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Violenza sulle donne. I silenzi che rendono complici

12 Jun Violenza sulle donne. I silenzi che rendono complici

Immagine 29Femminicidi. In totale dall’inizio dell’anno sono più di settanta le donne uccise da partner, parenti, conoscenti. Un fenomeno che trascende l’emancipazione femminile su cui comunque nel nostro Paese resta molto da fare, se si pensa che in questi giorni in Corte Costituzionale si torna a discutere sulla legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza, datata 1978 o che i congedi di paternità restano fermi sulla carta, più che essere effettivi. Ne abbiamo parlato con Loredana Lipperini, giornalista, autrice del libro “Ancora dalla parte delle bambine” e promotrice con Lorella Zanardo e la rete “Se non ora quando” dell’appello “Mai più complici” (sottoscritto dal Gruppo Abele), con il quale si chiede ai media di cambiare il segno dei racconti di cronaca su queste uccisioni, per contribuire a combattere la violenza contro le donne.

Negli ultimi anni in Italia è diminuito il numero di molti reati, al contrario è in aumento quello dei femminicidi, che sono stati 137 nel 2011 e hanno già superato i 70 nel 2012. Come si spiega questo dato?
È difficile dare una motivazione univoca per questo fenomeno. Innanzitutto c’è un problema di ordine culturale, per cui tutto ciò che riguarda la violenza sulle donne non viene ritenuto rilevante. Faccio un piccolo esempio: su Facebook in questi giorni è girata una vignetta. Si vede una giornalista televisiva che fa una domanda – naturalmente insensibile e non opportuna – chiedendo a un uomo che cosa si provi, durante un terremoto, sentendo la terra tremare sotto i piedi. L’uomo, visto di spalle, risponde con un pugno violentissimo che provoca fuoriuscita di sangue e di denti dalla bocca della donna. Ho fatto una breve ricerca e ho scoperto che la vignetta originale, in portoghese, è di un autore satirico… o presunto tale… e mostra la stessa donna che dice a un uomo “caro sono incinta, di un bambino” e lui le risponde “pedofila”, dandole quello stesso violento pugno. Chi in Italia ha preso quella vignetta originale, sessista e ovviamente contestata in Portogallo, ne ha fatto un “meme” virale in rete, modificandolo come presunta causa civile per contestare il giornalismo scorretto. Senza rendersi conto (forse) della violenza di questa immagine. Con questo aneddoto voglio sottolineare che se non si agisce immediatamente a livello culturale, invitando gli uomini a riflettere sul proprio immaginario nei confronti dei generi sessuali, sulla propria crescita e formazione, temo che con le sole leggi, quelle già fatte e quelle ancora da fare, non si vada da nessuna parte. A questa mancanza di cultura del rispetto e dell’uguaglianza dei generi, si abbina a mio parere una condizione di estrema fragilità degli uomini che commettono questi omicidi su cui è necessario lavorare: la maggior parte dei femminicidi è ad opera di uomini che non accettano di essere stati lasciati dalla propria compagna.

Come “donne occidentali” tendiamo a credere di aver fatto molti passi avanti verso la parità di genere. Ma nell’Unione europea sono ancora necessarie (e per fortuna ci sono) commissioni parlamentari che cercano soluzioni contro  la violenza sulle donne e proprio nel vecchio continente, dall’Italia alla  Norvegia, una media di 7 donne o bambine al giorno vengono uccise da parenti o partner che le considerano di proprio possesso, anima e corpo. Il femminicidio trascende l’emancipazione della donna?
Io non credo che in Italia siano stati fatti così tanti passi avanti verso la parità di genere. Alcuni sì, certo. E sono fondamentali. Ma sono relativi a molti anni fa, soprattutto agli anni Settanta, conquistati grazie al movimento femminista: il referendum sul divorzio del ’74, la riforma del diritto di famiglia (1975), la legge sull’interruzione di gravidanza (1978) e l’ultimo nell’81, con la cancellazione dell’attenuante per “delitto d’onore”. Detto questo però devo dire che ancora oggi in Italia la parità di genere semplicemente…non c’è! E’ disoccupata la maggior parte delle donne: il dato sull’occupazione femminile è bassissimo (gli ultimi dati Istat parlano per l’Italia di oltre il 30% di donne italiane tra i 25 e i 64 anni che non percepiscono reddito, mentre in Francia questa percentuale è attorno al 10 percento, ndr). E quando il lavoro c’è, il divario tra stipendi e parità di ruolo è molto alto. Le posizioni apicali nei luoghi di lavoro non vengono gestite da donne; nell’ambito dell’informazione le donne che prendono decisioni sono pochissime, persino nell’ambito letterario le donne scrittrici vengono recensite in maniera molto minore rispetto agli uomini e i loro lavori sono meno visibili nei festival, nei premi ecc. Inoltre mancano, o sono scarsi, i servizi dedicati alle donne, per la salute, per la terza età (è donna la maggior parte della popolazione over 65, ndr) e per l’assistenza e la cura famigliare, ampliamente delegata alla donna.
Certamente il contrasto al femminicidio è una faccenda che si accompagna all’emancipazione, ma è difficile da sradicare anche a emancipazione ottenuta. Non ho dati sui paesi Scandinavi, dove pure i femminicidi esistono, credo però che il lavoro che si sta facendo in questa parte del Continente vada seguito, perché batte sia sulla strada del welfare sia su quella culturale, cosa che in Italia non viene fatto, o comunque in maniera molto marginale.

Come crede che dovrebbe proseguire il cammino iniziato negli anni Settanta verso la parità tra i generi?
Dalle ultime notizie sulla riforma del lavoro annunciata dal ministro Elsa Fornero si legge di un congedo parentale simbolico per i padri, e di poche altre disposizioni a favore delle Pari Opportunità. La riforma reale da fare oggi a mio parere è quella della piena condivisione del lavoro di cura e accudimento della famiglia. Senza questo, la parità resterà una chimera.

Secondo i dati raccolti dall’avvocata per i diritti delle donne Barbara Spinelli, il 70 percento dei femminicidi sarebbe preceduto da una telefonata  ai servizi di emergenza o da una richiesta di aiuto ai servizi sociali. Le istituzioni sono sorde a questa emergenza sociale o è una questione di mancanza di risorse economiche?
Sicuramente bisognerebbe aumentare le risorse per i centri antiviolenza. In secondo luogo andrebbe fatto un percorso di formazione con le Forze dell’Ordine che si trovano a raccogliere le denunce delle donne, perché sembra che in molti casi si minimizzi anche la denuncia. E infine bisognerebbe ragionare in termini di informazione e comunicazione…

Infatti l’appello “Mai più complici“, che con Lorella Zanardo e la rete “Se non ora quando” state portando avanti in questi mesi si rivolge in modo particolare ai media. Quanto questi condizionano la “narrazione” e di conseguenza l’elaborazione da  parte dell’opinione pubblica dei fatti di cronaca che riguardano l’uccisione di una donna?
Ancora oggi le cronache giornalistiche parlano di questi omicidi come “delitti passionali” e non ce n’è uno che poi si ricordi di segnalare i numeri dell’emergenza, dei centri antiviolenza. E’ una cronaca spesso compiaciuta oppure distratta, che non fa abbastanza per informare su come si possano prevenire determinate situazioni. Per questo sono favorevole ad un codice deontologico per i giornalisti. Analogamente a quanto è stato fatto con la carta di Treviso per minori e la carta di Roma contro il razzismo. Un codice non prescrittivo, ma che quantomeno costituisca un deterrente alle informazioni di tipo “giustificativo”. Perché spesso – e trovo che sia un grave errore – si legge tra le righe di cronaca una implicita giustificazione di questi uomini: erano depressi, avevano perso il lavoro… Condizioni di fragilità che nulla tolgono all’efferatezza del gesto, né alla gravità del reato.

Quale scatto culturale è necessario oggi nel nostro Paese per contrastare la violenza sulle donne? Che ruolo hanno gli uomini in questo percorso?
Il ruolo degli uomini è indispensabile. Se non si comincia un percorso di riflessione e di autoanalisi su questo fenomeno da parte degli uomini non si va da nessuna parte. È da quando ho pubblicato “Ancora dalla parte delle bambine”, nel 2007, che ripeto che ci vorrebbe un uomo che scrivesse un libro “Dalla parte dei bambini” per ragionare su quali sono gli stereotipi di genere maschile che arrivano ai più piccoli. Ma in cinque anni nessuno ha raccolto l’appello. Gli anni dell’infanzia sono molto importanti per una corretta formazione su questo tema, e invece siamo gli unici in Europa a non avere una legge sull’educazione sessuale e al genere obbligatoria nelle scuole. Al momento qualche istituto scolastico propone in modo volontaristico dei corsi per i ragazzi su questo tema, ma io credo che una legge serva. E subito, perché è rimasta bloccata in Parlamento dal 1975. In merito a questo, anche la parte cattolica della politica e della società dovrebbe fare una riflessione, perché è ancora diffusa la convinzione che l’educazione sessuale e al genere siano inconciliabili con la fede. E questo credo sia un messaggio profondamente sbagliato.

(manuela battista)



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