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Sotto la gru vince la buona politica

16 Nov Sotto la gru vince la buona politica

gi__gru_2E alla fine Arun, Sayad, Rachid e Jimi sono scesi dalla gru. Alle 20.50 di lunedì sera, dopo 15 giorni vissuti in cima ad un pilone d’acciaio, i quattro immigrati hanno lasciato il loro presidio, segnando la fine di una vicenda che fino all’ultimo sembrava impossibile da sbloccare. Determinante è stato l’impegno dei rappresentanti di Cgil e Cisl, delle comunità etniche bresciane, di un gruppo di docenti di giurisprudenza e di due sacerdoti, padre Mario Toffari della Caritas e don Fabio Corazzina, ex coordinatore nazionale di Pax Christi, ora parroco a Santa Maria in Silva a Brescia. Abbiamo chiesto a don Corazzina di raccontarci cosa è successo ieri notte sotto la gru. E quali prospettive si aprono ora per Arun e gli altri tre operai.

Prima di parlare di quello che è successo ieri sera, partiamo dall’inizio. Cosa ha spinto Arun, Sayad e gli altri a salire su quella gru? Come sono arrivati a compiere quel gesto?
Dietro alla storia di Arun e degli altri ragazzi c’è un disagio profondo. E, soprattutto, c’è una legge, la Bossi-Fini, che non ha permesso la loro regolarizzazione. È una legge ai limiti della costituzionalità e che crea discriminazioni persino tra gli stessi immigrati, per cui badanti e colf possono essere regolarizzati, ma falegnami e fabbri no. Quando si chiede a questi ragazzi il rispetto della legalità si dimentica che la legge porta con sé tali problemi e contraddizioni da renderne ardua l’osservanza. Questo è il presupposto da cui parte la tragedia di Brescia e da cui partono molte altre tragedie dei nostri giorni. Alcune grandi e “pubbliche” come questa, altre piccole, che si compiono nel silenzio e spesso si celano tra le carte e le pieghe della burocrazia.

Per esempio?
Restiamo a Brescia: 1.700 domande di regolarizzazione presentate da agosto ad oggi non potranno essere accolte per motivi assolutamente inaccettabili. Molti operai stranieri hanno avuto ad esempio contratti falsi, per cui i datori di lavoro non si sono presentati in Questura. Centinaia di persone, a causa del cosiddetto “reato di clandestinità”, si sono trovate ad essere “fuorilegge” da un giorno all’altro, a Brescia come altrove. Siamo di fronte ad una legge che calpesta l’idea di legalità e che sembra accanirsi contro chi fugge dalla miseria, dalla discriminazione, dall’oppressione, dalle guerre. Cambiare la legge non compete certamente né alla Questura, né alla prefettura, né ai sindacati, né a una diocesi: è una questione di buon governo e di buon impegno politico. E il governo su questi temi non ha certo dato un buon esempio.

Questa vicenda sembrerebbe  avere risvegliato la società civile bresciana, tanto è vero che la discesa dei quattro operai dalla gru è stata frutto di una concertazione alla quale hanno preso parte associazioni, diocesi, sindacati. Una nuova fase che si apre?
Salvo qualche strumentalizzazione che lascia il tempo che trova e che ha fatto emergere solo una piccola, minoritaria parte del grande e importante movimento che si è creato intorno ad Arun e agli altri ragazzi, la vicenda ha fatto sì che dai territori, dalle autorità competenti e dalla società civile emergesse una richiesta forte: dobbiamo riprendere in mano la Bossi-Fini e riscriverne quantomeno alcune parti. Quello che è accaduto a Brescia si inserisce in una questione che riguarda tutto il Paese: non si può da una parte appellarsi al bisogno di legalità e di tolleranza zero e dall’altra non mettere lo straniero che cerca regolarità nelle condizioni di poterla realizzare. Così si aprono tragedie immani, di cui la gru bresciana è stata, per fortuna solo fino a ieri notte, un simbolo.

Cosa ha convinto Arun e gli altri a scendere?
Un lavoro partito domenica con sindacati e diocesi e che ha coinvolto anche alcuni legali: siamo riusciti a far avere agli operai che erano sulla torre una proposta precisa. Nel documento, in sintesi, si dicevano tre cose: primo, che si sarebbe aperto un tavolo tramite cui riverificare tutte le domande di regolarizzazione inizialmente respinte; secondo, che si sarebbe garantita la possibilità di un presidio permanente perché si mantenesse alta l’attenzione sul tema; terzo, che a questi ragazzi sarebbe stata garantita una tutela legale, evitando che appena scesi venissero presi ed esplusi.  Tramite avvocati e mediatori egiziani, marocchini e pakistani siamo quindi riusciti a farli scendere. È chiaro che in questi passaggi non c’è stato niente di facile: la preoccupazione più alta era quella di tutelare la salute e la stessa vita di queste persone. Oggi per fortuna stanno tutti bene e sono consapevoli di aver raggiunto almeno in parte un duplice obiettivo: non solo la possibilità di rimanere nel nostro Paese, ma anche la riapertura di un dibattito sulla questione immigrazione. Un processo, questo, che ora ci impegniamo a portare avanti chiedendo la riapertura di tavoli istituzionali, malgrado tutte le rigidità del governo.

Il grido di aiuto di questi quattro ragazzi come ha cambiato la città?
Per Brescia è stato un momento molto delicato e difficile. Non si poteva certo prolungare ulteriormente questo tipo di azione perché si stavano creando troppe tensioni, senza peraltro l’aprirsi di tavoli di confronto, che era ciò che i ragazzi chiedevano. Sin dal primo giorno di presidio si è tentato di costruire una trattativa con prefetto, avvocati, sindacati, società civile, diocesi e associazioni, e, tutti insieme, abbiamo provato con fatica ma con successo a costruire una soluzione. Brescia è la città in cui la percentuale di presenza di stranieri è la più alta rispetto al numero degli abitanti, ma è anche una realtà capace di accogliere. Certo, viviamo in un momento in sono forti anche la chiusura e gli egoismi, ma credo che ci siano dei buoni anticorpi, come anche questa vicenda ha dimostrato. Ed è su questo che noi, con Arun e con gli altri, continueremo a lavorare.

(federica grandis)



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