About Us

Conferenza sulle Dipendenze, proseguiamo “oltre le fragilità”

07 Dic Conferenza sulle Dipendenze, proseguiamo “oltre le fragilità”

Oltre le fragilità recitava il titolo della Conferenza Nazionale sulle Dipendenze, tenutasi a Genova il 27 e il 28 novembre scorso. Le due giornate di conferenza in plenaria hanno rappresentato l’esito di un percorso di riflessione e confronto che ha visto coinvolti esperti, operatori e ricercatori del settore pubblico e privato in gruppi di lavoro e sette tavoli tematici preparatori.

Ma di quali fragilità stiamo parlando? In primo luogo è fragile la rappresentazione comune che si ha del consumo di sostanze e delle persone che ne sono interessate. Se c’è un passo, parziale e sicuramente non sufficiente, che le discussioni della Conferenza hanno contribuito a realizzare, è verso un superamento dello stigma che da sempre grava sulle persone che usano sostanze, come se il comportamento in sé e il rapporto problematico con le droghe definissero in maniera esclusiva e totalizzante la storia di ognuno di loro. Più volte è stata ricordata negli interventi del weekend – ed è risuonata nelle parole di Luigi Ciotti, in un’eco ideale con l’amico don Gallo nella sua Genova – la necessità di recuperare lo statuto umano di ogni soggetto coinvolto: non si tratta di problemi, parliamo di persone. Rimettere al centro la fondamentale cifra umana di ogni storia, anche la più disperata, ci permette di uscire dalla trappola delle generalizzazioni moralistiche e di principio (l’appello ormai logoro e puramente retorico alla “guerra alla droga”) e di ritrovare le differenze e le sfumature nei percorsi esistenziali delle persone che incontriamo come amici, parenti, pazienti e “prossimi” che, con modalità e frequenze diverse, fanno uso di sostanze.

Le ricerche e i dati epidemiologici presentati nella Conferenza ci raccontano che alcuni di loro hanno un rapporto controllato con l’uso di sostanze, sostanzialmente compatibile con i loro vincoli sociali, famigliari, lavorativi, e si scontrano indirettamente con un fronte problematico quando la prevista sanzione alla loro pratica di uso crea conseguenze faticose sulla vita sociale e lavorativa (vedi il ritiro della patente o le ripercussioni nel luogo di lavoro). Altri vivono momenti temporanei, ma intensamente dannosi, di abuso di sostanze, picchi di problematicità in alcuni momenti della loro vita, ed è allora necessario interrogarsi su come declinare la protezione e la sicurezza in queste fasi critiche. Altri ancora cadono in un’aperta condizione di dipendenza e allora il prendersi cura si traduce in tutte le possibili modalità di vicinanza, dal lavoro motivazionale e di terapia con chi vuole affrontare la sfida di oltrepassare la propria condizione e raggiungere una condizione di astinenza, fino al supporto per chi non può, non riesce e non vuole smettere, con azioni di limitazione del danno.

Rimettere la persona al centro vuol dire superare l’impianto della legge attuale, la ormai fragilissima 309 del 1990, auspicio che più volte è emerso nei lavori della Conferenza. Cambiare la normativa vuol dire rinnovare lo sguardo con cui si affronta il fenomeno delle tossicodipendenze, oltrepassare una dimensione punitiva per trovare una nuova modalità di approccio. La prospettiva di depenalizzazione e decriminalizzazione dell’uso di sostanze (un alleggerimento che, beninteso, deve riguardare le pratiche personali e minute di consumo, non sicuramente i grandi traffici) non è un “liberi tutti” deresponsabilizzante: è la constatazione che la minaccia disciplinare non ha funzionato e ha creato ulteriori sofferenze nella vita delle persone, e che al linguaggio penale risulta necessario avvicendare un lessico sociale. Non possiamo arrenderci al semplice slittamento del fenomeno del trattamento delle dipendenze da un ambito disciplinare a uno puramente medico: pur riconoscendo il valore della considerazione sanitaria, è emersa (forse ancora minoritaria nel coro complessivo delle voci presenti) l’esigenza di (ri)costruire uno sfondo relazionale, educativo e fondamentalmente umano per sostenere e comprendere pienamente il fenomeno dell’uso di sostanze e della dipendenza.

I tavoli tematici hanno delineato ambiti di potenziale intervento e rilevato proposte specifiche. C’è in primo luogo il carcere, luogo dove la pena si svuota di ogni intenzionalità rieducativa e si riduce a pura reclusione, a mera punizione: ragionare sulla tossicodipendenza come terreno di lavoro terapeutico ed educativo, e non colpa da espiare, vuol dire decongestionare il sovraffollamento carcerario, implementare le misure alternative per i soggetti dipendenti, favorire per tutti una continuità terapeutica tra carcere e territorio, prevedere la riduzione del danno e i dovuti trattamenti sanitari all’interno del percorso detentivo. Si è poi parlato di prevenzione, ambito fondamentale su cui in questi anni si è abbattuta la scure del taglio dei finanziamenti: fare prevenzione vuol dire promuovere cultura e consapevolezza critica sul fenomeno, consolidare alleanze tra i diversi attori del territorio, in primo luogo la scuola, sensibilizzare la comunità affinché sia capace di cogliere segnali di eventuale problematicità e attivi azioni di presa in carico precoce.

Un ulteriore approfondimento ha riguardato la revisione del sistema dei Servizi, da quelli pubblici per le Dipendenze alle Comunità Terapeutiche: è necessario riconfigurare il modello alle nuove caratteristiche del fenomeno di dipendenza nei territori, promuovendo integrazione (tra il pubblico e il privato, ma anche tra le diverse anime della cura sanitaria, in primis con la Salute Mentale), partecipazione di tutti e in primo luogo delle persone che usano droghe, in una dimensione di empowerment personale e di restituzione di dignità, e un approccio di presa in carico capace di rispettare la globalità e la complessità della persona. Ripensare al sistema dei servizi vuol dire trasformare l’organizzazione, e rendere possibile questo cambiamento a livello normativo.

Un altro focus di attenzione della Conferenza è stato dedicato alla riduzione del danno, che raccoglie le azioni mirate a salvaguardare le persone che usano sostanze dai rischi sanitari correlati e a promuovere presenza, relazione e protezione anche nei contesti di uso attivo: le pratiche che vengono realizzate a macchia di leopardo sul territorio nazionale, e con finanziamenti a singhiozzo, devono raggiungere capillarità e continuità, come già prescritto nei Livelli Essenziali di Assistenza, integrando alle pratiche già consolidate in strada, nei centri diurni e nei drop in azioni innovative come il drug checking e la sperimentazione delle drug consumption rooms.

Altro tema della Conferenza è stato il reinserimento sociale e lavorativo: il recuperare e il consolidare la possibilità di essere in relazione, di gestire la propria casa e di raggiungere una condizione di occupabilità sono parte integrante del percorso terapeutico e riabilitativo delle persone. Questo si traduce in una sintonizzazione del panorama legislativo nazionale, che a oggi risulta fortemente frammentato, in una forte integrazione tra servizi sanitari e sociali del territorio e in una stabilizzazione di esperienze positive di inclusione sociale, lavorativa e di progetti sull’abitare.

Una sezione è stata dedicata anche ai prodotti di origine vegetale a base di cannabis a uso medico, un punto ahimè di debolezza della Conferenza, che si è concentrata su un aspetto già ampiamente validato dalla comunità scientifica e regolato da una legge nazionale, non dimostrando il necessario coraggio per affrontare il tema centrale e più attuale, la possibilità di apertura e regolazione del consumo ricreativo di cannabis.

Un’ultima importante pagina della Conferenza ha riguardato la formazione e la ricerca: se la prima risulta fondamentale nel rendere costantemente aggiornati gli operatori del pubblico e del privato sociale sull’evoluzione del fenomeno delle dipendenze (come Università della Strada incontriamo ogni giorno i gruppi operativi dei diversi servizi sanitari e sociali in percorsi di formazione e supervisione), è altrettanto centrale consolidare un piano generale di ricerca che sappia valutare l’efficacia dei trattamenti, monitorare la situazione epidemiologica e in prospettiva migliorare la qualità delle cure. La Conferenza ha potuto raccogliere le evidenze scientifiche più attuali sul tema, portate da agenzie autorevoli come il Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’Istituto Superiore di Sanità: stare sui dati permette di oltrepassare le posizioni ideologiche e ragionare in termini fondati sulle linee di azione.

Ovviamente non sono tutte rose e fiori, ampie potrebbero essere le critiche per le imperfezioni e le mancanze di questa Conferenza. Sul coraggio da spendere nel dibattito pubblico e sulle innovazioni da implementare si è concentrato il Fuori Conferenza, un’iniziativa parallela all’incontro ufficiale, che ha visto riunita la rete di organizzazioni ed enti per la riforma delle politiche sulle droghe (di cui il Gruppo Abele è parte insieme ad Arci, CNCA, CGIL, Forum Droghe, Itardd e altre realtà nazionali), con l’accoglienza e l’ospitalità della Comunità di San Benedetto al Porto e la presenza attiva di ben undici rappresentanze delle unità mobili di strada del territorio nazionale.

Se vogliamo vedere però il bicchiere mezzo pieno, possiamo scorgere in questo complessivo momento di confronto – ufficiale e non – un passo ulteriore di cambiamento della cultura delle dipendenze e della rappresentazione delle persone che usano sostanze in una direzione (ri)umanizzante, non sacrificando la persone alla demonizzazione tout court della droga, ma recuperandola nella complessità e profondità della sua storia e di questo fenomeno. È un percorso di rinnovamento culturale che ci riguarda tutti.

Alla politica spetta invece il compito di non sprecare l’impegno e la passione degli interventi e dei contributi di questi giorni: gli atti della Conferenza contengono proposte praticabili e linee di azione da realizzare e sostenere. Speriamo che tutto questo non venga sacrificato nel gioco della politica, come purtroppo è avvenuto in questi ultimi anni in cui le maggiori sollecitazioni al cambiamento sono state esclusivamente extraparlamentari (vedi la sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulle condizioni di carcerazione in Italia, la sentenza della Corte Costituzionale che ha sancito l’illegittimità costituzionale della legge Fini- Giovanardi, e la recente proposta referendaria sulla cannabis legale). L’assenza del Ministro della Salute è stato purtroppo un pessimo segnale, vista la centralità dell’aspetto sanitario nel discorso sulle dipendenze e il progressivo disinvestimento – in termini di risorse umane, professionali e sanitarie – nei confronti dei servizi dedicati.

A ognuno di noi il compito di tenere accesi i riflettori su questo tema, sollecitando le opportune decisioni politiche, promuovendo confronti tra posizioni diversificate e stanando gli imbarazzati silenzi della politica.

(ezio farinetti, Università della Strada Gruppo Abele)



Facebook