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La Turchia dopo il tentato golpe

12 Dec La Turchia dopo il tentato golpe

2584221“Viviamo in un momento storico in cui salgono al potere formazioni e individui che si accaniscono verso gli ultimi e i più poveri: in Turchia Erdogan reprime l’opposizione, mentre in Europa e negli Usa vincono le elezioni o aumentano i propri consensi movimenti che basano il proprio programma elettorale sulla lotta all’immigrazione. Senza avere risposta alcuna per la crisi economica”. Così sostiene Murat Cinar, giornalista freelance e attivista turco che da oltre quindici anni vive nel nostro Paese. Con Murat abbiamo parlato della situazione in Turchia dopo il tentato golpe dello scorso 15 luglio: da quel giorno il governo e il presidente hanno incarcerato sommariamente oltre 30mila persone, introdotto lo stato di emergenza e represso in maniera violenta tutti gli oppositori, siano essi golpisti, giornalisti, professori dissidenti o attivisti curdi. Forse verrà reintrodotta la pena di morte contro i presunti golpisti.

Murat, da dove trae la legittimazione del suo potere Erdogan nel portare avanti la repressione dopo il tentato golpe dello scorso luglio?
Il presidente della Repubblica Recep Tayyp Erdogan e il suo Partito di sviluppo e giustizia (Akp) non rappresentano un progetto nuovo per il tessuto culturale, antropologico e sociologico della Turchia. Stiamo parlando di un Paese che ha una cultura fortemente nazionalista e conservatrice, dove molte persone vivono nella paura fomentata dai media e dalle autorità politiche: si diffondono spesso notizie che parlano di complotti di Paesi stranieri volti alla destabilizzazione attraverso organizzazioni terroristiche armate. Erdogan e l’Akp prendono il potere da un elettore nazionalista e islamista, ma sopratutto molto impaurito. In questi 15 anni l’Akp ha reso la società molto più conservatrice rispetto a prima, giustificando la repressione con la difesa della patria. Il tentativo di golpe è stato messo in questi termini, e la repressione giustificata dalla difesa da una minaccia esterna, anche a costo di applicare lo stato di emergenza e di incarcerare giornalisti e licenziare accademici.

Tu parli di un Paese nazionalista e molto religioso. Ma mi ricordo che nel 2013 ci fu un grande movimento di protesta laico e progressista, il movimento Gezi Park. Cosa è rimasto di quell’esperienza?
Quel movimento ha ricevuto una risposta aggressiva in termini di ordine pubblico da parte della polizia. Durante i due mesi di manifestazioni sono morte 8 persone, e più di 2.000 sono rimaste ferite: 10 di queste sono ora disabili. Tutt’ora sono in atto dei processi verso i medici che sono scesi in piazza a soccorrere i feriti o verso gli avvocati che hanno difeso i cittadini malmenati dalla forze dell’ordine. Una risposta politica e mediatica molto schierata. C’è anche una parte positiva: chi è sceso in piazza adesso ha una sua storia e un ricordo da trasmettere alle future generazioni. Il Paese per la prima volta ha assistito a una rivolta popolare così forte. Purtroppo, però, da quel movimento non è nato un partito politico né ha preso il via una proposta alternativa in grado di cambiare le cose e di sfidare sul piano politico l’Akp.

L’Europa, nonostante la timida condanna dell’europarlamento, è tiepida verso la repressione e con Erdogan ha stretto il famoso accordo sui migranti da sei miliardi di euro. Questo quanto rafforza il Presidente a livello interno e quanto gli permette di ricattare l’Europa?
In termini di politica migratoria questa non è una novità: con l’ex dittatore libico Gheddafi è stata assunta la stessa misura, prendi i soldi e ti tieni gli immigrati. E se sei un despota che viola i diritti umani, all’Ue non importa nulla: grazie ad alcuni giornalisti abbiamo scoperto la situazione in cui vivono gli immigrati in Libia, confinati dentro carceri dove vengono torturati dalla polizia libica o, peggio, venduti ai trafficanti. L’Ue sta facendo la stessa cosa con la Turchia, che, ricordiamoci, non ha firmato interamente la Convenzione di Ginevra, quindi il diritto all’asilo politico per chi non viene dall’Europa non è riconosciuto. Come ha denunciato il blog Fortress Europe, in Turchia ci sono diversi centri di identificazione e espulsione illegali, e le condizioni nei campi profughi sono molto precarie. Ciò non toglie che la Turchia ha accolto più di 3 milioni di siriani e iracheni e ora è il Paese con maggior numero di profughi nel mondo in termini assoluti.
L’accordo rende il ricatto bilaterale: i Paesi membri dell’Ue sostengono l’ingresso della Turchia all’interno dell’Unione a patto che Erdogan rispetti l’accordo sui migranti. Dall’altra parte, come una partita di poker, anche il governo e il presidente turco ricattano l’Europa con la questione dei visti e della riapertura delle frontiere. In mezzo finiscono le persone che, come vediamo, muoiono in mare con l’obiettivo di attraversarlo, oppure vivono in condizioni terribili. Il canale televisivo britannico Bbc ha prodotto un documentario in cui parla di bambini siriani che producono vestiti per le grandi aziende, come Zara e H&m. Questa è la situazione in cui vivono i siriani che sono appunto soggetto della discussione e del ricatto tra una parte e l’altra. Non è degno che l’Europa, che si definisce la patria della democrazia e dei diritti, permetta che le persone vengano trattate in questo modo.

(giacomo pellini)



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