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Un’Italia non “romanzata”

17 Nov Un’Italia non “romanzata”

Esce in questi giorni “Romanzo Reale”, dell’autore Lauro Venturi, pubblicato dalle edizioni “Libri Este”. Riportiamo la prefazione di Luigi Ciotti.

Lauro Venturi è indubbiamente un personaggio poliedrico: dirigente aziendale, consulente, formatore, responsabile di associazioni rappresentative di artigiani e piccole e medie imprese dell’Emilia-Romagna; ma, oltre al piano strettamente professionale, coltiva interessi e abilità che lo hanno portato alla scrittura: questo è il suo nuovo libro, dopo L’ultima nuvola e i precedenti L’educazione sentimentale del manager e Armentarola – Falzarego e ritorno. Si tratta di due dimensioni solo apparentemente separate, dato che l’esperienza lavorativa e le competenze di Venturi stanno sullo sfondo delle pagine dei suoi libri e ne costituiscono in qualche modo l’intelaiatura e il presupposto.
La storia che ora Venturi ci racconta in Romanzo reale è un affresco dell’Italia di oggi, quella della crisi economica. E forse di quella di domani. Con tutte le sue contraddizioni e sfaccettature, con gli egoismi e le ingiustizie che sembrano sempre prevalere e i piccoli eroismi quotidiani di chi lavora e fatica ad arrivare alla fine del mese.
C’è qui l’Italia ma anche l'”altra Italia”, troppo spesso invisibile e sottaciuta. Il paese dei furbi, dei cinici, dei super ricchi, degli arrampicatori e quello del popolo, della “gente comune”, del mondo del lavoro e delle professioni, della resistenza morale di chi trova semplicemente naturale vivere secondo valori e principi di onestà e rettitudine. C’è qui l’Italia dei faccendieri e quella del volontariato. C’è l’Italia di Enrico e quella di Libero, quella di Samantha e quella di Sara, i personaggi del romanzo che rappresentano mondi che convivono quasi senza sfiorarsi. Inutile dire che Venturi sceglie di stare dalla parte dei vinti, dei sommersi, degli umiliati e offesi, ma soprattutto dei giusti.
Questo è un racconto dal linguaggio talvolta crudo, che non si sottrae al dovere di immergersi nella realtà, nella vita concreta delle persone, anche con tutte le loro asprezze, debolezze e contraddizioni. Un romanzo, appunto, reale. E la realtà non è quella tranquillizzante delle fiabe e neppure quella rosea e desiderabile dei sogni. Spesso, invece, è quella indelicata della strada, del sangue, delle lacrime e del sudore, della lotta per la sopravvivenza, della sopraffazione e delle parole forti, quella degli squali e dei caimani. Come Enrico.
Quella per la quale regole, valori, impegni, legalità sono carta straccia. A cominciare dalla legge suprema, che non si insegna quasi più a scuola e che purtroppo viene sbeffeggiata anche nei luoghi della responsabilità politica: la Costituzione italiana.
Articolo 1. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro».
«Anche suo nonno lavorava alle Fonderie e fu sottoposto al tiro al piattello della polizia. Venne ferito insieme ad oltre duecento operai e, come molti altri, non andò a farsi curare in ospedale per paura di essere arrestato.
Un po’ come vorrebbero fare adesso con gli extra comunitari!, riflette amaro Libero, riferendosi alla norma del Governo che vorrebbe obbligare i medici a denunciare i clandestini che si presentano al pronto soccorso.
Saranno morti per qualcosa, quei sei operai? E quelli di Reggio Emilia? Ed i braccianti del Sud?
Dal 1947 al 1954 caddero quasi centocinquanta persone per la difesa del lavoro: ma che caddero, vennero assassinati! Ed oltre cinquemila, feriti in modo più o meno grave.
Sarà servito a qualche cosa? Che domanda difficile!».
Questo paese, la sua storia e la sua democrazia sono stati edificati sulle lotte, la fatica e anche il sangue di tanti lavoratori, come ricorda in questo brano Romanzo reale. Eppure la cronaca del presente pare non conservarne traccia. Ai giovani nessuno più racconta quelle pagine del nostro passato, tutto sommato recente. L’imperativo dell’oggi, del qui e ora, non tollera il dovere della memoria, così come non ama sentire parlare di responsabilità, di bene comune, di impegno per la comunità e per i posteri.
Fa allora bene Venturi nel suo racconto a ricordarci che, invece, questi valori sono ancora vivi per tanta “gente comune” perché sono scritti nella loro carne, sono tenuti accesi dalle loro quotidiane fatiche e sofferenze. Per loro la Costituzione è materia viva e pulsante, dato che ne vivono sulla pelle la concreta negazione, a cominciare quella del lavoro. E ne conoscono tutti gli altri principi fondamentali che parlano di doveri di solidarietà politica, economica e sociale, di diritti inviolabili dell’uomo, di pari dignità sociale, di pieno sviluppo della persona umana e di effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese, di indivisibilità della Repubblica pur nello sviluppo delle autonomie locali, di tutela delle minoranze, della libertà di tutte le confessioni religiose, della tutela ambientale e dei beni artistici e culturali, del diritto d’asilo per gli stranieri, del ripudio della guerra.
Una trama di valori che costituisce un tessuto robusto, un’architettura sapiente e lungimirante. Eppure, non c’è praticamente uno di questi principi che abbia trovato sinora coerente, piena e duratura applicazione e salvaguardia. A cominciare appunto dal primo, dalla difesa e valorizzazione del lavoro come fondamenta della società e della responsabilità comune, troppo spesso sacrificato sull’altare del profitto fine a se stesso, dello sfrenato arricchimento personale, della diseguaglianza.
Oggi, troppo spesso, il lavoro ha il volto di un nuovo schiavismo. L’abbiamo finalmente scoperto con un soprassalto a Rosarno e nelle campagne del Mezzogiorno. Ma non è molto diverso nelle fonderie e nei cantieri del profondo Nord.
«Sacra la vita dei lavoratori? Ma se ogni anno ne muoiono più di mille!
E le chiamano morti bianche? Ma andassero a vedere i corpi straziati sotto una pressa, o caduti da un’impalcatura, o soffocati in un silos!
Sacro il diritto dei cittadini al lavoro? Ma se la Tecno Mecc rischia di chiudere per sempre, non solo per la crisi, ma anche perché un filibustiere senza scrupoli l’ha spremuta come un limone?
Sacro il diritto alla libertà e alla pace? E l’Iraq, l’Afganistan, il Ruanda, la Palestina e Israele, lo Sri Lanka, la Birmania, la Cecenia, il Sudan…?»: così pensa Libero, il nostro protagonista nelle pagine che seguono.
E come dargli torto?
Sarebbe sbagliato cedere all’amarezza o alle recriminazioni, non bisogna mai dimenticare il positivo, né tanto meno generalizzare il negativo. Ma come non vedere dilatarsi sotto i nostri occhi un paese profondamente ferito, che ha perso in questa crisi già un milione di posti di lavoro, che ha 650 mila lavoratori in cassa integrazione − spesso anticamera del licenziamento -, la quale nel 2010 arriverà al record di un miliardo di ore? Come non sapere che queste fatiche e sofferenze crescono anche perché sono diventate invisibili, perché vengono tenute nascoste da un sistema dell’informazione sempre meno indipendente e sempre meno capace di attenzione e verità? Come non indignarsi per il corrispettivo crescere di diseguaglianze e di ingiustizie, a partire da quella responsabilità della politica che dovrebbe avere il dovere e la sensibilità di trovare risposte urgenti, misure concrete, anziché ripetere la cinica favola del “tutto va bene”?
Una favola che ha il sapore della beffa, giacché basta guardare i dati statistici della Banca d’Italia che parlano di un volume del debito contratto dalle famiglie che ha ormai superato i 579 miliardi di euro; una cifra astronomica che è in buona parte riferita ai mutui stipulati per l’acquisto dell’abitazione ma anche, in misura crescente, semplicemente per tirare la fine del mese, per acquistare beni di prima necessità. La crisi ha portato i redditi degli altri italiani ai livelli di dodici anni fa, del 5% inferiore alla media europea. E sempre le medie europee ci indicano un altro dato significativo: il nostro paese risulta agli ultimi posti nella spesa pubblica a favore della famiglia e della maternità (l’1,4% del PIL a fronte del 2,1%).
La statistica che vede invece l’Italia primeggiare è quella sull’esportazione di armamenti, siamo i quinti a livello mondiale. Con buona pace dell’articolo 11 della Costituzione.
Allora, la preoccupazione di Libero e di Sara non può che rappresentare quella di tutte le persone attente e oneste.
Dunque, questo libro ci parla di noi. E di loro. Perché la frattura tra due diversi paesi esiste e non serve negarla. Occorre ricucirla.
Questo mi pare il valore aggiunto del romanzo di Lauro Venturi: un contributo a comprendere che una maggiore giustizia sociale si raggiunge solo nella verità e nella consapevolezza. La proiezione “fantastica” della realtà che traspare da taluni telegiornali e da grandi media, diversamente, ci allontana sia dalla consapevolezza che dal ricucimento delle fratture sociali.
Neanche tanto paradossalmente, Romanzo reale ci dimostra così che è possibile fare informazione e produrre coscienza attraverso la letteratura, più di quanto non stiano facendo molti “addetti ai lavori”, vale a dire un sistema massmediatico che, come la classe politica, rischia di disancorarsi dal dato reale, e dunque dai propri compiti e doveri istituzionali.
La narrazione fedele del presente, di cui sono dense queste pagine, contribuisce al recupero di responsabilità e di funzione sociale da parte dell’intellettuale. Una necessità vitale, perché informazione ed educazione sono i binari principali che portano al futuro.
Per dirla con Umberto Eco, «ricopre la funzione intellettuale chi svolge un’attività critica e creativa». Ed è proprio ciò che pare essere andato smarrito in questi ultimi decenni: lo sguardo critico, competente e creativo sull’esistente, che è poi l’unico reale motore del cambiamento.
Se non si reimpara a chiedersi il “perché” delle cose, a chiedere conto delle responsabilità trascurate o tradite, a indagare le cause dei fenomeni ci si riduce, appunto, al credere alle favole. Il che sarebbe magari più allegro, se non fosse che dietro alla realtà che, troppo spesso, ci viene propinata, non c’è il magico e roseo mondo dell’innocenza infantile, ci sono piuttosto il dramma e le fatiche di parti crescenti della popolazione, italiana e mondiale. Dietro a quella ingannevole facciata c’è anche il volto oscuro di certi pezzi dell’economia e della finanza, a volte intrecciati e complici con la criminalità organizzata, che Venturi sapientemente ci porta qui a conoscere. Indirettamente suggerendoci che se il valore delle cose diventa impalpabile, se anche il denaro si riduce a materia astratta, a dei numeri su dei fogli, a virtuali rendiconti finanziari, forse è il caso di cominciare a interrogarsi sugli stili di vita, su dove ci stia portando un consumismo esasperato; specie se a fronte vi è un miliardo di persone nelle aree povere del pianeta che invece non ha il necessario per vivere e alimentarsi.
Allora, pure la crisi economica potrebbe diventare un’opportunità di ripensamento e di rettifica. Perché se va riaffermato che «il lavoro è un diritto, non un’elemosina», ai tempi della globalizzazione occorre avere consapevolezza che la crescita deve avere un limite e una direzione, che il PIL non deve essere un “dogma” e il profitto non può diventare un totem indiscutibile. Il lavoro è un diritto e uno strumento, non una finalità chiusa in se stessa. Prima e dopo di esso, c’è l’uomo, c’è la vita con i suoi molteplici significati, che non possono essere appiattiti e ridotti all’unica dimensione del produrre e del consumare.
Prima e dopo c’è l’uomo con i suoi interrogativi e con i suoi bisogni, che ha necessità di pane e di lavoro ma anche di socialità e di senso. E ha bisogno di trovare risposte di giustizia ai torti e alle fatiche.
La risposta violenta verso cui pare indirizzarsi Mario − autorevole e combattivo compagno di lavoro di Libero e vittima dell’amianto − alla fine di questo romanzo è una risposta perdente e disperata. Anche perché amara e solitaria, mentre invece il futuro non si può che costruirlo insieme. Forse, è proprio questa la prospettiva che oggi manca e di cui sentiamo tutti il bisogno: di tornare a sentirci e a essere insieme, parte di un tutto, di un “noi” che troppo a lungo e colpevolmente abbiamo trascurato.
Già saperlo, e cominciare a dirlo, è premessa e promessa di un futuro possibile, di un mondo nuovo e diverso.

(luigi ciotti, presidente Gruppo Abele)



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