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Studenti, sappiate sorprenderci

18 Dec Studenti, sappiate sorprenderci

studentimonumentiAbbiamo una grande speranza: che gli studenti sappiano inventarsi in piazza forme di protesta nuove, spiazzanti e impeccabilmente pacifiche.
Da sempre i poteri più ottusi e ingiusti temono la cultura. Perché la cultura parla un linguaggio sempre un po’ straniero e inafferrabile. Un linguaggio che dice cose ignote, che ci fa vedere quello che non volevamo vedere e che magari era sotto i nostri occhi o perfino dentro di noi.
Cultura è creatività, non ripetizione.
Per questo chi governa male, per sé invece che per tutti, esulta segretamente quando una protesta sociale sfocia in problema di ordine pubblico. I prepotenti conoscono alla perfezione il linguaggio della violenza, per saperlo declinare in forme perfino elusive, indirette: immaginarsi che problema sia per loro gestirlo e pilotarlo quando si manifesta nei modi più irruenti e scontati…
Alcuni amici coi quali abbiamo discusso in questi giorni si soffermavano proprio su questo punto: certo le violenze sono sbagliate, ma non è violenza anche quella della povertà diffusa, dei diritti smantellati, del furto di lavoro e di futuro?
Certo che lo è. Ma alla violenza – tanto più se impartita attraverso una scientifica disinformazione – si risponde colpendo le sue radici profonde, che si chiamano indifferenza, cinismo, ignoranza, rassegnazione. Il progressivo svuotamento delle speranze non sarebbe stato possibile senza l’acquiescenza di buona parte degli italiani: sono loro che vanno risvegliati, scossi da un racconto ipnotico che dura da quindici anni.
Gli studenti hanno dimostrato di saperlo fare. Quelle ingegnose forme di protesta (i monumenti occupati, i libri scudi dei “book block”) sono Peppino Impastato che sbeffeggia i mafiosi dai microfoni di Radio Aut, usando contro gli abusi del potere il linguaggio davvero in grado di metterlo in crisi: quello dell’ironia, della dissacrazione, dell’immaginazione.
Che portino allora fiori, veri o metaforici, ai poliziotti (che sono l’anello debole della catena, i delegati al lavoro sporco e sottopagato). Abbiano nei loro riguardi l’attenzione auspicata da Pasolini in una poesia citata troppe volte a sproposito in questi giorni: allora non era uno scandalo dire che erano loro i veri proletari e gli studenti i “figli di papà”, ma oggi siamo tutti senza tutele. Il cattivo potere già specula abbastanza sulle guerre tra i poveri nelle periferie, nei quartieri meno garantiti: non diamogli l’occasione di farlo anche nelle pubbliche piazze.
Mercoledì i giovani avranno questa grande responsabilità: di essere per un giorno non studenti ma docenti. D’insegnarci a far prevalere i sentimenti sui risentimenti, spezzando il circolo vizioso dei pregiudizi, della malafede, delle rivalse. E di evitare le generalizzazioni di cui sono loro stessi oggetto, perché anche nella politica, nelle istituzioni, ci sono persone che si mettono in gioco per il bene comune.
È una strada difficile, come tutte quelle che rifiutano le scorciatoie d’azione e di pensiero. Sappiano però che non saranno soli a percorrerla: a camminare con loro, domani, saranno le speranze e l’impegno di tanti italiani onesti.

(fabio anibaldi)



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