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Una maratona per i diritti

11 Apr Una maratona per i diritti

Immagine 11Obiettivo 10 mila. Per la maratona della campagna “Diritto di scelta”, non sono i chilometri, ma è l’impegno a contare. Finora sono circa 8 mila le firme raccolte per chiedere al ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri di poter discutere sulla questione del rilascio del titolo di soggiorno umanitario ai richiedenti asilo provenienti dalla Libia. Abbiamo intervistato Nicola Grigion, coordinatore del progetto Melting Pot Europa, per conoscere meglio lo scopo della campagna e aggiornarci sulla condizione attuale dei migranti arrivati nel nostro Paese. 

Come nasce la rete Melting Pot e quali sono i suoi obiettivi?
Nasce nel 1996, come progetto locale di informazione sui temi dell’immigrazione e poi si afferma a livello nazionale nel 2002, successivamente all’approvazione della legge Bossi-Fini. L’obiettivo possiamo sintetizzarlo così: “districare e districarsi”. Insomma, la rete si pone l’obiettivo di aiutare gli operatori ad orientarsi nel complicato mondo della normativa sull’immigrazione.
Nel corso degli anni il progetto è cresciuto e si è alimentato grazie al contributo volontario di una vasta rete composta sia da associazioni operanti sul territorio nazionale che di esperti – legali, giornalisti, docenti ecc. – che mettono il proprio tempo e la propria professionalità a disposizione di Melting Pot, per promuovere una cultura dei diritti di cittadinanza, ma anche azioni concrete, perché tali diritti diventino realtà.

Ad esempio quali azioni concrete state portando avanti?
Proprio oggi parte una “Maratona per il diritto di scelta“, che durerà fino a sabato 14 aprile. Durante queste giornate inviteremo chi non ha ancora aderito alla sottoscrizione da consegnare al Ministero dell’Interno per chiedere il rilascio del titolo di soggiorno umanitario ai richiedenti asilo provenienti dalla Libia, ad apporre la propria firma, per i diritti e la giustizia.Lo faremo (insieme a molte associazioni che hanno aderito alla campagna) con una serie di eventi, iniziative pubbliche e banchetti nelle piazze, nelle scuole e nelle università di tutta Italia. Abbiamo già raccolto circa 8 mila firme. Il nostro obiettivo è raggiungere quota 10 mila  e siamo certi che insieme possiamo farcela!

Com’è cambiato dal vostro osservatorio il fenomeno delle migrazioni verso il nostro Paese dopo lo scoppio delle guerre civili nel Nord dell’Africa?
Ciò che è avvenuto nell’ultimo anno e mezzo con lo sconvolgimento dello scenario nordafricano ha avuto grandi ripercussioni sul fenomeno migratorio. Si è verificato lo sconvolgimento di un territorio chiave per il flusso che porta verso l’Europa: da un lato la Tunisia, dove la Primavera araba ha fornito a molti giovani l’occasione di provarci. Hanno messo in discussione un regime e con l’allentamento dei controlli hanno tentato la sfida di cercarsi un futuro “europeo” lasciando il loro Paese, qualcuno con un progetto più strutturato, altri meno, sperando in una buona stella. Anche la Libia è sempre stata uno snodo cruciale per l’immigrazione verso il nostro Paese e non solo. In Italia fino a poco prima della guerra il numero di ingressi via mare subiva le ripercussioni degli accordi sui respingimenti, procedura che la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato, ed i viaggi verso le nostre coste erano regolati da un sistema complesso basato su tratta, carcerizzazione e violenza sui richiedenti asilo, in particolare quelli del Corno d’Africa. Con lo scoppio della guerra contro Gheddafi si è avuto un afflusso di 25.000 persone verso le nostre coste senza che questi volessero davvero raggiungerle: infatti se molti sono scappati per via del conflitto, oppure perché in fuga dalla “caccia al nero”, tanti sono stati imbarcati forzatamente dalle milizie governative, a conferma delle minacce lanciate da Gheddafi all’Europa che, se non avesse aiutato la dittatura a sedare le ribellioni,  si sarebbe trovata “invasa” da migranti libici. Questa “ondata”, arrivata in Italia in maniera del tutto diversa da quelle precedenti, deve pertanto essere affrontata con mezzi diversi.

Quali sono le risposte a cui la rete di associazioni ed enti che si occupa dell’accoglienza delle persone in fuga dalla Libia non riesce a far fronte?
In primo luogo, data l’emergenza, si è creato un circuito di accoglienza parallelo a quello ufficiale della Protezione civile. Questo stato emergenziale ha creato, inevitabilmente, problematiche e difficoltà. Infatti le associazioni coinvolte – volontariamente o involontariamente – in questo “sistema parallelo” di accoglienza – si trovano ad operare in una situazione di vuoto legislativo, mancanza di mezzi, e decisioni da prendere nell’incertezza, mancando una organizzazione adeguata da parte.
In secondo luogo c’è un problema legato al permesso di soggiorno di queste persone. Questo sistema improntato sull’emergenzialità non offre alcuna sicurezza sul destino dei migranti accolti. Per la legge sull’immigrazione, tecnicamente, molti di questi richiedenti asilo potrebbero non avere diritto all’accoglienza, nonostante siano scappati da un Paese in guerra. Questo perché non sono di nazionalità libica, ma erano già emigrati in Libia per motivi di lavoro, provenendo da altri Paesi non coinvolti dal conflitto, soprattutto dal Ghana, dal Mali, dalla Nigeria ecc. C’è poi un terzo livello, quello più complicato da affrontare e cioè la pesante crisi che affligge l’economia e la società “occidentali”. Questa fase di stallo rende pressoché impossibile ogni percorso di reinserimento, perché mancano fondi, lavoro e strutture per realizzare questi percorsi. La crisi e la mancanza di risorse creano tensione tra chi, italiano o straniero, si trova già da tempo sul territorio e ora  ha perso il lavoro e i “nuovi arrivati”, che non hanno niente e hanno bisogno di tutto. Una guerra tra i poveri, insomma.

Quali strumenti normativi andrebbero rafforzati per consentire alle persone che sono arrivate nel nostro Paese per sfuggire a condizioni di fame, miseria e violenza di riprogettare la propria vita?
Gli strumenti da mettere in atto sono quelli che consentono di rispondere alle problematiche citate prima. Intanto applicare anche per i profughi provenienti da Libia, l’articolo 20 del TU sull’immigrazione, cioè quello che prevede la concessione di un titolo umanitario per eventi che causano grandi afflussi di persone in fuga. Ciò è già stato fatto per le persone provenienti dalla Tunisia, all’indomani delle rivolte ed eviterebbe alle persone in fuga dalla Libia di concludere il percorso in Italia nell’irregolarità, allontanando per loro il rischio dello sfruttamento o ancor peggio, di cadere nella rete della criminalità organizzata.
Questo stesso provvedimento permetterebbe anche di reintegrare il sistema di accoglienza “emergenziale” con quello ufficiale, gestito dallo Servizio Centrale per i Rifugiati.
Infine l’applicazione di normative più idonee consentirebbe di ragionare, con progetti più ampi, sulla necessità di una nuova economia e di un nuovo modello di sviluppo.

Quali richieste e quali proposte avete intenzione di portare sul tavolo di discussione in Viminale?
Ne porteremo una sola, molto secca. Quella che è stata sottoscritta da migliaia di persone e che con la maratona partita oggi si pone l’obiettivo di raggiungere le 10.000 sottoscrizioni. Consiste nel rilascio immediato di un titolo di soggiorno per queste persone. Desideriamo che abbiano la dignità del diritto, del riconoscimento e della persona: sono qui come persone, e come tali vanno riconosciute. Discuteremo inoltre sul come ripristinare percorsi di accoglienza che in alcune zone sono positivi e dignitosi per le persone, in altre sono inaccettabili, sia dal punto di vista degli spazi di accoglienza, sia dei servizi minimi e della salute.

(toni castellano e manuela battista)



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