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Senza figli. Una condizione umana

13 Feb Senza figli. Una condizione umana

senzafigliDuccio Demetrio (un uomo-non padre) e Francesca Rigotti (una donna-madre) sono accomunati da un “non più” che vale per chi i figli non li ha più presso di sé e per chi di figli non ne ha avuti e non ne potrà-vorrà più avere. Queste due condizioni convergono in un “senza figli” che è uno dei tratti caratteristici delle società contemporanee e che costituisce l’appassionante tema di riflessione di questo volume. Con intelligenza e senza indicare facili soluzioni, gli autori indagano per la prima volta la condizione umana definita dall’essere “senza figli”, insistendo sulla specificità e anche sul dolore provocato da tale stato, in un momento in cui si parla soltanto di legami non rescissi, di genitorialità permanente, di autonomia mancata.

Un colloquio con Duccio Demetrio, in occasione della presentazione alla Torre di Abele del libro scritto con Francesca Rigotti “Senza figli. Una condizione umana” (Raffaello Cortina, 2012).

Nel libro “Senza figli” lei si è raccontato anche in prima persona …
Sì, ho parlato del desiderio di diventare padre cui ho dovuto rinunciare e della mancanza odierna, che mi ha indotto a scriverlo. Fino al primo tempo della mia adultità, diciamo attorno ai 35-38 anni, non avvertivo questo desiderio. Anzi, francamente lo paventavo. Sia durante il mio primo matrimonio(mi sposai a 23 anni), sia quando in seguito alla separazione avvertii un grande bisogno di libertà. Volevo vivere nuovi incontri e l’eventualità di un figlio mi appariva un ostacolo anche per il mio futuro professionale. Un comportamento tra i più consueti, oggi non soltanto al maschile. Poi tutto cambiò – come racconto nel libro – quando incontrai la mia attuale moglie. Ormai siamo sposati da trent’ anni, un bambino l’ abbiamo cercato subito. Mi sentivo pronto, più maturo, in relazione a questo amore travolgente. Anno dopo anno la mancanza ci accompagnava, ma al contempo non riuscì a mettere in discussione la nostra unione.

Lei a lungo si sofferma sulla paternità simbolica, anche in questo caso evoca la sua esperienza?
 L’assenza di un figlio, lungi dal rappresentare una delusione insanabile, a spingerci a cercarlo con ogni mezzo, paradossalmente, ci ha aiutato a trovare un modo di stare insieme all’insegna della complicità, della gioia, della libertà di essere e fare insieme. Un amore insomma che un figlio non ha messo in scacco. Ha contato anche il fatto che entrambi siamo, fin dall’ inizio  della nostra storia, per le nostre professioni un padre e una madre simbolici. Ormai per centinaia di allievi, di ogni età, ai quali abbiamo cercato di dare quanto potevamo: sapere, conoscenza, aiuto, incoraggiamento, libri. Tuttavia credo che avremmo svolto questo ruolo anche se di figli nostri, in carne ed ossa, ne avessimo avuti. Mi ritengo fortunato, grazie a questo mio destino di educatore. Mi chiedo spesso come facciano a sublimare tale mancanza coloro che non possono permettersi un’ attività a vocazione pedagogica. Ciò non toglie che la ferita, soprattutto in mia moglie, sia stata e sia ancora aperta. In me, questa “lacuna” affettiva si è acuita recentemente una volta  varcata la soglia dei sessanta. Come reagisco ogni giorno ad un pensiero che più che ad un assillo assomiglia ad un dialogo immaginario con un figlio, con una figlia, mancati?

Come filosofo della vita e dell’ educazione ritiene che la sua ricerca l’ abbia aiutata a comprendere meglio questa sua condizione?
Nuovamente ringraziando la sorte che mi ha condotto alle scelte intellettuali, a fare della cultura filosofica una maniera di essere. Un filosofo è chiamato, e non tanto per la professione, ma in quanto donna o uomo,  alla riflessione incessante, alla pensosità, ad affrontare   ogni dolore non con quella serenità ( sulla quale ho sempre nutrito dubbi) consigliata dai classici. L’incontro con le esperienze più drammatiche, e inevitabili, sono un’ occasione di accrescimento della consapevolezza di sé. Ci mette alla prova, ma a differenza di quanto accade alla maggior parte delle persone, un lutto, una mancanza, uno scoramento ci ricordano i nostri limiti. La nostra condizione di finitezza. Proprio per questo l’ affezione alla vita si accresce. Pertanto a chi non riesce ad accettare questa frattura interiore insanabile ( ammesso che avverta questa sofferenza), non posso che suggerire di tentare di accogliere il tema esistenziale, così umano, fin troppo umano,  della mancanza. Dell’ impotenza, dell’ incompiutezza, della fragilità. Presente anche in coloro che di figli ne hanno messi al mondo, naturalmente. Ciò non  mette a tacere il nostro inconscio. Ci consente di patteggiare con pulsioni frustrate, con scoramenti, che ogni tanto riemergono nonostante le nostre migliori intenzioni razionali. Tale spaesamento negli anni sempre più vicini alla morte  si acuisce, tuttavia mi dona tristezze, nostalgie, malinconie attraversate da grande poeticità. Ci sono uomini e donne, ancora una volta, che le provano come me anche se sono stati genitori. L’ altro vantaggio che mi attribuisco è poi costituito dalla mia passione per la scrittura, non solo scientifica, ma personale. Nei miei diari non scrivo dei figli mai nati, nonostante inevitabili sensi di colpa affiorino dal mio passato. Scrivo, ed anche mia moglie fa lo stesso, per lasciarci l’ un l’ altra ( e a chi sennò) queste pagine, questi acquarelli autobiografici che contengono le nostre storie. E che importa se verranno poi dispersi al vento. E’ nel presente che tali semplici, ingenui, gesti consolidano il nostro legame verso l’ ultimo tempo della vita. Le nostre case sono ricolme delle memorie, degli schizzi, di lettere mai spedite, delle sensazioni provate nella quotidianità, durante i nostri viaggi, dei nostri momenti di intensa vicinanza e di passione anche per la solitudine.

Che cosa si sente di dire a chi non ha avuto figli come lei?
Consiglieri anche a chi non sia stato, più che salvato, almeno  confortato da quanto ci insegna – non intellettualmente ma umanamente – la  autoanalisi filosofia di raccontare la propria storia. Raccontando e  scrivendo ( impresa difficile per molti maschi) di quello che ancora è in grado di  scoprire ogni giorno e di considerarlo ogni volta una manifestazione di fecondità creativa. Anche la più umile e insignificante agli occhi degli altri. Credo, per altro, che la ricerca, la curiosità, l’ inseguimento della meraviglia non rappresentino un antidoto; bensì  quell’ esperienza che Francesca Rigotti ben sottolinea nelle nostre pagine senz’ altro di carattere generativo. Ci rinnoviamo dando vita a qualcosa che senza di noi non vedrebbe la luce. Succedanei, consolazioni, filiazioni immaginarie? Può darsi, ma la generatività umana nelle grandi e piccole opere non ha mai riguardato soltanto le nostre maternità-paternità realizzate.

Come giudica chi di figli non ne vuole?
 Non possiamo giudicare nessuno, sono io tenuto invece a farlo soltanto  rispetto a me stesso, e tanto meno se in gioco ci sono figli non voluti. E’ una scelta libera e per questo va riconosciuta come un diritto. Credo che però in ogni uomo o donna i quali  pur dichiarino di mostrarsi soddisfatti,  compiuti, appagati  di sé/a e ormai in pace con questo problema cruciale dell’ esistenza, nel loro silenzio, questa questione in realtà non si dia mai come risolta una volta per tutte. Perché un figlio, più di uno, fanno parte della nostra missione genetica inconscia. Possiamo anche inventarci( una sana invenzione e realtà)  di attendere al compito di diventare genitori di noi stessi. Come se dentro di noi ci fosse qualcuno che ha bisogno di cure. Ed è meglio esserlo in due o in una fraternità amicale. Non importa se   si tratta di un’ ulteriore  illusione necessaria. In ogni caso ci richiede impegno, coraggio, costanza: ha bisogno di essere aiutata da una disponibilità alla meditazione, dall’ amore per la vita interiore, dalla fratellanza. Se non siamo capaci di imboccare queste strade in salita di ascesi laica con o senza Dio, anche esaltanti (quanti religiosi del resto le hanno perseguite volontariamente?), allora temo seriamente  che una vita senza figli ci impoverisca e intristisca. Non dobbiamo dar partita vinta alla mancanza filiale, dobbiamo dimostrarle che d’altro siamo ricolmi e mai sazi.

(manuela battista)



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