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NotizieBazzi: "L'Hiv tra immaginario e realtà"

Jonathan Bazzi, autore del romanzo autobiografico "Febbre", ci racconta cosa significa oggi essere sieropositivi, nella realtà e nell'immaginario collettivo. E del gap comunicativo che condiziona la nostra percezione di alcuni temi, dalla malattia all'omosessualità

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Nel romanzo autobiografico Febbre, uscito nel 2019 per Fandango e candidato al Premio Strega 2020, Jonathan Bazzi racconta della sua tendenza a scaldarsi, fin dall’infanzia, di fronte a persone e situazioni che gli suscitano interesse, paura o repulsione. Dai caratteri focosi di famiglia alle scarpe con la zeppa, dalla lettura dei tarocchi allo yoga agli amati libri, dalle prime esperienze sentimentali fino alla febbre persistente e reale che prelude alla diagnosi di Hiv.
Di persona, Jonathan non appare affatto una testa calda, ma anzi un giovane uomo pacato, che pesca una a una le parole da un vissuto spesso doloroso, eppure maneggiato con tenerezza attraverso la scrittura.
Lo abbiamo intervistato a margine della presentazione che si è svolta a Binaria il 2 luglio scorso.

A un certo punto del libro si parla della “vocazione dell’HIV a essere più simbolo che malattia, più metafora che condizione fisica”. Cosa significa?
"Ci sono malattie che, nella percezione comune, dal piano biologico tendono a spostarsi su un piano emotivo, assumendo significati legati più alla sfera dell’immaginazione che a quella della scienza. Quando scopri di essere sieropositivo avverti quasi uno spostamento, uno smottamento nella planimetria del valore: avverti la distanza fra chi sta in alto e chi in basso, perché quella malattia è associata a una condizione di marginalità che inevitabilmente si proietta anche su di te. Eppure io avevo un profilo per molti versi non compatibile con ciò che si tende a pensare del virus. Avevo studiato filosofia, praticavo assiduamente yoga, ero sì omosessuale ma con un legame affettivo stabile. Proprio nella distanza fra ciò che ero e l’immagine stereotipata del sieropositivo, ho cercato lo spazio per un tentativo narrativo".

Partiamo proprio da qui. Come mai un ragazzo colto, informato, libero da pregiudizi, con varie esperienze sentimentali e sessuali alle spalle, fino ai 30 anni non aveva mai pensato di fare il test dell’Hiv?
"Quel test fa ancora paura. Proprio perché si è consapevoli dell’esito che potrebbe dare si tende ad accantonare, a non occuparsene. Si assume un atteggiamento di rimozione. In questa come in altre circostanze, la paura spinge a scelte irrazionali".

Le campagne informative, come quella che spiega la correlazione fra terapia, annullamento della carica virale e mancata trasmissibilità del virus, possono aiutare la prevenzione?
"Certo, è bene parlarne per costruire una nuova rappresentazione del virus, e soprattutto sarebbe utile farlo in contesti generalisti, raggiungendo un pubblico vasto e rischiarando le tinte. Purtroppo nel mondo della comunicazione quello dell’Hiv/Aids rimane un argomento respingente, mortifero. Ci si è mossi in questi anni su due binari. Sul primo ha viaggiato veloce la scienza medica, i cui grandi progressi hanno consentito di migliorare sensibilmente la vita dei malati. Sull’altro si è incagliato un canone comunicativo fermo a 30 anni fa. Oggi è necessario che anche qui si faccia uno scatto in avanti".

Il Gruppo Abele è stato fra le prime realtà in Italia ad accogliere le persone sieropositive e in Aids, quando la malattia terrorizzava la gente perché suonava come una condanna certa. Oggi molto è cambiato, soprattutto a livello di qualità e aspettativa di vita per i malati. Ma a livello personale che contraccolpi produce la diagnosi?
"Si tratta di una scoperta che segna un passaggio di soglia verso la realtà della mortalità, della caducità, che in quanto uomo ti apparteneva anche prima, ma da quel momento in poi assume una consistenza nuova. Banalmente perché sei obbligato a fare, nel quotidiano, una serie di gesti terapeutici che ti consentono di non morire. Con la scoperta della sieropositività è come se avessi posto rimedio a una mia eccessiva reattività precedente. Ero incapace di dare continuità alle scelte, di stare dentro le situazioni. I sei mesi fermo che ho passato allora mi hanno liberato da quel tipo di irrequietezza".

E poi, all’improvviso, ci siamo scoperti tutti malati. La pandemia ha portato la malattia al centro delle nostre vite, condizionandole come mai prima. Che effetto ha avuto questa improvvisa, ossessiva attenzione al tema della salute?
Ho avuto io stesso il Covid nella prima fase della pandemia. Di nuovo febbre persistente, una specie di salto nel passato, un tema personale che tornava fuori, con un potenziale narrativo da trovare.
In quanto soggetto fragile ho provato istintivamente empatia verso tutti coloro che avrebbero potuto ammalarsi in forma grave. E ho notato nella gente la tendenza a ricercare identità e categorie verso le quali dirottare la paura. Questo è un atteggiamento tipico quando si gestiscono le cose in maniera troppo emotiva. Si tende a voler allontanare il male da sé, pensando che colpirà un determinato tipo di altri. Lo stesso accadeva con l’Hiv. Ma i virus non fanno preferenze… Da quando ho scritto di me, sono venuto a sapere di tantissimi insospettabili che sono sieropositivi a loro volta.
Anche rispetto al Covid, la tendenza a voler mettere il male in un angolo, sentendosene esclusi, impedisce di assumere comportamenti più razionali e responsabili, per tutelare se stessi e gli altri".

Con Stella Levantesi, che è venuta a presentare il suo libro sul cambiamento climatico, abbiamo parlato di green-washing. Esiste anche un rainbow-washing?
"Sì, indubbiamente. A differenza dell’Hiv, l’omosessualità è diventata un tema mainstrem, nel quale molte aziende vedono opportunità di posizionamento e marketing. Non sono totalmente critico… Pur partendo dall’assunto che il capitalismo è un sistema sbagliato, che produce ingiustizia, il fatto che alcuni brand, perseguendo i loro fini commerciali, contribuiscano a creare un clima positivo, mi sta bene. Purché ci sia una coerenza di fondo e non si tratti di mere operazioni di facciata, e inoltre quelle aziende dimostrino un approccio etico anche verso altri temi, dall’ambiente ai diritti dei lavoratori.
Dobbiamo tenere presente che viviamo un periodo schizofrenico: sui social e sui media il discorso si è raffinato e consolidato con standard sempre più corretti. Ma fuori, nella vita reale, intere fasce sociali sono ferme all’epoca che ho vissuto io da ragazzino. Gli insulti, le discriminazioni rimangono. C’è un enorme sommerso di episodi non denunciati. Le parolacce o le botte colpiscono sempre le stesse categorie, con la stessa violenza. Questo scollamento fra mondo dei social e mondo reale inganna anche molti commentatori di area progressista, portatori di immagini fragili e auto-referenziali, che tendono a sottovalutare alcuni aspetti ed enfatizzarne altri".

(cecilia moltoni)

In questo articolo Cultura e formazione, Giovani

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