, come recita il sottotitolo del libro, dietro al carcere si celano storie di “violenza, pietà, affari e camicie di forza”.

Il suo libro inizia descrivendo una recente inchiesta televisiva dedicata alla situazione carceraria nel nostro Paese. Un servizio ben fatto, documentato, attento: peccato che quell’inchiesta sia stata un flop, e che il canale che la trasmetteva ha raggiunto il minimo storico di share. Perché oggi nemmeno lo sciopero della fame fatto da Pannella o altre iniziative clamorose riescono a far sì che si parli di carcere? Perché raccontare gli istituti penitenziari significa “narrare l’inattuale”?
Nello spazio discorsivo pubblico di questo Paese c’è un modo di declinare e raccontare le condizioni carcerarie improntato fortemente sulla paura. Un’ideologia penetrata nel nostro sentire comune ormai da diversi anni, probabilmente da quando sono state “importate” in Italia quelle ideologie tipicamente americane che hanno costruito simulacri di figure che rappresentassero quest’ opera di terrificazione sociale. Penso alle persone tossicodipendenti, ai migranti e ai diseredati delle grandi periferie: intorno a queste figure sociali si è alimentato per anni il sentimento della paura. In aggiunta a questo dato, oggi nel nostro Paese c’è un sistema politico che da oltre 20 anni non trova altra risorsa di costruzione del consenso che non sia, appunto, l’ideologia della paura. Non esiste in questo momento nessuna possibilità di costruire consensi intorno alle politiche del benessere, dell’avanzamento di civiltà, di democrazia e di socialità.  È proprio questo che rende la situazione carceraria profondamente inattuale e che rende anche l’opinione pubblica insensibile rispetto alla condizione delle persone che sono chiuse nelle carceri.

Lei scrive che “a garantire un equilibrio al nostro sistema penitenziario è oggi la progressiva sostituzione dei servizi sociali delle carceri con un sistema di tipo caritativo-filantropico”. Fino a quando una delega di governo di parti del penitenziario a welfare, sociale e impresa privata riuscirà a garantire questo equilibrio già così precario?
Si tratta di una delega dalla vita corta. I canali del volontariato possono essere attivati produttivamente nella gestione di una fase di emergenza acuta, per un periodo limitato, per sostenere le devastazioni che una politica di riduzione delle risorse provoca nelle persone detenute, ma oggi siamo di fronte a tagli continui, definitivi, non certo estemporanei. E né privato sociale né volontariato possono supplire a tutto ciò che con questi tagli viene meno. Nel carcere dove lavoravo cinque anni fa, più della metà dei detenuti aveva la possibilità di impegnare la giornata con qualche attività formativa, di tipo scolastico o culturale: oggi questi spazi non ci sono più e il volontariato caritativo, che pure ha grandissima dignità, non riesce in alcun modo a supplire questi tagli. La verità è che oggi i detenuti stanno chiusi nelle celle fino a 22 ore al giorno, in molti istituti anche le quattro ore d’aria previste dal regolamento non riescono ad essere garantite per carenza di personale, quindi ne restano soltanto due. E in una cella come quella di Poggioreale, dove ci sono 12 persone, un solo bagno e brande che arrivano fino al soffitto, nulla riesce a sollevare la condizione di chi si trova a stare chiuso in una stanza 22 ore al giorno. I tagli netti a tutti i fondi impediscono oggi ai detenuti qualsiasi possibilità di riscatto. Un dato per tutti: in questa massa di sofferenza e di dolore che si trova oggi nelle carceri, i fondi per l’assistenza psicologica sono stati tagliati del 70%.

E proprio a questo proposito, nel libro lei sostiene che negli istituti penitenziari si assiste ad una “sommersione chimica della sofferenza psicologica dei detenuti”, arrivando a parlare di “manicomializzazione del carcere”: cosa significa questa espressione?
Nel mio lavoro parto da dichiarazioni pubbliche rese da dirigenti dell’amministrazione penitenziaria: se il dirigente di un ufficio centrale racconta alla stampa che l’80, 90 % dei detenuti di questo Paese assume qualche forma di farmaco di natura psichiatrica, dai più blandi ai più importanti, mi sento legittimato a dire che il livello di gestione del penitenziario ha assunto a pieno le sembianze di un manicomio, dove regnano  l’anestetizzazione del disagio e la sommersione farmacologica della sofferenza. La medicina penitenziaria parla di 22mila persone in questo momento sottoposte a protocolli psichiatrici: se stessimo parlando di un territorio libero, un protocollo psichiatrico prevedrebbe il coinvolgimento della comunità, delle relazioni, del mondo dell’affettività della persona, ma se invece si è chiusi in un carcere il tutto si risolve alla somministrazione di farmaci. E stiamo parlando di 22mila persone su 69mila: non sono piccole cifre. Oggi le carceri sempre più di frequente sono portate a rivolgersi alla psichiatria nel governo del disagio e della sofferenza che gestiscono, e questo processo non può che andare sotto il nome di manicomializzazione della pena.

Oggi 1.500 nostri concittadini sono reclusi negli ospedali psichiatrici giudiziari, e 350 di loro potrebbero già uscirne. Dopo le sentenze della Corte Costituzionale (del 2003 e 2004) che hanno aperto a molteplici possibilità di trattamenti alternativi all’Opg, perché siamo ancora a questo punto? 
Non credo che possiamo più permetterci di parlare di “ospedali” psichiatrici giudiziari: bisogna fare un’operazione linguistica di verità.  Se parliamo di luoghi con le finestre sbarrate, fatti di celle e sezioni chiuse da cancelli e blindati, che hanno per recinto un muro con un camminamento percorso da uomini armati che impediscono l’uscita, parliamo di una prigione. E entrare in un luogo del genere, che ospita persone con una sofferenza mentale, vuol dire entrare in un manicomio criminale.  Eppure la maggior parte degli operatori che lavorano in questi posti definiscono le persone chiuse lì dentro come “pazienti”, facendo un’operazione di nascondimento della verità che non possiamo più permetterci.  È bene parlare di manicomi criminali se vogliamo almeno restituire verità agli uomini e alle donne chiuse in quelle strutture. Come lei ricordava oggi ci sono 1500 persone chiuse negli Opg, ma probabilmente sono molte di più le persone con sofferenze psichiche rinchiuse nelle carceri “normali”: da qualche tempo non tutti coloro che hanno una sofferenza mentale arrivano fortunatamente nel circuito degli Opg. Dico questo per ribadire che il rapporto tra sofferenza mentale e carcere non si esaurisce, oggi, nella questione Opg.

Ma allora perché gli Opg continuano ad esistere?
Recentemente ho letto una dichiarazione di Beppe dell’Acqua, responsabile del distretto di salute mentale di Trieste, che diceva con orgoglio che negli ultimi tre anni nel territorio del suo dipartimento di salute mentale nemmeno una persona è finita nei sei manicomi criminali italiani. Questo significa che in quel territorio ci sono ottimi servizi di salute mentale e delle buone reti aiuto e di sostegno delle persone che sono in difficoltà: è proprio questo processo sociale e istituzionale che funziona. E che si deve far funzionare, non certo ridurre con tagli e chiusure di servizi. Piuttosto che aspettare che ci siano le condizioni politiche per una trasformazione del codice penale in questo Paese (e oggi non ci sono), io credo che in questo momento dobbiamo lavorare sul fronte dei servizi, delle reti di sostegno e di aiuto.

A fronte di un sovraffollamento che rende l’Italia un unicum rispetto agli altri paesi d’Europa, anche per il numero dei morti e dei tentativi di suicidio, quale spazio resta per le misure alternative?
Con una criminalizzazione sociale così potente contenuta nei sistemi normativi che colpiscono i consumatori di sostanze e i migranti, non c’è alcuna possibilità di risolvere in fuoriuscita il problema del sovraffollamento del carcere. Mi spiego: se una persona arriva nel penitenziario  è perché ha già subito pesanti processi di marginalizzazione ed espulsione sociale, ed è su questo livello che credo dovremmo lavorare. Le misure alternative hanno un presupposto fondamentale: io devo avere la possibilità di rappresentare al magistrato un percorso di vita alternativo fondato su risorse certe quali lavoro, abitazione e famiglia, e se non ho queste condizioni non accedo alle misure. Io penso che il problema con questi criteri non si possa risolvere: se vogliamo veramente risolvere il dramma del sovraffollamento carcerario dobbiamo agire a monte, evitando che una massa enorme di persone arrivi nel contenitore penitenziario. Non possiamo buttarli nel contenitore e poi studiare soluzioni giuridiche che ci consentano di farli uscire: non funziona. In queste Paese le misure alternative ci sono, esistono dalla riforma del 1975, ma al di là delle troppe limitazioni è anche vero che si tratta di un meccanismo estremamente sensibile agli umori della politica e dell’opinione pubblica, tanto da essere bloccato e frenato ogni volta che c’è un’emergenza criminalità. E allora il problema va risolto prima, o la situazione delle carceri diventerà ancor più drammatica di quanto già non lo sia oggi.

(federica grandis)



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