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Tornare a crescere, ma con più equità

16 Nov Tornare a crescere, ma con più equità

vaciagoPer sconfiggere la crisi sistemica e globale che sta investendo pesantemente l’Italia, ma anche altre nazioni, l’Europa è scesa in campo attraverso le sue istituzioni comuni. Ma i suoi interventi – non sempre e non da tutti condivisi – non sembrano bastare. Abbiamo intervistato l’economista Giacomo Vaciago, editorialista del Sole 24 Ore, che sottolinea la necessità, per ripartire, di perseguire una maggiore equità fra le opportunità rivolte alle diverse fasce sociali. 

Che cosa oggi è più in crisi, in Italia e in Europa: l’economia intesa come modello che regge il sistema degli scambi reali e finanziari, la politica come sistema di rappresentanza, o il delicato rapporto fra questi due “attori”?
La finanza è stata per anni una “grande illusione” capace – così allora dichiarava – di risolvere ogni problema. Non era vero, non è mai vero; e quindi il sogno è diventato un incubo. Ora siamo pieni di macerie, che è quanto è rimasto delle tante bolle originate dalla speculazione. A questo punto, tre sono i lati del triangolo: la finanza, l’economia reale, la politica. La politica debole subisce i due altri lati; la politica forte li controlla. Ma di politica forte non se ne vede molta da nessuna parte: la cosa che più colpisce di questa crisi è quanto siano risultati inadeguati i Governi e più in generale la politica. Hanno faticato a capire cosa stesse succedendo; hanno tardato a intervenire. E pur essendo la crisi sistemica e globale, essi non hanno saputo realizzare quei giochi cooperativi che, unici, darebbero un po’ di sovranità a Governi, che da soli non riescono più a produrre risultati utili.

La situazione per il nostro Paese, ormai l’hanno capito anche i “non addetti ai lavori”, è grave. Le ricette possibili per “salvarci” hanno come dato comune la richiesta di sacrifici ai cittadini, e in particolare alle fasce già deboli. È possibile conciliare le esigenze di rigore economico con le rivendicazioni di giustizia sociale che vengono dalle piazze?
La priorità nel nostro caso è “tornare a crescere”, come Draghi ha ripetuto più volte ogni anno, a partire dal 2006. Ciò richiede varie cose, alcune molto impopolari perché significano rinunciare a “privilegi” forse una volta giustificati, ma non più possibili. Il poter andare in pensione ancora giovani; il non poter essere licenziati; e così via: una volta, sono stati considerati altrettante “conquiste” delle fasce più deboli dei lavoratori. Oggi sono percepiti come privilegi, anche se non lo sono davvero, ma soprattutto perché riguardano alcuni, e non più i loro figli. E’ solo sui figli che abbiamo scaricato tutto l’aggiustamento, ed è qui che manca equità. I figli… non sono tutti eguali, ma sempre più le loro differenze sono ereditate: tu non sei eguale agli altri, perché molto – troppo – dipende da chi già sei alla nascita. Se manca equità nel senso di eguali opportunità, poi viene meno anche l’equità nel senso di differenze socialmente accettabili.
Si parla tanto di imposta patrimoniale, per far contribuire anche i più ricchi al risanamento. Ma qualcuno si è accorto che abbiamo abolito le imposte di successione, e che oggi ci sono divari che si accumulano passando i patrimoni dai genitori ai figli?

In questa fase, secondo alcuni commentatori, le istituzioni europee si stanno praticamente “sostituendo” al governo dei Paesi membri più in difficoltà, fra cui il nostro. Questo inedito protagonismo è un dato positivo o negativo?
Con questa crisi (iniziata 4 anni fa nel mondo anglosassone e poi due anni fa diventata europea), c’è stata una generale preoccupazione dovuta al “rischio sistemico” ed agli “effetti di contagio”.
Di qui, un maggior coinvolgimento degli organi europei (Consiglio e Commissione) nelle politiche di ciascuno dei Paesi membri. Con le nuove regole, debitamente approvate e note a tutti, ciascun Governo deve trasmettere agli altri i propri documenti e programmi di politica economica. C’è poi un esame comune, e l’approvazione di un documento di osservazioni ai singoli Paesi. Noi abbiamo ricevuto osservazioni e critiche. Ma abbiamo fatto le nostre osservazioni e critiche alle politiche degli altri Paesi? Ad esempio, visti i problemi dei nostri attuali squilibri noi abbiamo ricevuto dagli altri Governi e quindi, nel documento comune, dall’Europa, una serie di richieste di tagli del nostro deficit. Ma siamo stati capaci di far notare che il nostro compito sarebbe stato più agevole se i Paesi come la Germania, che possono permetterselo, avessero fatto politiche più espansive? Non dovremmo subirla l’Europa, ma davvero sentirla come casa comune.

(manuela battista e cecilia moltoni)



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