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“Un bambino è un bambino dovunque”

28 Oct “Un bambino è un bambino dovunque”

Sono 711mila i bambini e i ragazzi stranieri che oggi studiano in Italia, pari al 7,9%  di tutti gli studenti, dalla scuola d’infanzia fino ai licei e agli istituti tecnici. E non sono poche le difficoltà che questi giovani incontrano tra i banchi: nelle scuole secondarie di primo grado gli alunni stranieri in ritardo con gli anni sono il 49,1% e in quelle di secondo grado sono addirittura il 71,3%. A dirlo sono i dati resi noti dal ministero dell’Istruzione, che evidenziano anche come gli alunni stranieri studino soprattutto nelle scuole primarie: quest’anno i bambini e le bambine provenienti da altri Paesi sono 254.644, pari al 35,8% di tutti gli studenti. Aumenta tra i banchi anche il numero dei ragazzi di cittadinanza straniera nati in Italia, i cosiddetti “G2″, che oggi sono 263.524, pari al 39,12% di tutti gli studenti.
Ma come viene vissuta, tra i banchi delle nostre scuole, l’inclusione? Quali percorsi, approcci, proposte possono aiutare bambini e ragazzi nel processo di integrazione? Ne abbiamo parlato con Beatrice Gemma, resposabile per Cifa, organizzazione non governativa che da trent’anni è impegnata a tutelare i diritti fondamentali dei bambini, dei progetti di educazione allo sviluppo.
 
Quale tipo di approccio pedagogico è in grado di creare nei bambini una più diffusa consapevolezza rispetto alla valorizzazione delle differenze?
Il nostro lavoro è volto soprattutto a sensibilizzare i bambini e i ragazzi rispetto alle violazioni dei diritti dell’infanzia e agli strumenti per prevenire tali violazioni, in Italia e nel resto del mondo. Lo scopo è quello di creare una coscienza critica, naturalmente in forme diverse a seconda dell’età degli studenti a cui ci rivolgiamo. Il nostro punto di riferimento è l’articolo 1 della Convenzione Onu dei diritti dell’infanzia, ovvero l’uguaglianza di ogni bambino. Un bambino è un bambino in tutto il mondo, in qualsiasi Paese si trovi, con chiunque si trovi.

Quali sono, nello specifico, i percorsi che realizzate nelle scuole?
Cerchiamo, nel quotidiano del nostro lavoro, di valorizzare gli strumenti espressivi di ognuno, utilizzando ad esempio come strumento il teatro sociale e di comunità. Nelle classi utilizziamo il linguaggio della “pedagogia dei diritti”, un approccio che mira a creare empatia tra i bambini indipendentemente dalla loro nazionalità, in quanto titolari, tutti quanti, degli stessi diritti. Un approccio non più basato sui bisogni dei bambini e dei ragazzi, ma sui loro diritti fondamentali. Il focus si sposta da bambini oggettodi diritto a bambini che sono soggetti attivi. Un altro elemento che cerchiamo sempre più di inserire nelle nostre metodologie sono le nuove tecnologie: i bambini e ragazzi sono ormai tutti nativi tecnologici, e spesso si destreggiano nella rete più di noi operatori. Oggi col progetto Diritto anch’io lavoriamo in due scuole di Torino e di Pino Torinese, proponendo percorsi di teatro sociale e di comunità per sensibilizzare i ragazzi delle medie ai diritti dell’infanzia. Nelle Marche, inoltre, stiamo lavorando con 15 classi della provincia di Ancona sulla creazione di un kit didattico per gli insegnanti, nell’ambito di un progetto finanziato dall’Unione Europea, che aiuti maestre e professori a parlare di diritto al gioco, all’identità e alla partecipazione per le scuole medie ed elementari, che uscirà entro la fine del 2011. Sul nostro sito è anche possibile utilizzare lo “sportello scuola”, uno strumento che mettiamo a disposizione dei genitori adottivi per porre domande relative all’integrazione dei propri figli a scuola e alle problematiche eventualmente riscontrate nel loro percorso scolastico.

Che tipo di difficoltà incontrate nei ragazzi e nel vostro lavoro in generale?
Le difficoltà che incontriamo sono legate quasi sempre alla struttura della scuola, che ha tempistiche particolari (a maggio devi già decidere cosa farai a settembre, e due ore di attività corrispondono a due insegnanti diversi da mettere d’accordo) e non ha possibilità di retribuire gli insegnanti per le ore di attività in più, quindi se i docenti partecipano ai progetti lo fanno a titolo di volontariato. Spesso, inoltre, nei ragazzi riscontriamo una mancanza di interesse. Spesso si fa fatica a trovare un approccio che riesca a coinvolgerli e far loro capire quanto siano effettivamente importanti certi temi.

Dal vostro osservatorio i tagli sulla scuola hanno in qualche modo danneggiato i percorsi di integrazione ed educazione all’intercultura?
La scarsità dei fondi ha sicuramente penalizzato la scuola anche in questo ambito: prima di tutto non è possibile avere gli assistenti di sostegno e i mediatori interculturali necessari ad affrontare esigenze particolari (conosco scuole nel quartiere di Porta Palazzo, a Torino, dove sono i genitori a fungere da mediatori culturali) , poi, è chiaro che se oggi non ci sono neppure i soldi per comprare la carta igienica, diventa difficile integrare l’offerta formativa con questo tipo di progetti, che hanno un costo e che prevedano attività extracurriculari. Però la scuola sta dimostrando di avere fantasia e attivare tante sinergie. In questo le Ong possono essere uno strumento prezioso, andando a presentare a donatori nazionali e internazionali progetti di cui le scuole possano beneficiare, per sopperire in qualche modo a questi tagli.

(federica grandis)



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