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Costruire un nuovo welfare per una Torino meticcia

08 Giu Costruire un nuovo welfare per una Torino meticcia

Un workshop aperto alla città, con la rete di associazioni di cittadini e cittadine di origine straniera con la quale da anni il Gruppo Abele lavora, per presentare il 12 giugno un documento importante, risultato di una riflessione, partecipata, collettiva, condivisa, lunga, condotta insieme al Comune di Torino e alle Case del Quartiere, nell’ambito del progetto FAMI Impact di cui è capofila Regione Piemonte, e che vuole ragionare intorno al welfare ai tempi del Covid 19.

Ne ero già convinta, ma il ruolo che queste associazioni hanno assunto durante la pandemia mette in evidenza quanto il nostro sguardo sui cosiddetti “migranti” sia intriso di pregiudizi e di grossolane infarinature sociologiche. Uno sguardo sghembo e approssimativo, giudicante, che si riflette già nel linguaggio (e come non pensare alla famosa associazione di Nanni Moretti secondo cui “chi parla male pensa male e vive male”): non a caso nella maggior parte dell’opinione pubblica, ma anche nei media e spesso anche tra noi operatori del sociale i termini “immigrato”, “profugo”, “clandestino” si svuotano del senso del viaggio per diventare indicatori socio-economici, additando donne e uomini in condizione di povertà, fragilità, emarginazione. Sono parole che segnano un pre-giudizio e che rendono bene l’essenza di un mondo che parte già diseguale (e come potrebbe altrimenti definirsi un contesto in cui basta la provenienza per essere automaticamente bollato come povero?).

Il linguaggio, le parole, i significanti, rimandano a un modo di dare senso alla realtà in un determinato momento storico e contesto territoriale. “Il migrante è il grado zero dell’umanità” sostiene la filosofa Donatella Di Cesare. “Il migrante è la spoglia nuda dello straniero. E la sua nudità ci fa paura… Il migrante è colui o colei che viene, sbandierando la propria povertà…. E aggiungo che ha molte colpe, ai nostri occhi gravissime. La prima: essersi mosso. E questa è la colpa originaria: il migrante è un pre-giudicato”.

A partire da questi significati è impossibile pensare alle persone di origine straniera come a persone competenti, capaci, che sono risorse e non problemi. Il lavoro fatto insieme in questi mesi difficili e le riflessioni che ne stanno emergendo mettono in luce come in una città meticcia come la Torino dei tempi della pandemia si debba superare il punto di vista della diversità per lavorare dentro a un sistema di welfare che vede istituzioni e cittadini, di qualsiasi provenienza, lavorare unitamente per il bene comune. Ognuno con ciò che ha da offrire, perché il contributo di tutti è fondamentale per costruire e ri-costruire comunità.

“Durante  la pandemia abbiamo capito che dovevamo uscire di più sul territorio e offrire servizi anche a chi non era socio della nostra associazione. Abbiamo cominciato a parlare molto di welfare generativo, empowerment di comunità e si è cominciato a parlare di volontariato della rete. Abbiamo capito cosa vuol dire essere una comunità ed essere una risorsa per la città. Ci siamo aperti agli altri servizi che dobbiamo guardare con fiducia. Siamo stati interpellati  molto da persone in difficoltà le cui richieste erano molteplici (cibo, soldi, sostegno emotivo e legale). Ci siamo sentiti forti insieme agli altri. Eravamo impreparati, come tutti, ma anche pronti a impegnarci e a imparare. La pandemia ci ha fatto apprendere un altro metodo di lavoro”.  Queste frasi dette nei gruppi di lavoro sono la sintesi di un ragionamento che vogliamo presentare a operatori, associazioni, istituzioni cittadini. Perché i nostri sguardi si incontrino e non vedano ciò che fra noi è diverso, ma ciò che ci unisce nella comune umanità.

 

(lucia bianco – responsabile progetti per le famiglie del Gruppo Abele)



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