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Un facebook del sociale per “condividere” la speranza

14 Jan Un facebook del sociale per “condividere” la speranza

urbancreative_educazione_Collaborativa_Carlo_Infante1Sarà pronto tra poche settimane e si chiamerà Shiny Note.  Ma in molti lo hanno già ribattezzato come “il Facebook della bontà”.  Si tratta di un nuovo social network che sarà attivo a partire dalla fine di gennaio e si servirà degli stessi strumenti di scambio di Facebook o di Twitter. Ma con un obiettivo completamente diverso. Sul sito, che non è ancora operativo ma che ha già raccolto un piccolo drappello di sostenitori, Shiny Note viene spiegato così: “Abbiamo immaginato un socialnetwork fondato su basi etiche. Lo abbiamo costruito intorno alle storie delle persone, e lo abbiamo destinato a coloro che sanno rintracciare nel quotidiano una scintilla di speranza”. Un network del no profit, dunque. Pronto a mettere in rete le tante storie di associazioni, enti, organizzazioni che lavorano per un mondo migliore. E per tenere accesa la speranza nonostante tutto. Abbiamo chiesto a Carlo Infante, giornalista, scrittore, esperto di performing media, di spiegarci quali opportunità possa davvero offrire Shiny Note al mondo del no profit.
Perché nasce Shiny Note? Qual è secondo te l’esigenza che ha portato alla sua fondazione?
Anzitutto “Shiny Note” non è una novità. L’esperimento della costruzione di un social network del volontariato è stato già fatto con “Jumo”, una “creatura” pensata da Chris Hughes, il consulente di Obama che si è occupato di tutta la questione del found raising nel corso della sua campagna elettorale. Questo “moto centrifugo” che sta alla base delle dinamiche dei social network, è bene chiarirlo, corrisponde a un’esigenza innata nell’uomo, ossia il bisogno di condividere, di mettere in rete, di rendere partecipi gli altri del proprio mondo. Si tratta di una sorta di istinto primario. Una dinamica che Hughes ha ben saputo cogliere. E che certo può trasformarsi in opportunità, anche per il mondo del no-profit. Il web è un’occasione straordinaria capitata all’uomo in una delle fasi più gravi della sua storia. Oggi viviamo infatti una crisi economica irreversibile, di una gravità inaudita.  E proprio per questo dobbiamo rimettere in gioco tutte le nostre risorse. Hughes sostiene che l’unico modo per fermare questa crisi sia la possibilità di mettersi in cerca, di “lucidare le antenne”, di fare attenzione, di riuscire a cogliere tutte le opportunità.  Il mondo dell’impresa ha già capito che i soldi non si fanno più attraverso la merce e su questo si sta interrogando: da qualche tempo si parla non a caso di “social innovation”, di esplorazione di nuovi campi, di nuove forme di linguaggio.

E il mondo del sociale come si pone rispetto a questa possibilità di esplorare nuove strade?
Il no-profit è terribilmente in ritardo. Nonostante tutto il lavoro che si fa. Il mondo del volontariato, dell’associazionismo non può permettersi di non cogliere quest’onda di rinnovamento. Non parlo solo di social networking ma anche della capacità di progettare azioni particolari, di far fiorire il proprio potenziale, che in alcuni casi è straordinario, ma che in troppi casi è utilizzato in una percentuale bassa, bassissima. Il social network è una delle opportunità che oggi abbiamo per innalzare il livello di questa percentuale. Per valorizzare, ampliare, far crescere tutto ciò che di buono nasce e si sviluppa nel cuore di tante associazioni, realtà, reti del sociale.

Ma un socialnetwork riservato esclusivamente al mondo dell’associazionismo e del volontariato, non rischia di “ghettizzare” il no-profit? Abbiamo davvero bisogno di parlare “tra noi”?
Il rischio di autoreferenzialità indubbiamente c’è, così come c’è in tutte le interviste che si fanno in questo mondo, in tutti gli articoli, in tutti gli approfondimenti che possono essere pensati e scritti.  La differenza sta nel fatto che il social network non ha bisogno di “conquistarsi” uno spazio su un quotidiano, se lo prende da solo. E la comunità di interesse che è vicina all’associazione o all’ente no profit si nutre di questo spazio e a sua volta lo alimenta. Tutto questo è straordinario, ha un potenziale enorme. E innesca dinamiche in grado di dar vita a contenuti nuovi.

“Postare” i propri progetti su un social network significa raccontarli utilizzando un linguaggio semplice, immediato, di facile comprensione. Non c’è il rischio, in questo modo, di “banalizzare” ciò che si fa?
Partiamo da un assunto importante: la comunicazione oggi o è un “comunicare con”, e quindi funzionale alle dinamiche di partecipazione, oppure rimane un semplice gioco di specchi, un “comunicare a”, insistente e ridondante. Questo assunto diventa ancora più forte e centrale se riferito al mondo del no profit. La semplicità del comunicare, poi, è un risultato: non dobbiamo averne paura perché non è un dato di partenza ma un lavoro che si fa per sottrazione, come fa uno scultore. Semplificare non significa essere banali o scontati. Dobbiamo caricare la rete di contenuti che sono semplici ma non semplificano. E soprattutto dobbiamo caricarla non solo di contenuti ma di dinamiche, di relazioni con questi contenuti. L’interattività può e deve tradursi in una nuova interazione sociale, capace di dare forma e dinamica anche ai temi del no profit e del volontariato. Raggiungere la semplicità per sottrazione significa capire che la realtà è multidimensionale e significa saper selezionare, anche rispetto al proprio operato, ciò che serve. Intercettiamo le peculiarità dei target, degli interessi, dei territori e lavoriamo su questo. Anche, e soprattutto, come reti di volontariato.

E questa possibilità di comunicazione cosa può offrire di nuovo al no-profit?
La crisi del modello economico tradizionale della quale parlavo prima impone anche al sociale di trovare soluzioni nuove. Soluzioni che stanno nella ricchezza prodotta non solo dai contenuti ma dai comportamenti creativi espressi dagli utenti.  L’interattività come interazione sociale possibile è una scommessa antropologica e anche economica. Scendendo davvero sul concreto, infatti, utilizzando queste reti di comunicazione si possono per esempio risparmiare molti euro. Le tariffe postali agevolate sono state annullate e una spedizione costa cinque volte più di prima; i contributi del 5 per mille sono stati ridotti drasticamente azzerando spesso i budget delle associazioni; sulle vendite per beneficenza i costi pesano fino al 30 per cento. Ecco, il social networking è in grado di tagliare tutti questi costi, ci insegna a fare economia. E in un momento come questo non è cosa da poco.

Credi che l’uso di questo mezzo inesplorato genererà, alla lunga, anche contenuti nuovi?
Di più. Non solo avremo nuovi contenuti ma nuovi comportamenti: mi piace pensare che a produrre informazione sia anche un gesto, un atto, un comportamento. Dobbiamo spostare i termini in avanti, dentro l’innovazione. Un’innovazione che è indispensabile anche per chi opera e lavora su temi importanti, forti, significativi, come una onlus o un’associazione.

Ma non credi che una selezione sia comunque indispensabile? I fondatori di Shiny Note spiegano che potrà accedere alla rete solo “chi lavora su basi etiche”. Cosa significa?
Bisogna essere molto consapevoli del fatto che le dinamiche dei social network sono difficili da gestire. Il rischio è che possano sfuggire di mano. Ecco perché dobbiamo usare questi mezzi con criterio, dobbiamo saperli valorizzare, qualificare i contenuti che mettiamo in circolo e qualificare le relazioni interne. Bisogna usare queste modalità comunicative, non farsi usare. Si, bisogna giocare i media per non essere giocati. Questo è l’intento dei Performing Media Lab, come quello sorto a Torino con Libera in un bene confiscato alle mafie. Si tratta di creare le condizioni per sviluppare un’intelligenza connettiva basata sulla condivisione e capace di rigenerare la politica partendo dall’assunto che il web è il nuovo spazio pubblico dove giocare le scommesse antropologiche che si prospettano.
(federica grandis)



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