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Violenza di genere, problema culturale

13 Nov Violenza di genere, problema culturale

13.11.2013 | Redattore Sociale

Torino – Ma può davvero cambiare un uomo? Una volta appurato che la violenza di genere è fenomeno diffuso e tangibile con cui fare i conti; una volta codificate le  opportune misure di legge e assicurato il sostegno alle vittime, resta ancora da capire cosa fare con gli autori. Perché se, come si va ripetendo ormai dal 2007 (anno della prima indagine Istat sul tema), il maltrattamento è un fenomeno a radice culturale, va da sé che prima o poi bisognerà agire sulle cause, oltre che sui sintomi.A formulare delle ipotesi ci sta pensando il Gruppo Abele, che in un convegno sulle ” Nuove linee di intervento in tema di maltrattamento” (in programma oggi e domani ad Avigliana, Torino) cerca  di fare il punto della situazione alla luce della nuova Legge contro la violenza di genere (il decreto legge sul femminicidio). Una legge tra le cui righe lo stato si impegna “a studiare e a favorire il trattamento e il recupero degli autori”, il che ci riporta all’interrogativo di partenza:  possono cambiare gli uomini?.   “Direi proprio di sì” spiega Marco Bertoluzzo, criminologo e primo relatore della giornata. “Gli uomini stanno già cambiando: dei segnali molto interessanti arrivano dall’estero, soprattutto dalla Francia, un paese che oggi ci indica la via da percorrere in questo senso. Il punto di partenza è il medesimo, da loro come da noi: un grande movimento di donne, che in Francia si sono addirittura confederate. E che a partire dai primi anni 90 hanno compreso come l’unica strada possibile fosse quella di coinvolgere gli uomini, lavorando con gli autori di violenza”.Una questione spinosa, quella del recupero dei maltrattanti, che accende gli animi e rischia di tramutarsi in aperto conflitto di genere: “In Italia – continua  Bertoluzzo – stiamo sperimentando delle difficoltà nell’accettare un’idea del genere. In molte credono che lavorare con gli autori di violenze equivalga a sprecare risorse statali. Ma è necessario guardare i dati di fatto, lasciando le ideologie fuori dalla porta”. Secondo Bertoluzzo, “il 70 per cento delle donne, dopo la denuncia o anche alla fine di un processo, torna insieme al compagno”. ” La maggior parte delle donne ospitate nelle comunità di protezione – continua – chiede di vedere il compagno per un chiarimento dopo appena tre giorni di permanenza.  E questo accade perché sono innamorate di quegli uomini. I quali non sono ‘mostri’, non sono violenti a tempo pieno.Sono anche compagni, mariti, padri”.Per Bertoluzzo  il fenomeno prende origine da un humus culturale “che porta con sé una concezione machista delle differenze di genere e un’idea distorta dei concetti di ‘forza’ e ‘debolezza’. E che, soprattutto,  vede la donna come un essere da sottomettere, da dominare”.”Ma a monte – continua il criminologo – c’è anche l’idea che con le nostre azioni si possano condizionare e controllare le azioni e i sentimenti altrui;  il che è, in sé, una manifestazione di grande debolezza, che non riguarda soltanto gli uomini, peraltro: di recente, una ricerca condotta in Canada ha dimostrato che almeno il 20 per cento delle donne mette abitualmente in atto meccanismi di violenza psicologica verso il partner”.Il passo successivo, dunque, è l’allargamento del  focus dalla violenza al conflitto di genere.  Resta da capire, però, se in Italia gli autori di violenza siano disposti a intraprendere un percorso che richiede grande umiltà e autoconsapevolezza. Per Bertoluzzo, ancora una volta, la risposta è si. “Ogni volta che mi capita di incontrare autori di maltrattamento, – spiega –   sia dentro che fuori dal carcere, vedo uomini tormentati dall’inquietudine, dall’ angoscia, dalla solitudine. Per questo insistiamo a dire che la violenza fa male anche a chi la compie. Molti uomini oggi iniziano a chiedere spontaneamente di essere aiutati. E i risultati sono incoraggianti: frequentando i cosiddetti gruppi di parola e di auto aiuto, imparano a gestire la loro aggressività.  Sappiamo che nel 50 per cento dei  casi, chi frequenta questi gruppi non ha episodi di recidiva”.Oltre agli sportelli rivolti alle vittime, infatti, in Italia si vanno moltiplicando i centri rivolti ai maltrattanti nella giornata di domani, a portarne testimonianza delle loro esperienze saranno la Ausl di Modena, il Centro italiano per la promozione della mediazione (Cipm) di Milano, il Tavolo maltrattanti di Toirino e la Caritas di Bolzano. A coordinarli sarà Domenico Matarozzo dell’associazione torinese “Il Cerchio degli uomini”, la prima in Italia a intraprendere un simile percorso.    ” Il nostro – spiega Mario Fatibene, tra i fondatori dell’associazione – è un intervento di tipo culturale, una risposta alternativa alla medicalizzazione o alla psicoterapia.  Il primo obiettivo da raggiungere per chi lavora con noi è la presa di coscienza, l’autoconsapevolezza: gli autori di maltrattamenti, in genere, tendono a derubricare le proprie azioni, giustificandole o addirittura negandole. L’unica strada per uscirne è rendersi visibili a se stessi e agli altri, ammettendo l’esistenza di un problema. Il ché è molto difficile, perché il conflitto di genere resta ancora oggi un tabù.”La nostra esperienza – conclude Fatibene – ci dice che, così come non vanno giustificati, i problemi di violenza non devono essere eccessivamente stigmatizzati. Il rischio è che gli uomini continuino a nascondersi.  Nel fare i conti con se stesso, il maltrattante  ha bisogno di riconoscere la sua forza, accettandola come parte della propria natura. Soltanto così potrà imparare a gestirla”.

Torino –  Ha appena compiuto un mese di vita il cosiddetto ddl sul femminicidio, che ha introdotto sostanziali novità nel contrasto alla violenza domestica e di genere. A tracciarne un primo bilancio è Filippo Vanni, Comandante della compagna dei carabinieri di Torino Mirafiori: intervenuto  al congresso organizzato dal Gruppo Abele, Vanni illustra quelli che, nella loro applicazione concreta, si vanno delineando come punti di forza e debolezza delle nuova norme.  “In primo luogo – spiega il Comandante- la legge introduce un effettivo spostamento d’ottica rispetto al passato: quando una donna denunciava episodi di violenza domestica, in genere era lei a dover lasciare l’abitazione, seguita eventualmente dai figli. Mentre il maltrattante restava in casa, quindi, la vittima a subire un ulteriore disagio psicologico, con l’ovvia conseguenza che le querele venivano spesso ritirate. Con l’introduzione dell’allontanamento obbligatorio del maltrattante, però, il quadro è ribaltato: il pubblico ministero può convalidare la misura entro un termine di 96 ore, ma sono le stesse forze di polizia a disporla con effetto immediato. A condizione, però, che vi sia flagranza di reato” . Ma proprio la flagranza (che nei casi più gravi è condizione necessaria anche all’arresto immediato del maltrattante), rappresenta per Vanni “una delle maggiori criticità della legge”. “Nei casi di violenza domestica – continua – è molto raro che si riesca a cogliere l’autore sul fatto, a meno che le segnalazioni non arrivino da terze persone,  ad esempio i vicini.  I delitti consumati in ambito domestico, infatti, sono per loro natura privatissimi: si consumano in una dimensione quasi impermeabile alla forza pubblica, che può penetrarvi solo dietro la chiamata di un membro del nucleo familiare.  Quando una donna alza il telefono per chiederci aiuto, di solito sono già trascorse ore dalla consumazione del reato; va detto, però, che l’allontanamento può comunque essere disposto dal Pm: ma non si tratta più, a quel punto, di un provvedimento immediato rispetto alla consumazione del maltrattamento”.Tra le misure introdotte dalla nuova legge, poi, un’arma a doppio taglio sarebbe rappresentata anche dall’ammonimento del maltrattante (già prevista dalla legge sullo stalking del 2009), in seguito ai cosiddetti “reati sentinella”, come percosse o lesioni. “È uno strumento da utilizzare con estrema cautela – precisa Vanni – perché rischia di aggravare le situazioni esistenti: in più di un occasione ci siamo trovati di fronte a uomini le cui violenze sono esplose proprio in seguito a una nostra prima ammonizione. Le misure cautelari vanno scelte dopo un’attenta prognosi del rischio di recidiva”. A tal proposito, esiste tutta una serie di indicatori da non sottovalutare: “il primo campanello d’allarme – continua il Comandante – è la negazione tout court. C’è poi lo spostamento di responsabilità: il maltrattante ammette il reato, ma ne addebita la responsabilità alla moglie; adducendo, in alcuni casi, le motivazioni più banali: ‘hai cucinato male’, piuttosto che ‘hai fatto rumore durante la partita’. In questi casi noi tendiamo tenere il sospettato quanto più possibile lontano dall’ambiente domestico”.Resta da capire cosa succederà con gli interventi per il recupero e il trattamento dei maltrattanti (già auspicati dall’Onu e dal Consiglio d’Europa). All’articolo 5 (comma 2, ‘G’) della legge sul femminicidio, lo stato si impegna “a promuovere lo sviluppo e l’attivazione di azioni di recupero e di accompagnamento dei soggetti responsabili di atti di violenza nelle relazioni affettive, al fine di favorirne il recupero e di limitare i casi di recidiva”.  “Si tratta, per il momento, di un’apertura – spiega Vanni – ovvero dell’espressione di un’intenzione rispetto a un percorso da intraprendere. Resta da vedere se questo percorso verrà effettivamente intrapreso”. Una delle polemiche più aspre sul ddl, in effetti, riguarda proprio gli esigui stanziamenti per i programmi di contrasto alla violenza. “Ma in realtà il problema non è questo – conclude il Comandante – perché esistono realtà associative già da tempo praticano con successo il recupero dei maltrattanti: penso, ad esempio, al Cerchio degli uomini, a Torino.  Il problema è che la legge non incentiva in alcun modo gli uomini a cambiare: non sono previsti sconti di pena o meccanismi premiali di sorta, per quanti intraprendono un percorso di recupero.  E così, in termini legali, una scelta del genere diviene quasi un’aggravante, un’implicita assunzione di responsabilità: per questo sono gli stessi avvocati a sconsigliarla. Se non si interviene su questo, sarà molto difficile poter agire in qualche modo sugli autori”.

Torino – “Se guardiamo alle nude cifre, il femminicidio, in Italia, non è un fenomeno in crescita”. Così, Isabella Merzagora Betsos, docente di criminologia ed ex direttore della Scuola di specializzazione in Criminologia clinica dell’Università di Milano, inizia la sua analisi del fenomeno dell’omicidio di genere e della violenza correlata . “Dal 2000 al 2011, anzi, il numero dei casi è in lieve diminuzione. Osservando la questione da un punto di vista qualitativo, però,  viene fuori una situazione che è comunque allarmante”.Intervenuta al convegno sulla violenza di genere organizzato ad Avigliana (Torino) dal Gruppo Abele, la Merzagora disegna una fenomenologia del maltrattamento, che nella sua espressione più estrema diventa omicidio di genere. Specificando, in primo luogo, che “non esistono ‘tipi d’autore': ci sono indicatori di rischio, tratti caratteriali ed esperienziali che non necessariamente, però,  spingono l’individuo a un atteggiamento violento”.È ad esempio il caso dei cosiddetti “Barbablù”,  che prendono  il  nome dal sovrano che, nella fiaba di Charles di Perrault, decapitava le sue mogli. “Si tratta di individui socialmente svantaggiati – continua Merzagora –  con delle armi a disposizione, con precedenti penali non necessariamente connessi alla violenza domestica e con problemi psichiatrici o, più spesso, una storia di abuso di stupefacenti. Sono stati vittime di abusi infantili o testimoni di maltrattamenti in famiglia, riportano episodi di comportamenti violenti all’interno di precedenti relazioni e hanno alle spalle numerosi fallimenti relazionali. E, soprattutto, intendono la relazione intima come una questione di proprietà, con un forte desiderio di controllo esclusivo”.Ma, di nuovo, la professoressa precisa che “questi indicatori, in sé, non sono una condanna. Ci sono decine di uomini che rientrano in questo modello e non necessariamente finiscono per uccidere.  Non esistono profezie auto-avveranti, in questo campo,”.  Vale anche per la cosiddetta “violenza trasversale”, quella rimessa in atto da individui che, nel corso dell’infanzia, hanno  assistito ad episodi di maltrattamento compiuti su figure vicine (ad esempio la madre)  o ne sono stati vittime.  “Bisogna stare molto attenti – chiarisce Merzagora  –  a come si riportano le percentuali:  quando diciamo che il 40 per cento degli uomini violenti è stato a sua volta vittima di abuso, in fondo stiamo anche dicendo che il restante 60 non lo è stato””Per un bambino- continua -, questo tipo di abuso è un’esperienza emotiva minacciosa quanto difficilmente comprensibile, che ha ripercussioni psicologiche molto gravi. Ma non necessariamente implica la caduta in una spirale di violenza”. Il cosiddetto “ciclo dell’abuso”, dunque, non è un meccanismo automatico : “a volte – continua la professoressa – il bambino riesce comunque a resistere e superare i contraccolpi degli abusi subiti. Si parla in questo caso di ‘resilient (inglese per ‘resistente’) child'”.Se è vero, dunque, che la violenza, non è necessariamente un fenomeno ereditario e se non esistono dei veri e propri ‘tipi d’autore’, resta da capire quali siano le ulteriori cause. “Molto spesso – continua Isabella Merzagora Betsos – c’è l’incapacità di lasciar andare il partner: in questo caso si parla di ‘patologie dell’attaccamento’, le quali derivano da un sistema di comportamenti sistematici, ereditati dal rapporto con la figura materna, che ognuno di noi mette in atto nel formare un legame con l’altro. Quando vengono separati dalla madre, in genere, i bambini alternano la ricerca di un contatto a bruschi scoppi d’ira, che avrebbero la funzione di scongiurare un nuovo abbandono. Se trasferito alle figure d’attaccamento successive, in questo caso al partner, questo atteggiamento avrà proprio l’esito di favorire l’esito opposto. Si  crea così una spirale in cui la paura dell’abbandono genera una prima reazione di rabbia, la quale ha l’effetto di allontanare il partner; ad ogni allontanamento, poi, la rabbia si intensifica ulteriormente, divenendo un fattore di rischio che raggiunge il culmine nel momento della separazione vera e propria, quando può degenerare in comportamenti persecutori (cosiddetto stalking) o violenti”.C’è poi  il retroterra culturale: come la mancata capacità di accettare il partner nella sua completezza, “vedendola alternativamente come una santa o una puttana. Qui – chiarisce Merzagora – siamo di fronte all’incapacità di accettare le sfumature del mondo intero, oltre che della compagna; il che è un tratto riportato anche dalle personalità borderline” . E soprattutto la cultura del machismo, “che in fondo – chiarisce Merzagora – non è un buon affare neanche per gli uomini: ci si aspetta che siano così forti e indipendenti da non dover mai chiedere aiuto; non possono mostrare momenti di debolezzam si pretende che non piangano. Il problema è che, in mancanza delle lacrime, la sofferenza viene espressa in modo etero aggressivo: al posto di piangere,si picchia”



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