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Borgo San Paolo, un quartiere operaio

05 Gen Borgo San Paolo, un quartiere operaio

bsp1XIX Secolo: nascita di un quartiere operaio
Tante industrie fecero di Borgo San Paolo uno dei primi quartieri operai di Torino, il cui centro di riferimento era piazza Peschiera, l’attuale piazza Sabotino, dalla quale partivano a raggiera le vie. Per molti abitanti del quartiere, la vita si svolgeva tutta nella borgata, tra la casa, la fabbrica, la chiesa, il circolo operaio, l’oratorio, la strada. Ben presto San Paolo venne chiamato il ‘borgo rosso‘, per la forte presenza di operai legati ai movimenti socialisti e comunisti. Nel 1861 Torino conta 200.000 abitanti, botteghe artigianali e laboratori prevalgono sulle fabbriche vere e proprie.

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Il Novecento ovvero il secolo dell’automobile
fiatNel primo decennio del Novecento inizia a prendere forma un panorama manifatturiero al cui interno assume sempre maggior rilevanza il settore dell’automobile, destinato ad assumere un ruolo di primo piano nella vita cittadina. La fabbrica diventa il cuore pulsante della vita economica e sociale della città. A Borgo San Paolo, nel 1911 gli abitanti sono 4.476, dieci anni più tardi sono 21.941 e diventano 37.100 nel 1936. La nascente industria automobilistica vede gli operai sostituirsi ai contadini e ai commercianti in un territorio che presenta una cospicua presenza di immigrati. I censimenti rivelano come solo un quarto degli abitanti siano originari di Torino. La parte rimanente proviene infatti dalle campagne del Piemonte, dall’Italia settentrionale (specialmente dal Veneto) e dal Sud (pugliesi). Al rapido incremento della popolazione, non corrisponde però un intervento adeguato (specialmente in campo edilizio) destinati a supportarlo. Una normalizzazione avviene soltanto a partire dagli anni Venti quando, dopo lo spostamento della cinta daziaria, il borgo appare pienamente inglobato nella città, cessando di essere un paese nella città, per diventare un pezzo della periferia torinese.

 

La Grande Guerra e il fascismo
Con lo scoppio della prima guerra mondiale molta parte della produzione venne destinata all’industria bellica. Le difficoltà economiche createsi dopo i primi due anni di guerra portano gli operai torinesi a indire agitazioni e scioperi. Nell’agosto 1917 il pane manca in quasi tutta la città: dai quartieri operai una rivolta spontanea unisce motivazioni economiche a rivendicazioni politiche, su tutte la fine della guerra.  Il fascismo nel 1925 abolì il diritto allo sciopero e nel 1927 venne approvata la Carta del Lavoro. Le proteste ripresero nel 1939 per e la scarsità di generi alimentari e per denunciare i prezzi troppo alti; in quegli anni il prezzo della vita era raddoppiato a causa della guerra. Nel 1943 c’erano stati molti licenziamenti e le proteste avvennero anche per questo; poi in seguito si aggiunsero la richiesta di cessazione della guerra e la repressione antioperaia. I partiti clandestini antifascisti inoltre ebbero sempre più un ruolo fondamentale e nel 1944 gli scioperi ebbero una connotazione politica, in collegamento con la Resistenza partigiana. Il 3 marzo gli operai della FIAT Grandi Motori furono attaccati dai militi fascisti all’uscita della fabbrica e lo stesso giorno i partigiani delle Brigate Garibaldi ordinarono lo sciopero in Valsesia, mentre in Valle d’Aosta vennero compiuti atti di sostegno allo sciopero torinese sabotando linee elettriche e impianti. 

Il boom economico e l’Autunno Caldo
La città è al centro di flussi migratori che raggiungono dimensioni rilevanti negli anni del miracolo economico (1950- 1975). Tra gli immigrati prevalgono quelli provenienti dal Sud Italia. L’ondata migratoria porta a un aumento della popolazione e alla crescita di atteggiamenti di rifiuto ed esclusione. Ed è proprio nell’ingiustizia sociale che cova l’Autunno Caldo, segnato da lotte operaie che iniziano nell’autunno del 1969 con una grande mobilitazione sindacale, figlia del clima politico del Sessantotto.  
 
 
In questo periodo le rivendicazioni salariali nelle grandi fabbriche si allearono alle agitazioni studentesche che reclamavano il diritto allo studio per tutti gli strati sociali. Furono organizzate per la prima volta imponenti manifestazioni a Torino per il Centro-Nord (25 settembre), a Napoli per il Centro-Sud (16 ottobre) e infine una manifestazione nazionale a Roma con oltre 100.000 metalmeccanici (28 novembre). Vennero individuati nei Consigli di Fabbrica le strutture sindacali unitarie nei luoghi di lavoro. 
 
 

 



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