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Voci e volti dal Mediterraneo. Per non dimenticare

17 Jan Voci e volti dal Mediterraneo. Per non dimenticare

sassisamiaOltre 23 mila morti in 14 anni nel tentativo di raggiungere l’Europa. Più di 3.400 nel Mediterraneo solo nell’anno appena concluso. Molte delle loro storie resteranno per sempre inabissate. Cercarle e raccontarle per dare un volto a chi è partito colmo di coraggio, sogni e speranze è un modo per alimentare il dialogo tra mondi differenti, che convivono sulla stessa terra. Abbiamo intervistato Elena Ruzza, attrice e regista, a pochi giorni dal debutto di “Liberi di, liberi da… Storia di Samia”

E’ la prima volta che ti confronti con il tema della migrazioni in un tuo spettacolo?
Nel 2011 ho realizzato il primo lavoro teatrale in cui ho affrontato il tema delle migrazioni. Lo spettacolo si chiama “Terraterra” e parla di emigrazione di ieri e di oggi: Italiani dalle regioni del sud verso il nord industriale, e migranti dal mondo verso l’Italia. Con “Liberi di… liberi da…”, nato da un’idea di Giacomo D’Antonio e liberamente ispirato dal libro di Giuseppe Catozzella “Non dirmi che hai paura” abbiamo voluto raccontare l’Odissea dei migranti che approdano a Lampedusa e quello che affrontano con il sogno di raggiungere un Mondo Nuovo. Una prima riflessione pubblica organizzata su questo tema è avvenuta al Centro polivalente Fenoglio di Settimo Torinese, che dal 2011 accoglie per situazioni di emergenze rifugiati da ogni nazione. Ci siamo incontrati ad un anno dal naufragio dell’imbarcazione libica usata per il trasporto di migranti avvenuto il 3 ottobre 2013 a poche miglia del porto di Lampedusa. All’incontro sono stati invitati 250 ragazzi delle scuole superiori della Città, accolti dal personale della Croce Rossa e dalla testimonianza di Abdullahi Ahmed, cittadino onorario della nostra Città e da Fredo Olivero direttore dell’ufficio migranti della diocesi di Torino.

Che obiettivo ha questo lavoro?
Trasmettere al pubblico le motivazioni dei profughi, nell’affrontare “il viaggio”, la svolta, l’inizio di una vita migliore. L’affondamento dell’ottobre 2013 ha provocato 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, numeri che la pongono come la più grave catastrofe marittima nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo. I superstiti salvati sono 155, di cui 41 minori. Spesso chi sbarca viene proposto dai media come parte di un gruppo indistinto, mentre è importante restituire la profondità delle singole storie.

Perché tra tante storie ti ha colpito quella di Samia, l’atleta di Mogadiscio raccontata nel libro “Non dirmi che hai paura”?
Perché è prima di tutto la storia di una ragazza che inseguiva il suo sogno: riscattare il suo paese, la Somalia, rincorrendo la libertà e vincendo le Olimpiadi a Londra. All’indomani degli approdi sulle coste italiane, molte sono state le bare identificate con un semplice numero ed una dicitura del cadavere: “uomo di circa 20 anni, bambina di circa anni otto”, ma chi erano e cosa cercavano è una domanda che sorge spontanea e ha bisogno di una risposta. Nello spettacolo lo facciamo a partire da una immaginaria “stanza di accettazione in Paradiso” dove i protagonisti raccontano di sé.

Fondazione Migrantes, nel suo ultimo rapporto sottolinea che il numero di italiani emigrati ha eguagliato quello degli immigrati nel nostro Paese. Eppure non sembra esserci molta solidarietà nell’accogliere chi arriva. Cosa ne pensi?
Io vivo in una città di periferia. Settimo negli anni Sessanta è stata un punto di riferimento di molti migranti dal Sud Italia e dal Veneto. Molti migranti avevano un parente o un concittadino che li accoglieva, li instradava e dava loro la possibilità di cominciare una nuova vita. Nel corso degli anni, queste persone, hanno contribuito alla crescita della città e a migliorarla. I problemi che riguardano gli ‘stranieri` sono spesso affrontati seguendo ragionamenti colmi di pregiudizio. Di fronte a forme di conflitto di natura sempre più culturale e religiosa, è necessario individuare strategie e dinamiche di composizione delle differenze. Non confronti tra culture tesi all’appiattimento o all’equiparazione tra diverse esperienze sociali, culturali, religiose, politiche, ma piuttosto azioni, iniziative, fatti concreti che promuovano scambio e conoscenza reciproca.

In che modo il teatro può incidere nel dibattito sulla questione immigrazione?
Il teatro può aiutare a trovare linguaggi nuovi in grado di raccontare questi cambiamenti, questi incontri. Lo spettacolo può essere strumento per parlare (e far parlare) tutti. Attraverso storie e immagini.

(manuela battista)



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