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Se il Terzo settore alza la voce

21 Jun Se il Terzo settore alza la voce

olivero_internaIntervista ad Andrea Olivero, portavoce nazionale del Forum Terzo Settore e presidente delle Acli, in vista della manifestazione di giovedì prossimo.

L’appello è rivolto a cittadini, volontari, operatori sociali, famiglie, associazioni, nessuno escluso. Il Forum nazionale del terzo settore sta davvero mobilitando tutte le sue forze in vista della manifestazione di giovedì, quando da Montecitorio e da tantissime altre piazze d’Italia verrà chiesto a gran voce di fermare i tagli dei fondi per il sociale e di riformare il welfare. Andrea Olivero, portavoce nazionale del Forum e presidente delle Acli, ci spiega perché, oggi, in molte parti del Paese i diritti fondamentali non sono garantiti, e perché è più che mai urgente affrontare una questione che riguarda da vicino buona parte degli italiani.

Il Terzo Settore scenderà in piazza giovedì prossimo per dire basta al disinvestimento e ai tagli nel campo del sociale. Cosa significa concretamente per i “nostri” mondi una riduzione di risorse che in tre anni è arrivata all’80% ?
Tagliare i fondi destinati alle politiche sociali significa tagliare tutto il lavoro del terzo settore.  In dieci anni, seppur con enorme fatica, abbiamo messo in piedi un meccanismo che ha consentito ai cittadini di vedere più sussidiarietà e più servizi concreti, organizzati e pensati insieme con gli enti locali. Tutto questo ora viene liquidato, proprio nel momento in cui, a parole, ci viene detto che si vuole mettere la sussidiarietà al centro. Siamo davvero di fronte ad un enorme paradosso, e a pagare questo paradosso sono i cittadini, perché nel concreto i tagli significano meno servizi di assistenza domiciliare, mancanza di trasporti per diversamente abili, per gli anziani e per i malati, meno servizi per l’infanzia e per le famiglie in difficoltà, meno fondi per il contrasto alla povertà, per l’integrazione dei cittadini stranieri. Si tratta di questioni che riguardano un’enorme fascia di persone, che sono anche le più deboli e le più fragili, quelle che più difficilmente, appunto, riescono far sentire la propria voce.

Mentre il governo ha mantenuto salda la gestione del welfare monetario, ossia quello degli assegni famigliari, dell’assistenza e dell’invalidità, tagli pesantissimi hanno colpito la rete dei servizi, soprattutto quelli territoriali. La ricerca del consenso ha avuto la meglio sull’effettiva volontà di garantire risorse al Terzo settore?
È prevalsa su tutto una logica, ossia quella dei tagli, che non credo possa portarci lontano. Quello che ci indigna è la differenza tra ciò che dal nostro governo viene costantemente detto e ciò che viene poi fatto. Se, come è scritto nel libro bianco del welfare promosso dal ministro Sacconi, il sociale non è un lusso ma un investimento, allora cosa significa l’annullamento totale dei fondi? Se la sussidiarietà è un valore centrale, non ci attenderemmo davvero di essere noi a pagare il prezzo più alto. E se, come si dice sempre nel libro bianco, si vuole andare verso “una vita buona” e una “società attiva”, non si possono cancellare tutte quelle strategie che in qualche modo rendono i cittadini più protagonisti. Un esempio su tutti riguarda i fondi destinati alla famiglia: l’investimento sugli asili nido è una questione fondamentale se vogliamo che il lavoro femminile possa davvero crescere. Questo procedere con tagli lineari ha portato di fatto alla cancellazione dei fondi e quindi all’annullamento della sussidiarietà. Un atteggiamento che è incomprensibile, per non dire profondamente incoerente, che va contro tutto quello che è stato affermato e scritto nei documenti da parte dello stesso governo.

Cosa chiede la campagna “I diritti alzano la voce” al di là del ripristino delle risorse tagliate?
Chiediamo che vengano definiti e stabiliti paletti essenziali alla sopravvivenza del Terzo settore. Non può ad esempio esistere solo l’ambito del “sanitario”, a scapito degli spazi più propriamente riservati al sociale. Ripristinare le risorse che ci sono state tolte non è un fattore di poco conto: in parte il governo ha anche ragione nel dire che si può pensare di cambiare modello o di trovare soluzioni innovative, ma il fatto è che le risorse, pur pochissime, oggi non sono ben ripartite. Ecco perché, se da una parte è vero che bisogna avere il coraggio di fare le riforme, dobbiamo anche ribadire che i tagli non sono riforme e non consentono sicuramente di disegnare nuovi modelli: i tagli servono soltanto a smantellare le maglie del sistema, spesso le maglie più virtuose di questo Paese.

È quindi d’accordo con chi oggi lamenta una “sanitarizzazione” del Terzo settore a fonte della riduzione dei contenuti più “sociali”?
Certo. Crediamo che proprio su questo vada fatta un’attenta riflessione. Il nostro Paese sta “tenendo”, anche in una situazione di crisi come quella che stiamo attraversando, perché c’è stato e c’è tutt’oggi un concorso di cittadini che si sentono corresponsabili e che credono in alcuni valori sociali comuni, tra i quali l’uguaglianza e il fatto che lo Stato garantisca alcuni elementi universalistici. E di questo si deve tener conto. Se queste garanzie vengono meno certamente non aiutiamo la voglia degli italiani di scommettere sul futuro, non promuoviamo la loro tenacia, quella caparbietà che fa sì che il Terzo settore, malgrado tutto, oggi sia ancora in piedi. Mettere in discussione queste basi vuol dire soffocare la propensione che gli italiani da sempre dimostrano nel dedicarsi agli altri e nel mettere a disposizione il proprio tempo, significa spegnere la logica della sussidiarietà, che nasce solo in una prospettiva di diritti.

Qual è quindi, in questo senso, il legame tra sussidiarietà e diritti?
Non esiste un’alternativa tra sussidiarietà e diritti fondamentali. Non possiamo lasciare in disparte i diritti pensando che siano un lusso di un’epoca passata e credendo che il buon cuore dei cittadini, la loro disponibilità e il loro impegno possano risolvere i problemi. Le due cose devono stare radicalmente insieme: il tema della sussidiarietà non potrà mai essere scisso da quello dei diritti, ed è questo che giovedì grideremo a gran voce. Sappiamo certo che i diritti si accompagnano ai doveri civici, e non ci esimiamo dall’assumerli, ma vogliamo che tutti ne abbiano la perfetta coscienza, a partire da chi ci governa . Oggi ci permettiamo di alzare la voce perché ci siamo assunti e continuiamo ad assumerci, ogni giorno, l’onere di fare andare avanti questo Paese senza costi per il governo. È tempo che qualcuno, finalmente, si prenda la briga di ascoltarci e di darci delle risposte.

(federica grandis)



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