About Us

Torino-Modena. In campo… per ripartire

24 Aug Torino-Modena. In campo… per ripartire

Immagine 18Angela La Gioia, mediatrice e psicologa del Gruppo Abele, ha trascorso una settimana nel Campo Uno Piemonte allestito e gestito dalla Protezione Civile della regione Piemonte nei pressi di Mirandola, come volontaria dell’associazione Psicologi per i Popoli. Qui ha incontrato le storie di molte persone che dal maggio 2012 vivono in attesa di poter tornare ad una vita normale, tra paure e speranze, dopo il dramma del terremoto che ha profondamente segnato l’Emilia.

Perché hai deciso di andare in Emilia? 
A maggio, nei giorni dell’emergenza, l’Emilia era nei pensieri di tutti. Poi come sempre accade per i fatti di cronaca, la kermesse mediatica si affievolisce e non sempre mandare una piccola donazione o un aiuto in denaro basta a sentirsi utili. L’associazione Psicologi per i Popoli, con cui il Gruppo Abele collabora, dava l’opportunità di trascorrere una settimana sul campo, a sostegno dei volontari che lavorano nei campi, coordinandosi alle azioni gestite dalla Ausl di Mirandola e ho pensato che fosse il modo migliore per ostacolare la tentazione, umana, di dimenticare, presi dalla quotidianità delle nostre vite.

Il tuo gruppo ha prestato il proprio servizio presso il Campo Uno Piemonte, a circa tre mesi dalle prime scosse. Dopo aver trovato una risposta alle esigenze “primarie”, quali sono le necessità delle persone incontrate, dal punto di vista psicologico? 
C’è tanta voglia (e anche tanta capacità) di parlare e tessere legami da parte di molti volontari, che compiono un lavoro straordinario, sforzandosi di dare una continuità nel metodo di accoglienza e assistenza ai 250 sfollati che ancora vivono al campo Uno Piemonte (il campo Due Piemonte, che conteneva altrettante persone, è stato smantellato a inizio agosto, grazie al graduale rientro delle persone nelle proprie abitazioni rimesse in condizioni di agibilità o comunque in sistemazioni alternative al campo, ndr). Ora le persone hanno superato la fase di paura iniziale, legata all’ansia delle continue scosse. Emergono però paure più grandi sul proprio futuro e l’insofferenza legata ad una condizione di disagio inevitabile dopo mesi di vita nelle tende, come la mancanza dei propri spazi e delle proprie abitudini.

Quali sono le difficoltà maggiormente sentite dagli abitanti del campo?
Purtroppo tra le pieghe del soccorso emergenziale si è persa la percezione di un dato sociale conosciuto: la difficoltà di integrazione tra gruppi culturali e nazionalità differenti. Nel Campo Uno ci sono 19 diverse nazionalità. Sui circa 250 ospiti, una cinquanta sono gli italiani (prevalentemente immigrati “storici” dal sud Italia) e altrettanti i cinesi, e poi molte persone di religione musulmana. Le persone hanno tanti bisogni, vivono la fatica della differenza che nell’esasperazione diventa ottimo pretesto per confliggere. La ricchezza della “multiculturalità”, diventa comprensibilmente la fatica di gestire tanta complessità. L’associazione “Psicologi per i popoli”, che è specializzata negli interventi di psicologia dell’emergenza, ha deciso che più che gestire è necessario esserci e portare ascolto, accoglienza. Che a volte vuol dire solo mangiare insieme alle donne marocchine e tunisine il cous cous, nel ventisettesimo giorno di Ramadan, parlare con Salvatore, che vive da anni in Emilia, ma racconta la sua infanzia al paese natio come se fosse finita ieri, oppure fermarsi ad ascoltare la storia di Abdul, in Italia da 24 anni, che da giovane veniva a giocare a calcetto sul campo che ora lo ospita, perché ha perso la sua casa. Col passare dei giorni e l’aumentare della stanchezza, queste differenze hanno fatto sorgere molte incomprensioni e liti, fuori e dentro il campo. Senti dire: gli emiliani “veri” si sono arrangiati a vivere da parenti, oppure in tende e camper fuori dalle case. Nei campi ci sono solo le situazioni più difficili. E allora compare la parola “extracomunitario” e “meridionale”. Anche qui entra in campo l’oblio… ci siamo dimenticati che noi esseri umani, siamo tutti, per natura, “migranti”. Sono i bambini, come al solito, a dare la speranza che nella diversità si gioca… Se ne stanno in quattro o cinque, dentro una micro piscina gonfiabile, felici e allegri. Gli adulti spesso, riescono a scontrarsi nell’oceano, senza incontrarsi.

Secondo quello che hai potuto vedere, di cosa c’è più bisogno, oggi, nell’Emilia del post-terremoto?
C’è bisogno di tornare alla normalità. I campi sono destinati a chiudere, per settembre, con l’arrivo dell’autunno e la riapertura delle scuole. Ci sono ancora molti sfollati, circa 500 solo nei campi della provincia di Modena. E hanno bisogno di garanzie per un posto alternativo in cui vivere. Soprattutto nei centri storici dei paesi maggiormente colpiti, dove è necessario (e in parte è già in corso) un recupero delle strutture che abbia cura del patrimonio culturale che contengono, è importante che si facciano passi avanti per assegnare un’abitazione a chi è rimasto senza, dato che il rientro avrà tempi più lunghi. Molte case sono ancora inagibili, gli alberghi che offrono generosamente le proprie stanze sono lontani da dove si lavora, le unità abitative prefabbricate stentano ad essere assegnate. La Regione Emilia sostiene in parte i costi degli affitti per chi si è dovuto sistemare in abitazioni temporanee, ma non sono rari i casi di aumento dei prezzi di locazione, che vanificano in parte lo sforzo della Regione. Quindi su questi fronti c’è ancora molto da fare, nel più breve tempo possibile.

Cos’hai portato con te, rientrata da questa esperienza?
Tante emozioni, per cui trovo più immagini che parole. Questo campo è pieno soprattutto di speranza, di voglia di ripartire, dell’allegria invincibile dei bambini. Poi c’è anche miseria, disperazione, solitudine e rassegnazione alla precarietà, per un futuro che dipende da troppe variabili. Le scosse si sentono ancora, noi volontari siamo meno abituati a percepirle, ma i residenti le sentono tutte, anche se ormai le hanno incluse nella normalità. Così come la paura, che è un sentimento ancora dominante.
Mi porto dietro anche una cosa, concreta, che ho ricevuto poco prima di partire. È la lettera che mi ha scritto Eja, chiedendomi di aprirla solo una volta partita. Dentro ci sono parole di affetto e un disegno. Su un foglio con tanti colori, vedo la spiegazione di quello che tutti sanno, ma molti dimenticano crescendo: la bellezza di vivere il noi, di una convivenza possibile e arricchente. Perché insieme, volontari e residenti delle tende, hanno condiviso tante cose difficili, la fatica di capirsi, quella della stanchezza e quella del caldo torrido. Ma hanno sperimentato che la terra del campo, quella che per quanto ti spolveri, torna a sporcarti le scarpe e i piedi, non ti impedisce di camminare, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese…verso casa.

(manuela battista)



Facebook

Twitter

YouTube