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Un dado per dire no a Sarkozy

16 Sep Un dado per dire no a Sarkozy

dado_sito_intNello scorso agosto il governo Sarkozy ha dato il via al rimpatrio dei rom di cittadinanza rumena presenti in Francia senza permesso, motivando l’azione con ragioni di ordine pubblico. Il rimpatrio è stato sollecitato con l’elargizione di bonus: 300 euro per un adulto, 100 per un bambino. Ieri Viviane Reding, commissario alla Giustizia dell’UE, ha denunciato l’illegalità della misura: la direttiva comunitaria sulla libera circolazione dei cittadini prevede che qualsiasi misura di espulsione sia individuale, non collettiva. A sostenere la politica francese è intervenuto il nostro premier, che in un’intervista al Figaro ha bacchettato la Reding: «sono questioni da trattare in privato, non pubblicamente».
Parole che lasciano intendere la volontà di costituire quella che lo storico Adriano Prosperi su Repubblica ha chiamato “Internazionale della paura”: come in passato altre minoranze, i rom rischiano di diventare il capro espiatorio su sui scaricare ansie e incertezze di un’Europa alla prese con la più grave crisi economica degli ultimi decenni.

Non tutti però sono disposti ad assecondare la politica della ruspa e degli sgomberi. Ci sono associazioni e amministrazioni che cercano, pur tra molte fatiche, di costruire percorsi di convivenza e di sicurezza.
Tra queste “Terra del Fuoco”, che nell’hinterland di Torino, a Settimo torinese, gestisce la realtà del “Dado”. Abbiamo rivolto alla responsabile, Rosy Falsetta, alcune domande.

La vostra realtà attira apprezzamenti ma anche molti mugugni. Gli scontenti si chiedono: «Perché dare la casa ai Rom e non invece ai tanti italiani in difficoltà?». Cosa rispondete?
Sono questioni completamente diverse. Quello stabile non sarebbe stato comunque destinato ad altri italiani. Averlo fatto con i rom non esclude la possibilità di farlo in futuro con famiglie italiane in difficoltà. Affermare in linea di principio “prima agli italiani”, significa lasciare sempre i rom ai margini. Poi, però, bisogna smettere di lamentarsi se i campi diventano microcosmi di criminalità! Se non si approntano politiche diverse, il campo diventerà sempre una zona franca nella quale nessuno andrà mai a controllare. E non è proprio questo ad alimentare l’insicurezza? In secondo luogo, non abbiamo pensato alle strutture come luoghi destinati esclusivamente ai rom. Vivono ad esempio al “Dado” alcuni ragazzi iraniani che hanno alle spalle percorsi completamente differenti. Non vogliamo che questi luoghi siano percepiti come dei ghetti ma come realtà dove esiste una reale coabitazione. Il nostro obiettivo più alto è quello di creare sinergia tra le fatiche dei giovani precari in cerca di casa e quelle vissute dai migranti, in particolare rom. Questo sarebbe sì un welfare alternativo!

L’esperienza del Dado si muove controcorrente rispetto alle politiche sull’immigrazione predominanti in Italia e altrove. Quali passi sarebbero utili per trasformare questa esperienza in politica pubblica?
Potrebbero sembrare accorgimenti semplici, ma comportano un impegno non solo locale e nazionale ma internazionale. Una buona politica pubblica deve essere capace di conciliare sicurezza, legalità e rispetto dei diritti. Con il raggiungimento di questo equilibrio sarebbe possibile distinguere chi è realmente interessato ad inserirsi nel nostro tessuto sociale e far capire a chi vuole delinquere, nascondendosi nei campi rom, che sta sbagliando strada.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate nella costruzione di percorsi di convivenza?
Il primo ostacolo è sicuramente il pregiudizio. Anche il vicino più accogliente si mostra allarmato al vedere delle famiglie rom abitare accanto a lui. L’immaginario collettivo continua a vedere nel rom un pericolo. Ma quando vivi in estrema povertà e perennemente ai margini non è facile farti amare da chi ti sta intorno. Inizialmente anche al Dado non è stata riservata una grande accoglienza. Ma progressivamente, quando la popolazione ha visto i bambini frequentare costantemente le scuole e gli adulti lavorare, l’atteggiamento è cambiato.
Parte a giorni l’iniziativa di bonificare, grazie all’apporto di volontari, il campo Rom di Lungo Stura Lazio a Torino. Quali sono gli obbiettivi?
Molto concreti: questa azione potrebbe, per esempio, permettere a tanti bambini di vivere in modo più dignitoso. Questo è un modo semplice per portare alle persone che vivono là la nostra vicinanza e non solo l’intolleranza purtroppo diffusa. È poi per dare loro uno stimolo. Non saremo solo noi volontari a pulire e bonificare, ma gli abitanti stessi del campo. È modo per fargli prendere consapevolezza che con l’impegno, la costanza, è possibile ottenere il riconoscimento dei propri diritti.



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