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Storia di Valeria: la libertà come dovere

23 Feb Storia di Valeria: la libertà come dovere

Immagine 4Dai siti d’informazione indipendente noti soprattutto agli “addetti ai lavori”, alle pagine del quotidiano più venduto d’Italia. Grazie al “tributo” di Michele Serra nell'”Amaca” del 21 febbraio scorso, la storia di una giovane giornalista è arrivata al grande pubblico, guadagnando all’articolo in cui l’aveva raccontata una valanga di clic.
Valeria Gentile ha 26 anni, le idee chiare, e molti progetti coltivati in parallelo nell’ambito dell’informazione, della fotografia, della letteratura e del teatro. È una vera comunicatrice contemporanea, presente in modo capillare sulla rete attraverso blog, articoli e social network. Ma, fuori dal web, si sente fortemente radicata nella sua terra, la Sardegna, dove ha scelto di tornare dopo anni di vita altrove. Lì ha ricevuto ciò che la maggior parte dei giovani italiani insegue come un miraggio: una proposta di lavoro. Qualcosa però non ha funzionato, e Valeria ha preferito declinare l’offerta dei “signori tristi” che pretendevano di comprarsi per pochi euro tutto il suo talento e i suoi sogni.
Se il racconto della sua esperienza vi piacerà, come è piaciuto a noi, capirete perché abbiamo scelto di intervistare proprio lei su alcuni temi oggi al centro del dibattito riguardo alla condizione giovanile.

Che effetto ti ha fatto essere citata da un maestro del giornalismo come Michele Serra, in una delle rubriche più lette d’Italia?
Mi ha fatto sentire capita. Lo ringrazio non perché ha fatto salire alle stelle il numero di visitatori dei miei blog o del mio sito, della mia pagina facebook e twitter, ma perché mi ha capita: il suo sostegno ha avuto un valore grande per me. In poche righe è riuscito a dare esattamente il giusto peso a ogni dettaglio, soprattutto in chiusura ha centrato perfettamente il senso del mio articolo.

Di fronte al “gran rifiuto” di un posto di lavoro, pur precario, in una realtà prestigiosa, qualcuno può aver pensato che evidentemente “te lo puoi permettere”. È vero?
Voce del verbo “permettersi”: il dizionario mi dice “prendersi la libertà”. Restituiamoglielo il significato, alle parole: certo che posso prendermi la libertà di rifiutare un’offerta di lavoro ingiusta e offensiva, continuando le mie collaborazioni giornalistiche che con tanta fatica mi sono in questi anni conquistata e che mi permettono almeno di vivere da sola in affitto. Prendersi la libertà per noi che lavoriamo con le parole non è solo un diritto, è anche un dovere.

Recentemente un ministro ha indicato come un grave limite la tendenza dei giovani a cercare lavoro “vicino ai genitori”. Tu che hai scelto di tornare nella terra d’origine dopo esperienze lontano, cosa ne pensi?
Io credo che non siamo al mondo per lavorare ma per essere felici. Se per “genitori” si intende non solo la coppia di esseri umani ma anche la terra che mi ha generato, io lo ammetto senza vergogna: tendo a cercare di vivere la mia vita dove posso nutrirmi anche di questo, perché mi rende felice. E trovo che sia un grave limite non averne o non goderne, non il contrario.

Il dibattito sul “posto fisso”: chi lo dipinge come unica alternativa ragionevole all’attuale, diffusa precarietà, chi come “noia” e tomba del cambiamento. Se ti avessero offerto un contratto a tempo indeterminato, avresti risposto diversamente?
Non giudico un lavoro in base alla sua durata, non ho paura della precarietà e anzi devo ammettere che mi ci so gestire l’esistenza abbastanza bene. Sono nata in un’epoca per cui per me è normale pensare che (quasi) niente è per sempre. In alcuni casi è triste, in altri è stimolante: sono due facce della stessa medaglia.

Il tuo articolo non sembra dar voce a un sentimento di “indignazione” – che sta oggi diventando un po’ “di moda” – ma piuttosto a un sano rispetto di sé, delle proprie capacità e aspirazioni. Credi si tratti di una tensione da coltivare soprattutto individualmente, o di qualcosa che può nutrire anche un impegno collettivo?
Esatto, è esattamente questo. Il rispetto di sé è una cosa difficilissima da raggiungere a causa del sistema che ci educa; se ho sentito il bisogno di scrivere e condividere la mia vicenda è proprio perché viene molto difficile anche a me e avevo bisogno di sostegno, nel rispettarmi. Ma prima di tutto il rispetto di sé è da coltivare individualmente e in solitudine, davanti allo specchio. È un esercizio più duro che per allenare i muscoli delle gambe, ma allenare l’amor proprio fa vincere molte più corse a ostacoli.

La situazione di fragilità delle giovani generazioni, “derubate del futuro”, è un po’anche colpa loro? Dell’incapacità di dire qualche “no” in più ai compromessi umilianti e coltivare con maggiore testardaggine i propri sogni?
Io ho avuto la fortuna di avere una madre che nella sua vita ha sempre detto no ai compromessi umilianti, ho imparato dal suo esempio ad essere libera. C’è chi non ha la mia stessa fortuna, e se i nuovi giovani hanno una colpa non credo che sia l’incapacità di coltivare i propri sogni, ma quella di non sforzarsi per cercare esempi validi se non ne hanno in famiglia. Ma non credo sia pigrizia, ognuno di loro combatte una guerra, direi più che è fatica.

C’è il rischio che i giovani rassegnati di oggi diventino i “signori tristi” di domani?
Non è un rischio, è la diretta e scontata conseguenza. Che poi diventino capi di un resort di lusso o dipendenti di una piccola impresa, sempre di vittime-carnefici si tratta. Ma non solo la rassegnazione è pericolosa, ripeto, lo è anche la mancanza di degni modelli di vita. Ma quella è una cosa che ognuno deve scegliersi da solo.

La Sardegna è fra le regioni italiane con i maggiori problemi di disoccupazione, soprattutto giovanile. Ma tu sembri pensare che aziende turistiche come quella che ti ha contattata siano tutt’altro che un’opportunità per l’isola…
La Sardegna a differenza delle altre regioni non è in stato di crisi ma in condizioni di sottosviluppo. Questa differenza è gravissima perché significa che abbiamo una quantità di risorse impressionante rispetto a quelle che utilizziamo. Le aziende d’importazione come il resort che mi ha contattata offrendomi tre euro l’ora non ci aiutano di certo a far girare l’economia sarda.

(cecilia moltoni)



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