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Viaggio tra i santi e le imprese sociali di Torino

01 Jun Viaggio tra i santi e le imprese sociali di Torino

In scena fino al 7 giugno al Teatro Gobetti di Torino, c’è uno spettacolo di Laura Curino e Anagoor teatro. Il titolo “Santa impresa” mette insieme due parole a prima vista poco affini: imprenditoria e santità. Abbiamo chiesto all’autrice e attrice dello spettacolo di spiegarci come si ricompone questa dicotomia

 

 

Don Bosco, Giuseppe Cottolengo, Faà di Bruno, Giulia di Barolo e Giuseppe Cafasso. Perché hai deciso di riunire sotto un cappello le vite (e le imprese) dei “santi sociali” di fine Ottocento? 
In parte per ricerca personale e in parte per contingenza sociale. Nell’arte ognuno ha la propria passione. Io sono da tempo affascinata dall’attività umana, dal lavoro. Mi interessava approfondire come si declina questa parola, lavoro, nell’aiuto agli altri. Il lavoro sociale ha delle responsabilità, delle necessità di gestione, personale e denaro che circola. E’ una professione vera e propria e Torino in questo è all’avanguardia. Ma è un lavoro che ha come fine ultimo il benessere delle persone. A questo ho unito il filone della “santità”, intesa come eroismo quotidiano di alcune persone, capaci di valicare spiritualmente e fisicamente il limite umano. Persone, personaggi che laicamente chiamiamo eroi, e religiosamente chiamiamo santi. Sono rimasta folgorata dal testo del filosofo francese Emmanuel Lévinas Il Volto: il volto dell’altro mi guarda e mi riguarda. Mi impone un atteggiamento etico, una responsabilità: “è il povero – afferma Levinàs – per il quale io posso tutto e al quale devo tutto”. Mi è sembrato molto giusto l’accostamento di questa filosofia ai protagonisti di Santa impresa, tutti nati e operanti tra la metà e la fine dell’Ottocento, cioè in un momento in cui si cercava di nascondere la povertà sotto il tappeto: le immagini che si cristallizzano nella memoria della Torino dell’Ottocento sono le signore coi bei vestiti, i signori in cilindro, le carrozze, i caffè, le piazze sgombre e lucide. La bella collina dei vedutisti, con il Po che scende a valle. Quartieri come il Moschino o la Vanchiglia non vengono né fotografati né dipinti. Non vengono proprio “visti”. Questo accadeva mentre un quarto della popolazione viveva a carico dei comitati di beneficenza. Su ottanta mila abitanti della Torino di inizio Ottocento, venti mila non avrebbero potuto sopravvivere se non aiutati dalla beneficenza. Un quarto della popolazione. Uno su quattro. Difficile non incontrali. Eppure, si cercava di non vedere.

Perché hai sentito la necessità di farlo proprio ora?
Anche qui, per due ragioni: i 200 anni dalla nascita di don Bosco e l’esposizione della Sindone, ovvero del “volto” santo. Un volto che un tempo non si poteva vedere, ma che la fotografia rivelò a tutti. Proprio nell’Ottocento, mentre i “santi sociali” a Torino si operavano per “togliere il velo” sulla povertà.

In maniera bonaria, nello spettacolo, mostri un Giuseppe Cottolengo impegnato in una questua “spudorata”. In missione per conto di Dio, direbbero i Blues Brothers. Tu quindi non vedi uno stridere tra “impresa” e “santità”? Insomma vedi la possibilità di un’impresa sociale vincente?
La vedo perché esiste. Certo, vedo i rischi che corre. E sono gli stessi delle imprese commerciali: tante nacquero come esperienze molto positive, proprio a fine Ottocento, ma per strada hanno preso delle derive arroganti, nella stupida concezione che si possano mettere i principi e l’etica in secondo piano pur di sbaragliare la concorrenza. Tornando al campo sociale, basta pensare allo scandalo di Mafia capitale. I poveri utilizzati per profitto. Faccio mie le parole di Guido  Ceronetti, che si stupiva, parlando dell’opera di Cottolengo, di “questo denaro che va e viene, ma non si ferma, non corrompe, non corrode” perché ha un utilizzo immediato molto chiaro e molto preciso.

Oltre alla corruzione, vedi un limite dell’impresa sociale anche nella mancanza di strategia?
Non nelle imprese dei “santi sociali” che ho descritto. Cottolengo, è vero, non teneva i conti, non era un amministratore, tutto ciò che raccoglieva veniva immediatamente impiegato. Ma anche questa era una strategia. Riempiva i letti di ammalati e metteva le persone che potevano aiutare davanti all’impossibilità di chiudere gli occhi: “non ho più posto, cosa facciamo ora, li mettiamo fuori?”. La strategia di don Bosco invece era quella di creare un legame tra lo Stato e l’opera di beneficenza.  Giulia di Barolo, aveva anche lei una strategia: imponeva che i direttori dell’opera di Barolo non potessero durare più di due anni, proprio per impedire uno scivolamento nella corruzione. Faà di Bruno aveva una strategia: per lui le attività connesse alle opere di carità dovevano rendere. Tutto doveva funzionare commercialmente, per investire quel denaro a favore dei poveri. Questi personaggi non erano degli ingenui. Ognuno aveva la propria strategia. Per questo vale la pena oggi ristudiarli. Ovviamente non si potrà fare allo stesso modo. Sono cambiati il contesto e le leggi. Ma credo che quando si ha la sensazione di avere dei dubbi sul proprio operato (e il sistema delle imprese oggi vive una forte crisi), tornare alla radice convenga. I danzatori giapponesi ogni anno, tornano dal loro maestro a riprovare con lui i primi passi di danza. E prima di cominciare l’allenamento puliscono il pavimento, anche se è già pulito. Un esercizio di umiltà, un ritorno alle origini. Ripensare perché ti sei messo a fare quella cosa. E magari scoprire anche di doverla modificare.

I santi sociali che hanno operato a Torino a fine Ottocento hanno lasciato molto in dotazione alla città…
Assolutamente sì. Sia dal punto di vista materiale che spirituale. In primis, lo spirito del volontariato che è così diffuso a Torino, anche tra i giovani. La consapevolezza che si può fare una cosa per il gusto di farlo per gli altri. E non penso solo all’aiuto ai poveri, ma anche a quello che è accaduto durante le Olimpiadi del 2006, e ora nell’assistenza nella gestione dei pellegrini in visita alla Sindone. Torino, tuttora, pur essendo cambiato molto il suo sistema di valori, chiamata a fare qualcosa per gli altri, risponde. Poi sono rimasti dei luoghi: gli oratori, i convitti per i giovani, gli ospedali. E altri sono stati creati. Il Gruppo Abele ne è un esempio. Insomma, quella concentrazione di esperienze straordinarie mosse da singoli “santi” è un albero che dà i suoi frutti anche adesso.

Cosa invece si è perso?
Il senso della responsabilità. Mi spiego. I “santi sociali” torinesi colmavano il vuoto lasciato da uno Stato e da una società civile che erano impreparati, a differenza di altri stati europei, a prendersi cura di chi nella comunità faceva più fatica. Attraverso le opere di beneficenza, chi aveva la possibilità economica, veniva spronato da questi santi-eroi a non distogliere lo sguardo e ad andare incontro alla povertà. Poi, anche grazie a questi esempi, la coscienza civile e pubblica è maturata. Lo Stato si è assunto il compito di essere “sociale” e di occuparsi del benessere di tutti i cittadini, attraverso le tasse versate da tutti. Oggi che il welfare è fatto a pezzi dalla disonestà e dalla corruzione e che la forbice tra ricchi e poveri si è aperta drammaticamente, siamo di nuovo di fronte ad una non volontà di guardarsi attorno, di pensare che l’altro non è un affare mio.

Antidoti a questa nuova deriva, oltre ai santi sociali?
La cultura. A partire dalle scuole. Bisogna insegnare ai ragazzi l’educazione civica e alla legalità. Magari cominciando a dare il buon esempio.

(manuela battista)



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