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“Un impegno comune per la dignità delle donne”

07 Feb “Un impegno comune per la dignità delle donne”

vesnaÈ possibile raccontare da un diverso punto di vista la protesta che il 13 febbraio porterà in piazza le donne? Vesna Scepanovic, montenegrina, in Italia per lavorare come giornalista, animatrice sociale, educatrice in un’associazione di donne straniere, ci parla di eguaglianza, parità di diritti e dignità a partire dai vissuti delle donne migranti. E ci spiega come “la questione che coinvolge il presidente del Consiglio sia solo la punta di un iceberg molto più profondo, fatto di erosione dei diritti, povertà culturale, precarietà”.

Almateatro è uno spazio d’incontro e condivisione per donne di diversa nazionalità e cultura. Vi è capitato di discutere delle recenti vicende che coinvolgono il nostro premier? Che idea ve ne siete fatte?
Migrazione e questioni di genere sono due dei pilastri portanti di Almateatro, la compagnia teatrale femminile della quale faccio parte, attiva dal 1993. Lavoriamo per creare momenti di condivisione che coinvolgano donne di diversa nazionalità, ma vogliamo anche dare un contributo al territorio facendo la nostra parte per generare cambiamenti sociali e culturali. Alla luce di questi percorsi, non possiamo che dirci stupite e indignate per le modalità con la quale politica e giornali italiani trattano la figura della donna, anche se non è tanto l’ultimo scandalo a preoccuparci, quanto piuttosto un atteggiamento culturale che si protrae da più di quindici anni, che influenza l’opinione pubblica attraverso la televisione e che porta a giustificare, o quantomeno tollerare, una continua erosione dei diritti. La questione che attualmente coinvolge il presidente del Consiglio mi pare sia solo il simbolo di come i rapporti tra uomo e donna si siano deteriorati, a causa di un più ampio deteriorarsi e degradarsi del contesto politico e culturale. Giornali, media ma anche la cosiddetta “opinione pubblica” raccontano le donne in modo superficiale, soffermandosi a descrivere una parte minoritaria di noi, mentre le migliaia di donne che lottano e faticano ogni giorno per essere riconosciute in un paese straniero restano invisibili. Più che gli scandali sessuali, ci preoccupano questi problemi. Certo, ci rammarichiamo della presenza marginale delle donne in politica – immigrate e non – perché dimostra palesemente che stiamo ancora subendo un retaggio delle dinamiche maschiliste e patriarcali di qualche decennio fa. Ma più ancora ci addolora vedere che, tra le poche donne in Parlamento, alcune non siano lì per merito e capacità, ma per avere accettato compromessi di altro tipo. Un personaggio pubblico, più ancora se politico, non può esimersi dal rispondere al Paese che governa per come considera le donne, per il fatto di trattarle come oggetti sessuali, o, che è diventata quasi la stessa cosa, come “soggetti politici” chiamati a obbedire esclusivamente ai suoi ordini.

Molte ragazze “giustificano” l’uso del corpo a fini sessuali come una scorciatoia per arricchirsi o ottenere favori in vari ambiti, dallo spettacolo alla politica. Per contrastare questa mentalità cosa è necessario fare? Bastano gli strumenti culturali o è necessario costruire maggiori condizioni di eguaglianza sociale? Quanto la povertà e il precariato incidono sulla rinuncia femminile alla propria dignità?
Innanzitutto io distinguerei tra chi si prostituisce per scelta propria, cercando in tempi brevi ricchezza e notorietà, e chi è vittima di sfruttamento o di tratta. Per queste donne, spesso costrette a vendere in strada il proprio corpo, non può valere il discorso che si fa per le cosiddette “escort”. Di certo la lotta per contrastare la mentalità di chi giustifica l’uso del corpo come scorciatoia deve muoversi su diversi fronti. Servono nuovi strumenti culturali, ma anche una redistribuzione del reddito che stabilisca un’eguaglianza sociale. Serve lavorare sulla riduzione della povertà femminile, ma occorrono anche maggiori investimenti nella formazione dei più piccoli: un Paese che conta un milione di bambini nati da migranti non può permettersi di non pensare a progetti scolastici che affrontino il tema dell’integrazione e della convivenza, tra diverse cittadinanze, ma anche tra diversi generi. Quanto ai problemi reali, concreti, delle donne migranti e non, conosciamo tutti le difficoltà delle madri con figli, delle donne sole, delle nuove forme di famiglia che si stanno costituendo. Ma i giornali non ne parlano, preferiscono raccontare storie di altre donne. A causa dei tagli governativi, della mancanza delle strutture e della difficoltà di avere un lavoro stabile, tutto è diventato più complesso e difficile. E troppo spesso, a farne le spese, è proprio la nostra dignità.

Le donne italiane che provano disgusto per quello che sta accadendo si troveranno, il prossimo 13 febbraio, in molte piazze d’Italia. Pensate di partecipare anche voi alla protesta? In che misura i cambiamenti portati dall’immigrazione possono portare a un’emancipazione sociale di tutte le donne? 
È bello vedere come una parte delle donne sia impegnata, in questi giorni, nel costruire una rete per protestare contro quello che sta succedendo. Credo però che manchi un coinvolgimento “dal basso” di tutte le donne: casalinghe, disoccupate, precarie, migranti. Non riusciremo mai a costruire una diversa immagine femminile senza dare spazio anche a coloro che sono ai margini, che subiscono quotidianamente discriminazioni per la propria condizione sociale, o semplicemente per il fatto di essere straniere. È nell’ottica di questo ampio coinvolgimento che italiane e migranti devono far sentire, insieme, la propria voce. Per rivendicare una diversa immagine femminile, certo, ma anche per cambiare leggi come la Bossi-Fini o il cosiddetto “Pacchetto sicurezza”, provvedimenti che hanno fomentato la divisione tra cittadini di “serie A” e di “serie B”, con milioni di stranieri che vivono e lavorano in Italia da anni, ma che ancora non hanno diritto di votare e scegliere la classe dirigente del Paese. Nel migliore dei casi le donne straniere oggi vengono interpellate per raccontare le loro storie di migrazione, o, peggio, per dare una rappresentazione “folkloristica” del loro paese di origine. Non essendo “portatrici di voto”, a pochi interessa l’opinione politica delle donne immigrate. Il mio grande desiderio è quello di vedere donne italiane e migranti scendere in strada contro tutto questo: contro l’attuale condizione femminile ma anche contro i Cie, dove vengono ammassate persone arrivate in Italia con la speranza di migliorare la propria vita, contro la mancanza di asili nido e scuole materne, così come contro le discriminazioni sul posto di lavoro. Una lotta comune che serva ad ottenere parità di diritti nella politica, nell’istruzione, nel lavoro e nella famiglia. 

Nel tuo lavoro conduci laboratori teatrali che coinvolgono donne di etnie, religioni e culture diverse. Qual è l’obiettivo di questo lavoro, e quali sono le maggiori difficoltà?
Da anni sentiamo nel nostro lavoro teatrale la necessità di rappresentare le diversità di cui è composto l’universo femminile, ma anche ciò che ci accomuna tutte. Lavoriamo con donne di tante nazionalità, giovani e adulte, lavoratrici e non: il teatro e la letteratura diventano un mezzo per incontrarsi, ritagliando, a volte con fatica, uno spazio e un tempo nel quale condividere pensieri e desideri e valorizzare le culture “altre”. Non sempre è facile coinvolgere persone che spesso sentono su di sé una doppia discriminazione, come migranti e come donne. E, in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, crescono anche la paura e la preoccupazione rispetto alla possibilità di riuscire a progettare un futuro diverso, in grado di fornire risposte ai bisogni che ogni giorno, anche in un contesto come quello di un laboratorio teatrale, incontriamo. I fondi per progetti che promuovano l’interculturalità sono molto più scarsi rispetto al passato e anche quell’isola felice che era il mondo della scuola comincia a fare fatica ad elaborare percorsi culturali significativi. Malgrado la difficoltà di lavorare con pochi fondi, attraverso il teatro rivendichiamo, facendo la nostra piccola ma importante parte, il diritto ad una società basata sulla giustizia e sull’uguaglianza.  Insomma, proviamo ogni giorno a lavorare per la democrazia. 


(manuela battista e federica grandis)



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