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Universo scuola: prima tappa del viaggio

24 Nov Universo scuola: prima tappa del viaggio

foto_moleGiornate di manifestazioni, occupazioni e proteste contro i tagli all’istruzione pubblica in molte scuole e Università d’Italia. In diverse città gli universitari stanno bloccando strade, stazioni e aeroporti. A Roma, Torino, Perugia e Salerno i ricercatori precari sono saliti sul tetto degli atenei. Alle manifestazioni partecipano anche gli studenti degli istituti superiori, insegnanti e genitori.
Per approfondire le ragioni di questa mobilitazione, e capire se dietro ai “no” esista un’idea di scuola nuova, iniziamo oggi un racconto che darà voce a studenti, docenti, pedagogisti e storici con un’intervista a Michele Gagliardo, educatore e responsabile del Piano Giovani del Gruppo Abele.

Studenti e insegnanti italiani, in questi giorni, stanno tornando a mobilitarsi, occupando piazze, scuole e strade per protestare contro tagli, precariato, qualità dell’istruzione. Qual è, dal vostro osservatorio, lo stato di salute della scuola?
Non si può dare una risposta univoca a questa domanda. Se, come è noto, è vero che lo stato di salute della scuola è assai critico, è altrettanto vero che in ogni istituto nel quale lavoriamo ci capita di incontrare insegnanti o dirigenti che hanno a cuore il loro mestiere e si spendono con ogni mezzo per poter costruire un percorso educativo diverso. In un sistema che, a ragione, molti descrivono come “gravemente malato”, ci sono ancora preziosi punti di riferimento. Se fino ad oggi la scuola non è esplosa è solo grazie al lavoro di queste persone, dei due o tre insegnanti che in ogni istituto riescono a far “funzionare” le cose, interrogandosi sul senso complessivo del loro percorso. E questa presenza è certamente una risorsa preziosa. Di contro, però, spesso mi chiedo se questi docenti facciano bene a continuare tale strenua resistenza: chi si aggrappa fortemente a un modo diverso di lavorare non impedisce lo sgretolarsi di un sistema che altrimenti scoppierebbe, rivelando platealmente e finalmente il suo fallimento?

Che vuol dire essere educatori in un quadro come quello che hai descritto?
Direi che il corpo docente oggi si divide in tre gruppi: il primo è quello a cui abbiamo appena accennato, inferiore in termini percentuali, che si impegna, che tenta di “arginare” le conseguenze nefaste dei tagli, che costruisce, studia, si confronta. Poi c’è l’estremo opposto: quei docenti (spesso neo assunti) per i quali la scuola è un posto di lavoro qualsiasi, che riescono a immaginare il loro mestiere solo come una mera applicazione di direttive. C’è poi una fascia centrale di maestri e professori, la più corposa, direi, che in passato ha vissuto esperienze positive, ma che col passare degli anni ha visto il decadimento graduale e oggi è assolutamente disillusa. Si registra insomma un abbandono che si va diffondendo, e che, di fatto, tocca anche studenti e famiglie. Dopo gli anni delle grandi lotte rispetto ai decreti delegati, che hanno fatto entrare genitori e ragazzi all’interno del governo della scuola, oggi c’è il nulla: non si è più in grado di mantenere quel livello partecipativo, pur ottenuto con grosso sforzo. I genitori delegano tutto al sistema scuola, che in questo momento significa delegare al nulla. E i ragazzi rinunciano al diritto partecipativo, persino in un momento in cui, in termini almeno di proteste, qualcosa si sta risvegliando.

Ma di che natura è, secondo te, questo “ritorno in piazza”?
Qualcosa certamente si sta muovendo, peraltro non solo dal lato degli studenti: insieme ai ragazzi, infatti, stanno scendendo in piazza anche adulti e famiglie. Tuttavia oggi non si riesce a dare continuità a queste iniziative e anche i grandi numeri riportati dai giornali sono l’espressione di una percentuale ridotta di persone. Una cospicua parte dei ragazzi che manifesta si ferma alla denuncia dei tagli e quando si chiede a chi protesta di esprimere un pensiero progettuale sulla scuola, spesso si ottengono risposte vane, vuote. Per questo mi chiedo quale sia la qualità di esperienza di questi movimenti. Come operano? Quale germe di innovazione contiene il loro modo di costruire domande? Che capacità hanno questi ragazzi di interloquire con gli altri studenti? Perché spesso non riescono a coinvolgere la maggioranza? Alcuni di questi movimenti di protesta, ad esempio, sono molto vicini alla politica e questo non è un bel segno: qual è l’indipendenza che garantiscono? Qualcuno prende soldi dai partiti? In molti, direi giustamente, si allontanano quando vedono logiche di questo tipo…

I problemi della scuola, oggi, si riducono solo a una questione di tagli? O la crisi finanziaria in cui versa il mondo dell’istruzione è lo specchio di una più ampia crisi culturale?
Il problema dei fondi è certamente significativo. Il dato economico, però, va legato a un’idea più ampia di cosa sia scuola. Oggi, ad esempio, ci sono dirigenti che si ritrovano a presiedere tre o quattro istituti: come si fa a seguire cosa sta accadendo in ogni realtà, a costruire un piano di offerta formativa in queste condizioni? Se una scuola è costretta a tagliare drasticamente il personale non docente, inoltre, si preclude ogni contatto con l’esterno: impossibile, in quell’istituto, fare un incontro, impossibile pensare a un laboratorio pomeridiano, impossibile aprirsi in alcun modo al territorio. L’elemento “di economia”, dunque, c’è, ma questi tagli incidono in modo determinante soprattutto sulla qualità dell’istruzione. Questo è il vero nodo: oggi la scuola non è più il punto centrale dell’esperienza sociale di un territorio.

Cosa pensi dell’idea di meritocrazia del ministro Gelmini, che recentemente ha proposto di premiare gli insegnanti più bravi?
Il concetto di meritocrazia risponde ad un modello culturale dell’elite, ed è fortemente orientato all’idea di performance lavorativa, che esclude la dimensione della formazione culturale. Ma se davvero si pensa di poter mettere da parte questa dimensione si rischia il collasso: cosa sarà di intere generazioni che non sanno più trovare nei testi di riferimento culturali il senso e la comprensione dei fenomeni dell’oggi? Come potranno immaginare di fare bene il tornitore piuttosto che il manager? Tutto quello che questa scuola, oggi, è in grado di fare, è “schiacciarsi” su una dimensione prettamente orientata al lavoro. Il risultato di una scuola che punta sul concetto di “performance” piuttosto che su quello di formazione culturale produce giovani senza un riferimento preciso, senza una pienezza etica, che, al massimo, possono contare su qualche competenza lavorativa, peraltro un po’ desueta.

Quali sono quindi le attese della società sulla scuola? Se ce ne sono ancora, a questo punto…
Le prospettive che hanno gli adulti nei confronti della scuola?  Nessuna. Così come nulla, oggi, è legato all’idea educazione. Non c’è un tempo né un luogo dove si parli di educazione, nessuno ragiona sui percorsi formativi, nessuno si pone il problema dei ragazzini che a 12 anni hanno rapporti sessuali impensabili per tipologia e modalità. Da nessuna parte, oggi, si ragiona sulla dimensione educativa, e questo è un discorso che purtroppo non riguarda solo l’Italia. Ogni insegnante è un mondo a sé, non c’è dialogo nemmeno tra i docenti rispetto a quale sia il dispositivo educativo in grado di funzionare davvero. Ognuno è un mondo a sé, e la scuola, di conseguenza, è un mondo a sé rispetto a parrocchie, associazioni, istituzioni, politica. Tutte realtà che non riescono più a lavorare insieme: si educano i ragazzi in modo così diverso che, alla fine, nel migliore dei casi non riescono più a orientarsi. O, nel peggiore, resettano tutto.

(federica grandis)



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