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Un passo indietro, per guardare avanti

02 Jan Un passo indietro, per guardare avanti

arminio_ritratto_da_mario_donderoNon è un filosofo, né un politico, “né uno in grado di risolvere problemi di alcun tipo”. Franco Arminio (giornalista per “Il manifesto”, “Il Mattino” di Napoli, il “Corriere del Mezzogiorno”, autore di libri di successo come Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, e Terracarne, edito da Mondadori)  è documentarista, animatore di battaglie civili, scrittore, e soprattutto “paesologo”. Una persona che ha scelto di raccontare e di vivere ciò che lo circonda da una prospettiva altra, diversa. Possibile.

Chi è un paesologo? Che cos’è davvero la paesologia?
Un paesologo è uno che scrive, che produce visioni senza l’obbligo che siano coerenti, senza il rigore e la consequenzialità del lavoro scientifico. Io sono nato nel 1960. Ho vissuto sin da bambino dentro la comunità del mio piccolo paese e dentro la comunità dell’osteria di famiglia. Quella casa era un luogo del paese, ma allo stesso tempo un luogo dell’altrove. Mi sono fatto l’idea che oggi nei luoghi in cui vivo sia accaduta una cosa molto complicata da spiegare. Mi pare che “comunità” e una sorta di “autismo corale” stiano oggi in una forma rassegnata di infelice compresenza. Non mi fido delle astrazioni e non mi fido delle scienze umane in generale. Per me la scrittura è un riflesso molto semplice, è un esercizio percettivo in cui la vecchia cassa con gli attrezzi servita fin qui per indagare il mondo mi pare piuttosto inutile. Abbiamo un martello che non batte, una pinza che non stringe, un giravite che non avvita niente. Un paesologo è uno che smette di usare questi strumenti e cerca un modo altro per raccontare le cose.

Cose come ad esempio la crisi delle comunità di oggi?
A me pare che il discorso sull’esistenza o meno della comunità sia inficiato dal fatto che alla fine noi pensiamo sempre a un individuo con uno statuto forte, un muro di cemento. Con questa ottica nessuna comunità tiene, anzi, lo stare insieme diventa l’autostrada per arrivare in modo più diretto a quello che io chiamo “autismo corale”. Il rischio drammatico che corriamo, e che forse abbiamo già corso, è quello che un volto di una donna, un albero, un telefonino, ormai siano sullo stesso piano, appartengano allo stesso ordine di cose e possano farci compagnia o darci solitudine, e possano darci perplessità più che certezze. La mia paesologia racconta una realtà che è amara, piccola, eppure grandiosa, colossale, ricca di spunti.

Una sorta di ritorno al piccolo, di riscoperta dell’essenziale, di inno alla decrescita?
I discorsi sulla crescita, l’Occidente, lo sviluppo, io non li sopporto. Io sogno un ritorno alla povertà, non mi basta nemmeno la decrescita. Credo fortemente che dobbiamo andare oltre la decrescita, stando al mondo pensando di non avere particolari missioni da compiere, considerandoci una piccola, infinitesimale parte di questo universo. Mettiamola così: sogno un mondo dove le persone facciano un passo indietro.

In che senso?
L’ossessione dell’attualità, del contingente, è folle. Sono radicalmente antimoderno, in questo. Non credo nell’approccio razionale da Nord del mondo, né alla moderna ossessione di accedere a una dimensione di pensiero che non è nostra: noi non siamo la Germania, non siamo Nord Europa. La modernità è insostenibile sia a livello ambientale che nella nostra testa, non trovo felicità nella nostra ossessione del ricavare sempre qualcosa da tutti, vagheggio un mondo come quello che insegno all’ Università.

Ovvero?
La materia che insegno è “Teorie e tecniche della passeggiata”.  Un modo per rendere pubblica e potente la dimensione del piccolo, della prossimità, dell’immediatezza. Il locale è fondamentale, è da qui che parte la democrazia. Ogni luogo è potente, è capitale, e ogni passeggiata che porta a scoprirlo può diventare straordinariamente forte e interessante.

Ma questo suo essere antimoderno come si traduce nei fatti?
Il punto morto della postmodernità cui siamo arrivati forse richiede di affidarci a comunità provvisorie. Per comunità provvisorie intendo la costruzione di luoghi, reali più che virtuali, in cui le persone si incontrano esponendosi agli altri generosamente e cercando di fare delle cose insieme, azioni che possono essere di svago o di contestazione, di riflessione intellettuale o di produzione artistica, ma sempre con l’intenzione di tenere vivo un intreccio di umori e di gesti in cui sia riconoscibile allo stesso tempo la matrice individuale e la tensione corale. È  inutile arrovellarsi, aggrovigliarsi. Bisogna distendersi, arrendersi al tempo che passa. La vita dell’individuo in lotta con tutti gli altri non ha senso, ma non ha senso neppure la vita dell’individuo inquadrato nel corpo sociale. È un tempo, questo, che ci offre la possibilità di oscillare, di muoversi in diverse direzioni, per cercare nuovi  modi di sentire. Le comunità provvisorie non vanno al mercato delle idee e delle opinioni: si preferisce l’inattualità, si preferisce il margine non battuto, il luogo non illuminato. Si abitano gli spigoli più che il centro, si sta nei territori che fanno resistenza all’omologazione, nei paesaggi che segnalano il ritiro dell’umano piuttosto che il suo trionfo. Quello che propongo è semplicemente l’idea di congedarci dalla comunità fatta di umani, cioè di un insieme di io, ma di considerare una nuova alleanza tra noi e le cose che produciamo e la natura che ci accoglie.

E queste comunità stanno nascendo concretamente?
Qualcosa sta accadendo, in questi ultimi anni. Le persone stanno tornando a guardare il mondo, le cose vere, sta tornando la voglia di fare le cose, di riprendere contatto con la terra, e io credo che ciò molto presto si tradurrà anche in scelte politiche. Se non è concretezza questa…

(federica grandis)



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