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Violenza contro le donne: nessun aumento dei reati, semplicemente oggi si denuncia

23 Nov Violenza contro le donne: nessun aumento dei reati, semplicemente oggi si denuncia

scegli di cambiare2La violenza è uno dei principali meccanismi sociali per mezzo dei quali le donne vengono mantenute in condizioni di inferiorità rispetto agli uomini”. A dirlo non è un pamphlet femminista ma la risoluzione dell’Assemblea Generale Onu del 1999 che ha istituito per il 25 novembre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.
Tra le iniziative promosse per sensibilizzare i cittadini sul tema, l’Università di Torino dedica un ciclo di lezioni universitarie proprio sulla violenza di genere, declinando il tema in molteplici discipline. Abbiamo partecipato ad una lezione tenuta dalla professoressa Paola Maria Torrioni, docente di Processi culturali e politiche sociali, che abbiamo intervistato a margine. “Questa non è una lezione dedicata ad autoassolverci”, sottolinea Torrioni. “Anche le donne possono essere violente ma c’è una differenza: la violenza negli uomini è istituzionalizzata, esiste da sempre. Oggi non assistiamo a un aumento dei reati, semplicemente oggi si denuncia”.
La strada da percorrere è ancora molto lunga ma molti passi avanti sono stati fatti: “Fino al 1919 alle donne non era consentito l’accesso al pubblico impiego e chi aspirava a diventare magistrato ha dovuto attendere fino al 1963. Il diritto di voto è arrivato solo nel 1946 mentre risale solo al 1973 il riconoscimento della parità dei coniugi”. A volte, però, l’impressione che si ha è quella di retrocedere: “La nuova normativa di contrasto alla violenza di genere approvata dal Parlamento italiano nel 2013 non prevede alcun finanziamento. Ma come si fa a combattere la violenza di genere se non ci sono i soldi?”, si chiede Torrioni. “Ad oggi solo il 30% delle donne che hanno subito violenza fisica o sessuale dal partner considera il torto subito come un reato. Solo il 12% delle donne sporge denuncia e appena il 2,8% si rivolge ai centri antiviolenza”.
da uomo a uomoGli studi più recenti sottolineano la trasversalità del fenomeno: “Gli uomini che usano violenza non hanno un profilo ben preciso, possono avere un basso titolo di studio ma anche alto, possono essere disoccupati ma anche ricoprire posizioni dirigenziali. Insomma, non si salva nessuno…”. Allora, che fare? “E’ ovvio che i generi si devono costruire su significati differenti. Oggi le donne non hanno più bisogno di un uomo per mantenersi, per viaggiare, per crescere un figlio. Potremmo partire dal constatare che il genere è un concetto relazionale, che costruiamo socialmente. Il maschile e il femminile si costruiscono reciprocamente, intrecciandosi in un sistema di relazioni, conflitti e accomodamenti reciproci”. I processi culturali e le politiche sociali sono dunque cruciali. Perché “è ovvio che gli uomini e le donne non sono uguali. Molti sociologi parlano infatti di doing gender: noi facciamo il genere tutte le volte che accettiamo che una diversità legata al corpo si traduca in una differenza di tipo sociale, lavorativo, economico… Insomma, tutte quelle volte che una differenza si tramuta in diseguaglianza”.
Quello che spesso non si dice è che gli stereotipi di genere stanno stretti anche agli uomini, “che si ritrovano a dover rappresentare una adatta mascolinità a cui non sentono di appartenere. I media di certo non sono di aiuto in questo processo, ma piuttosto contribuiscono a perpetuare gli stereotipi di cui già siamo vittime. Un piccolo esempio: il nemico non viene da lontano, vive a casa nostra. Le statistiche sono chiare: a commettere violenza di genere sono per lo più mariti, compagni, ex…”.
Per cambiare le cose occorre affrontare il problema sia dal punto di vista delle politiche sociali che dei processi culturali. “Il Piemonte nel 2016”, continua la docente, “ha varato una legge che integra politiche preventive, politiche riparative e politiche di contrasto: oltre all’educazione e alla sensibilizzazione, si prevede una mappatura delle case rifugio e dei centri antiviolenza, insieme a una rete sanitaria contro la violenza con un  personale appositamente formato. Vi sono infine interventi sulla violenza assistita, che riguarda soprattutto i bambini, progetti sulla tratta e sulle mutilazioni genitali che sono altri aspetti dello stesso fenomeno: la violenza di genere”. La normativa prevede inoltre interventi rivolti agli autori di violenza, non solo di natura sanzionatoria, ma anche finalizzati alla risocializzazione. “La possibilità di reinserirsi nella società, lavorativamente ed economicamente, deve essere l’obiettivo su cui lavorare”, nota la professoressa. “E’ chiaro quindi che il ruolo delle associazioni diventa cruciale per creare momenti di confronto, di condivisione e soprattutto per fornire gli strumenti atti a ricostruire un’identità maschile non violenta. L’autonomia femminile non deve essere vissuta come sfida o come problema: è necessario percepire la donna come controparte con cui negoziare”.

(valentina casciaroli)

 Il Comune di Torino contro la violenza di genere

 



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