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Una valanga di firme per seppellire la corruzione

07 Dec Una valanga di firme per seppellire la corruzione

corrotti2Oltre un milione di firme contro la corruzione e per il bene comune. Un appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano perché promuova l’adeguamento del nostro codice alle leggi internazionali anticorruzione. E perché venga finalmente data piena attuazione alla norma, già introdotta nella Finanziaria 2007, che prevede la confisca e il riutilizzo sociale dei beni dei corrotti. Questi i contenuti della campagna  promossa da Libera e Avviso pubblico, presentata oggi in conferenza stampa a Roma.
Una raccolta di firme, per mettere freno a un fenomeno dilagante che ammala il nostro Paese: in Italia, la corruzione è sistema. Lo dice la Corte dei Conti, ne sono convinti gli italiani, lo provano i dati. È una tassa occulta che costa agli italiani circa 50/60 miliardi di euro l’anno, quasi mille euro a testa, dalla culla alla pensione. Un furto al bene comune con cifre da capogiro, basti pensare che il valore di tutti i beni sequestrati e confiscati alla mafia negli ultimi due anni e mezzo (18 miliardi) non sono sufficienti a coprire neppure un quinto di quanto è stato contemporaneamente sottratto ai cittadini come costo della corruzione.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Nella classifica di Transparency International l’Italia è scivolata quest’anno al 67esimo posto, fanalino di coda del vecchio continente. Il peggior risultato dal 1995.
Una situazione che grava particolarmente sulle spalle dei più deboli, poiché dove più distorta è la spesa pubblica, minori sono le risorse destinate alla sanità, all’istruzione e alla ricerca. Ma minori sono anche le possibilità di produzione e investimento. Non c’è garanzia sulla qualità delle opere e i costi per le realizzazioni diventano sempre più alti.
È proprio il bene pubblico del resto, gli appalti per lavori, servizi e forniture, a rappresentare il settore più esposto, anche in virtù della quantità di denaro movimentato: circa 79,4 (6% del Pil) i miliardi di euro stanziati nel solo 2009 per gare d’appalto di importo superiore ai 150mila euro (dati Banca d’Italia). Un mercato rilevantissimo, gestito da una burocrazia farraginosa, terreno fertile per corruzione e quindi, anche, per le mafie. In cui efficienza e meritocrazia sono sacrificate in nome dell’interesse privato, a favore di chi è in grado di oliare i meccanismi con le “giuste” attenzioni.
Chi non paga – o lo fa raramente – sono invece corrotti e corruttori, che restano sostanzialmente impuniti. Scarseggiano le denunce (per quanto in aumento, + 229% nel 2009 rispetto all’anno precedente), mentre le modifiche normative introdotte nell’ultimo decennio hanno reso particolarmente complessa l’individuazione  e il contrasto del reato. La depenalizzazione del falso in bilancio, la legge Cirami sul legittimo sospetto e la cosiddetta ex-Cirielli, che ha ridotto i termini di prescrizione, hanno portato a una drastica riduzione del numero di procedimenti. Così si è scesi dalle 419  condanne per falso in bilancio del 2001, alle 69 nel 2008. E ancora, da un massimo di oltre 1.700 condanne per reati di corruzione nel 1996, alle 239 del 2006. Con il caso paradossale della Calabria, che dal casellario giudiziario risulterebbe essere una regione praticamente esente dal fenomeno.
Eppure non è solo una questione di soldi. Il costo dei patti scellerati tra corrotti e corruttori non si esaurisce in perdite monetarie. La nostra Tangentopoli infinita, ancorché trasformatasi negli anni, “non scava soltanto voragini nei bilanci pubblici, ma genera un pericoloso deficit di democrazia”, come scrive il professore Alberto Vannucci dell’Università di Pisa. Quando il pagamento delle tangenti diventa prassi comune per ottenere licenze e permessi, e la risorsa pubblica è risucchiata nei soliti giri di potere, ciò che viene sacrificato sull’altare dei furbetti di turno è soprattutto il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Con il rischio di un’illegalità sdoganata in virtù della sua diffusione, in un clima di generale rassegnazione. Quale speranza, quale spinta può avere un paese, se i suoi abitanti sono convinti che solo nelle ruberie si nasconda la chiave del successo?
I funzionari del Gruppo di Stati contro la corruzione presso il Consiglio d’Europa (Greco), autori nel 2008 di un dettagliato rapporto sul nostro paese, hanno espresso parole di preoccupazione per “l’inquietante” percentuale di procedimenti per corruzione che in Italia falliscono anche di fronte a “prove solide” a causa dei limiti di tempo, per prescrizione del reato. “Un grave difetto – scrivono – che riduce chiaramente l’efficienza e la credibilità del diritto penale come strumento indispensabile nella lotta contro la corruzione”. Hanno usato toni allarmanti, parlando di confische che restano del tutto “teoriche”.
A conclusione del rapporto hanno indicato le linee per “adottare un Piano nazionale” anticorruzione da presentare al Consiglio d’Europa entro il 31 gennaio 2011. Un intervento normativo che difficilmente verrà realizzato entro i termini stabiliti e che invece, più probabilmente, comporterà l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia.
Eppure i rimedi esistono. A cominciare dall’introduzione delle norme previste dalla Convenzione di Strasburgo sulla corruzione (1999), fino alla confisca e riutilizzo sociale dei beni dei corrotti. Dal ripristino delle norme che consentano l’emersione del reato di corruzione, con il recupero ad esempio delle sanzioni per il “falso in bilancio”, agli adeguamenti che garantiscano la certezza della pena, modificando nuovamente i termini di prescrizione. Infine, la nascita della figura del collaboratore di giustizia, come per i reati di mafia, anche per i reati di corruzione.
Perciò è importante firmare, per porre un freno alla corruzione, perché i corrotti restituiscano ciò che hanno rubato, per il bene comune.

(elena ciccarello)

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