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Un gioco ai limiti

16 Feb Un gioco ai limiti

Ogni Stato europeo è libero di limitare o vietare il gioco d’azzardo sul proprio territorio per tutelare i consumatori, prevenire le frodi e sensibilizzare i cittadini sulle spese eccessive legate al gioco. Questa in sintesi la risposta della Corte europea di Strasburgo alla Stanley International Betting, in merito al ricorso contro l’Italia per l’annullamento della gara di assegnazione delle concessioni del 2012 e in particolare sulla durata delle stesse (passate dai 9-12 anni precedenti agli attuali 40 mesi). Ma l’Italia ha veramente scoperto l’importanza della tutela dei propri cittadini dai rischi dell’azzardo? Lo abbiamo chiesto al sociologo Maurizio Fiasco.

La sentenza della Corte europea in merito al ricorso di Stanley Betting contro lo Stato italiano può essere interpretata come un’esortazione alla creazione di una norma europea a tutela dei cittadini?
Non direi. Semplicemente la Corte di Strasburgo ha confermato che il nostro Stato ha la sovranità di fissare la durata dei tempi della concessione. Il punto vero è che la Stanley Bet ne lamenta la variazione, poiché da “biblici” sono divenuti brevi. E questo, secondo i ricorrenti, renderebbe insostenibili i costi di ammortamento rispetto al capitale investito, provocando una disparità di trattamento tra i concessionari arrivati prima e quelli arrivati dopo.

Facciamo un passo indietro. In cosa consiste l’investimento di un concessionario e perché il suo ammortamento richiede tempi lunghi?
I tempi lunghi sono dovuti alla consistenza dell’investimento finanziario necessario per implementare l’offerta di azzardo. Il primo step, per entrare in questo business, è ottenere credito o risorse finanziarie in vario modo: collocando titoli in fondi d’investimento oppure ottenendo mutui dalle banche. Gli stessi istituti di credito, per esempio, acquisterebbero azioni o bond dei concessionari, per poi “ricollocarli” ai loro clienti. A fronte di una promessa di valorizzazione di tale capitale finanziario. Se la concessione, invece, avesse una durata breve, risulterebbe impossibile per i nuovi concessionari imitare i precedenti nella costruzione di un sistema finanziario derivato. Aggiungiamoci un ben noto meccanismo di mercato: di anno in anno, man mano che si conclude il ciclo di un determinato “prodotto” e mentre il mercato si va saturando, si offrono nuove modalità di gambling e il margine di guadagno si assottiglia. Trovandosi in questa situazione, si comprende come la Stanley Bet abbia presentato un ricorso del genere alla Corte.

Ma il sistema italiano è differente da quello della maggior parte degli altri Paesi europei…
Decisamente. In Italia il gioco in denaro avviene in regime di “concessione”, mentre gli altri Paesi adottano la”licenza”. La differenza tra le due forme è il profilo di responsabilità giuridica. La licenza è un’ordinaria autorizzazione a esercitare attività commerciale, rispettando le norme ordinarie di responsabilità civile, penale e amministrativa, vigenti per tutte le attività a fini di lucro. Tradotto, nel campo dell’azzardo: ogni operatore è responsabile direttamente delle conseguenze della sua offerta commerciale. Se dunque l’attività di vendita di azzardo causa dei danni o dei costi a “terzi” (il giocatore, quel quartiere, quella città) o l’aumento delle spese sanitarie e welfare, tutto questo va pagato.
In Italia il gioco viene esercitato su “concessione”, ossia sulla facoltà accordata dallo Stato, detentore del monopolio, di sfruttare un bene pubblico a fini di profitto privato: dietro corresponsione degli oneri concessori. Per esempio, le telecomunicazioni via etere non vengono offerte su mercato in base a licenza, ma a concessione: perché l’etere è un bene pubblico e le frequenze possono essere un numero limitato. Così è per le miniere, per i fiumi, per le spiagge, perché il territorio della patria non è privatizzabile.

Quello stipulato in Italia è dunque un contratto più rigido rispetto ad una licenza?
Qui sta il paradosso. Potrebbe sembrare una maggiore severità, ma in realtà non lo è. Sotto l’ombrello di una concessione, infatti, gli imprenditori del gambling sono irresponsabili dal punto di vista civile. E così se qualcuno lamentasse danni ricevuti dall’attività del gioco non potrebbe richiederne il risarcimento al concessionario bensì dovrebbe citare lo Stato. Con un’azione giudiziaria contro lo Stato che ha accordato la concessione. Si comprende bene l’impossibilità pratica di ottenerlo.
Vi si aggiunga un’ulteriore complicanza: in Italia, formalmente, il gioco d’azzardo non esiste in diritto: con un artifizio linguistico è denominato gioco di abilità con una componente di alea. Insomma, si è aggirata la Costituzione, con la quale l’azzardo confligge, in ben cinque articoli, con un semplice cambio di etichetta.

Con l’analisi dei dati degli ultimi anni (Eurispes 2014) è possibile notare che in Italia, nonostante la crisi, si gioca di più, sebbene si guadagni di meno. Come questo cambiamento incide sui comportamenti quotidiani di un giocatore?
Per ponderare il gioco in Italia dobbiamo usare due unità di misura, quella della quantità del denaro e quella del tempo di vita. E infatti gli italiani giocano sempre di più se si calcola la durata tempo sociale di vita trascorso nell’azzardo. Il valore nominale “monetario” investito nel gioco rimane invece grosso modo stabile. Perché avviene il “travaso” dal consumo di un tipo di gambling a un altro, quello on line, con quote trattenute minori. Così, anche i margini per lo Stato e quelli per gli stessi concessionari si assottigliano (per le “big five” dell’azzardo un po’ meno che per l’erario). Ma per il business dell’alea è essenziale mantenere il popolo dei giocatori attaccato alla macchina dell’azzardo. E’ un modello industriale che presenta un’altissima frequenza di gioco, dove si alternano continuamente sequenze di gratificazione per una vincita di piccolo calibro e di perdita di somme unitariamente modeste, la cui entità va però calcolata alla fine del ciclo. E’ una “macchina” che progressivamente trasforma il gioco in dipendenza. Si è facili profeti prevedendo che questa operazione genererà un’epidemia di gioco patologico. In ipotesi logica ne deriva la quasi completa sostituzione dell’area dei giocatori “sociali” con la platea di giocatori patologici. Un arruolamento ad infinitum. In spregio all’ordinamento costituzionale vigente e senza che siano applicabili delle norme che tutelino effettivamente le persone. Non c’è più distinzione tra giocatore e non giocatore. In questo meccanismo tutti gli italiani divengono un target appetibile del marketing dell’azzardo.

Come si intrecciano crisi economica e gioco d’azzardo?
In molti modi. Dalle conseguenze fino alle cause stesse della crisi. Aumenta la propensione all’azzardo come riflesso della recessione; l’incremento del gambling peggiora i conti economici e finanziari dello Stato. Se riflettiamo sull’attualità, a mio parere c’è una ragione per cui siamo l’unico Paese del G7 che è ancora in recessione e, in Europa, siamo l’unico Paese – oltre la Grecia – che ancora continua ad arretrare.
Le grandi crisi economiche della storia, che si sono risolte positivamente, avevano alla base la ricostruzione di un senso comune, di una motivazione a reagire. L’Italia ancora non ce l’ha. L’aumento italiano del fatturato in azzardo è un indicatore di questa situazione. Il gioco alimenta la passività, vive di attesa, di dirottamento della volontà. Ciò denota un atteggiamento mentale di noi italiani, ancora in attesa che la soluzione alla crisi venga “da fuori”, dal mutare del vento.
In tale deriva, constato che le Regioni, i comuni, le associazioni, i movimenti cominciano a farsi sentire e a protestare. È una novità positiva, un comportamento discontinuo rispetto al blocco totale prolungatosi per anni. Non si può proporre, ad esempio, una politica attiva per il lavoro se si inducono i disoccupati a rimanere per ore incollati alle macchinette mangia soldi. Non si possono rilanciare i consumi delle famiglie se esse invece di comprare beni ordinari acquistano scatole di gratta e vinci.

Tredici Regioni su venti in Italia hanno già legiferato per regolamentare l’azzardo. Cosa manca alle altre e quanto questo indica un mutamento rispetto all’atteggiamento dello”Stato biscazziere” di pochi anni fa?
Le leggi regionali sono il passo iniziale. Un passo importante. Rappresentano l’ingresso delle istituzioni decentrate, che finora sono state assenti, sul tema del gioco. È il riconoscimento di un’opinione pubblica, la concretizzazione di un pensiero partito dal basso, che mira a recuperare gli errori delle amministrazioni centrali per imporre norme nazionali che tutelino dai danni del gioco.

(toni castellano)



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