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“Se in carcere non c’è posto non ci si deve entrare”

02 May “Se in carcere non c’è posto non ci si deve entrare”

carcere1La condizione attuale delle strutture penitenziarie italiane sembra arrivata al collasso. La popolazione carceraria italiana è composta da 66.685 persone. La capienza regolamentare è di 45.000 posti. Il tasso di sovraffollamento tocca quota 142,5%La logica stessa del sistema carcerario pone il problema del sovraffollamento come irrisolvibile.
L’opinione pubblica, che mal tollera il dovere di interessarsi anche di ‘quella’ parte della popolazione, è divisa nel giudizio: le difficoltà di gestione del problema vengono dalla popolazione di detenuti che non si accontenta di vivere in meno di 3 metri quadri ciascuno o dalla logica dirittuale che precede la carcerazione; dalla mancanza di misure alternative per certi reati; dalla concezione vendicativa dell’esecuzione della pena.

Il Tribunale di sorveglianza di Milano, lo scorso marzo, si è rifiutato di eseguire nel carcere di Monza la detenzione a 15 anni di un condannato per associazione mafiosa e sequestro di persona. Causa la mancanza di spazi le modalità per scontare la pena sarebbero disumane e equiparabili a tortura. Un mese prima aveva sollevato la stessa questione il tribunale di Venezia.
Entrambi i Tribunali hanno chiesto l’intervento della Corte Costituzionale e domandato alla Consulta se non sia il caso di aggiungere, al fine di rinviare la pena, oltre alla grave infermità fisica, il ‘trattamento disumano e degradante’.
L’Italia è già stata condannata due volte dalla Corte di Strasburgo a risarcire dei detenuti perché costretti a scontare la pena in spazi giudicati al di sotto della vivibilità.
Abbiamo chiesto quali sono i possibili scenari futuri a Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che si occupa dei diritti dei detenuti.

Se i Tribunali di sorveglianza riconoscono la ‘non pena’ per le condizioni degradanti delle strutture e rimandano la decisione alla Consulta, chiedendo di constatare la non eseguibilità, quali alternative rimangono?
Una proposta è proprio quella del ‘numero chiuso’: se in carcere non c’è posto non ci si deve entrare. Non è una provocazione. È un paletto: le politiche punitive non possono valicare il limite della dignità umana. In questo caso si capisce la remissione alla Corte Costituzionale del tema. I tribunali di Venezia e Milano segnalano che “manca” tra le norme una motivazione di rinvio. Ovvero quella dell’assenza dello spazio vitale per eseguire la pena. Vedremo quello che dirà la Consulta. Sta di fatto che il tema esiste e altri Stati lo hanno già affrontato: Germania, Norvegia, California.
È un tema che alcune associazioni stanno trattando, con una campagna di sensibilizzazione e una relativa raccolta firme. È necessario arrivare a 50.000 firme per sottoporre al Parlamento le tre leggi di iniziativa popolare. Ora siamo a circa 15.000 firme. Tra queste tre c’è anche la proposta della conversione obbligatoria della pena detentiva in pena domiciliare, nel caso non ci sia posto. Nel caso poi la persona non abbia una casa sarà necessario organizzare dei luoghi di accoglienza per comminare la detenzione domiciliare.
La proposta in sé svela le ipocrisie del sistema. Se non la si vuole accettare rimangono solo due possibilità: o si interviene su quelle leggi che producono carcerazione senza produrre sicurezza, oppure si creano più posti letto e più carceri. In ogni caso si deve intervenire.

Il caso di Milano riguarda un reato grave come l’associazione mafiosa. Come spiegare all’opinione pubblica che, qualsiasi sia il reato, bisogna garantire la rieducazione?
Il caso milanese è partito da una sollecitazione del detenuto. Non è che quel detenuto fosse più simpatico rispetto a un altro al magistrato di sorveglianza. Se la nostra proposta sulla depenalizzazione del consumo di droghe e riduzione dell’impatto penale andasse in porto e si decongestionasse il sistema carcerario, lo spazio per i reati di maggiore gravità, come quelli contro la persona o quelli di mafia, ci sarebbe sempre in carcere.
Insomma il nodo è: se riusciamo a decongestionare il carcere da tutti quei reati che non c’entrano con la sicurezza – ad esempio la normativa sull’immigrazione o quella sulle droghe – allora non si porrebbe nemmeno la questione sulla carcerazione dei reati più gravi.
Va anche detto che uno Stato forte, eticamente e giuridicamente, non ha paura di un giudizio sommario. È uno Stato che sa che prima di tutto viene la legge, lo stato di diritto, la legalità costituzionale interna e solo dopo vengono i sentimenti e le paure. Tale Stato non avrebbe bisogno di giustificare a sé stesso la dignità della persona, a prescindere dal reato commesso. Perché se oggi siamo disponibili a togliere la dignità al peggiore dei criminali, domani la dignità potrebbe essere tolta a un oppositore politico, con lo stesso criterio. La dignità spetta a tutti. Se lo Stato delinque passa il messaggio che tutti potrebbero farlo.

Abbiamo parlato di “numero chiuso” per le carceri. Come nel Nord Europa, si aspetta ad eseguire la pena finchè non si crea il posto. È una soluzione possibile per il sistema italiano?
Adesso è ancora una proposta. Una proposta che proviene dalle organizzazioni. Il clima politico attuale è quello che è, e direi che su qualunque altro tema, anche di più facile consenso, oggi si fatica a trovare una maggioranza.
Questa è una proposta avanzata e probabilmente troverà più difficile consenso tra le forze politiche. Ciò non vuol dire che non la si debba fare o che non la si debba divulgare. Al di là della sua concretizzazione futura questa proposta di legge dimostra che le alternative a un dramma che sembra irrisolvibile e su cui molti preferiscono chiudere gli occhi, esistono e sono attuali in Paesi portatori di democrazie avanzatissime.
Se teniamo conto che il 37% dei detenuti condannati si trova dentro per aver violato la legge sulle droghe, capiamo come una normativa errata produca costi umani ed economici elevatissimi. Se si dice di no al numero chiuso allora bisogna lavorare per fare posto, oppure modificare le leggi che incrementano la carcerazione. La legge Fini-Giovanardi ha un impianto fortemente repressivo ma prevedeva che i detenuti tossicodipendenti venissero affidati in prova ai servizi sociali. La norma è stata depotenziata dalla ex-Cirielli. Ma a parte questo, la sua parte rieducativa non è mai stata applicata. Questo dimostra che il nostro stato sociale ha dismesso le pratiche inclusive. Si rimane dentro perché non si può più andare fuori.

 

(toni castellano)

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