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Due – Donne che non si arrendono

 

«Dannazione».

Alcune setole della scopa si sono incastrate sotto lo stipite della porta e non vengono via.

Mi chino per strapparle, anche se mi disgusta. Mettere le dita sul pavimento umidiccio, vicino ai grumi di polvere, ai residui di cibo dei bambini, mi nausea.

Mi fisso le mani: le unghie sono ancora belle, lunghe, smaltate e appuntite, come mi sono sempre piaciute. Pare l’unica cosa che non sia cambiata, in questa vita stravolta che mi fa girare la testa.

Ho sempre amato la manicure, è un regalo a se stessi. Con le altre ragazze ce la facevamo a vicenda prima di uscire, e quando mettevo da parte qualche euro in più andavo dai cinesi sotto casa per un lavoro ben fatto. La perfezione passa da ogni dettaglio: me l’ha detto un fotografo una volta. Sospiro mentre mi rimetto in piedi. Ripensare all’altra vita mi fa sentire un grosso peso sullo stomaco.

Davvero queste mani sono le stesse di qualche mese fa? Non è del tutto vero nemmeno questo. Basta guardarle, lo smalto è sbeccato e ci sono pesanti linee di sporco scuro sotto la vernice. Succede quando compaiono decine, centinaia, di stupide incombenze di cui occuparsi durante la giornata. Ci sono tantissime cose che sporcano, e io nemmeno me ne ricordavo. I piatti, le tazze, i vestiti dentro la lavatrice, l’armadio e i pannolini, pulire il bagno e pelare le patate. Ogni cosa le incrina un po’ di più.

Sono in questo posto da nemmeno due settimane e lo odio, con tutta la forza di cui sono capace.

Mi appoggio al muro: la cucina è vuota. Le altre sono di sopra nelle loro stanze, a fare dio sa cosa; i bambini sono stati messi a letto, solo un paio dei più grandi sono nella sala tv e guardano rumorosamente un cartone animato, sento le loro risate attutite dall’altra parte del corridoio.

Stasera toccava a me il turno di pulizia dopo cena. Fisso la porta del giardino sul retro, la notte sembra tranquilla, ma non si sa mai cosa può nascondersi nel buio.

Muoio dalla voglia di una sigaretta.

Apro il frigo, so che non troverò quello che cerco, ma lascio che le mie dita sfiorino il bordo delle lattine nello scompartimento in alto. Non è quello che cerco, ma mi faccio andare bene il tè freddo.

«Alla pesca per favore».

Dovevo sempre ripetere l’ordinazione gridando forte, non c’era modo che il barman si ricordasse il tipo di vodka del mio drink preferito. Mi sporgevo sul bancone e finivo per sussurrarglielo nell’orecchio. Era buffo, un nostro gioco.

Mi serviva un po’ di carica prima di iniziare, prima di ballare tutta la notte. Sento sotto le dita i lustrini del mio vestito più bello, quello che faceva risaltare i miei occhi e mi slanciava le gambe. Mi sembra ancora di essere la più bella della stanza. Chiudo gli occhi e mi vedo riflessa nel marmo lucido del bagno, così diverso da quello del mio appartamento. Nessuna pila di panni, nessun vasino in mezzo al pavimento. Mi guardo sfiorare distrattamente l’asciugamano, un lino di prima scelta, le iniziali dell’hotel ricamate a mano. Mi avvicino allo specchio, mi pizzico le guance e cancello uno sbaffo di rossetto inesistente. Nella stanza accanto mi stanno aspettando. Mi sciolgo i capelli e sfilo i collant.

Apro gli occhi e fisso le piastrelle bianche della cucina. C’è dello sporco tra le fughe.

Dovrei dormire, domani c’è il colloquio con quelli del tribunale.

Spengo la luce e chiudo la porta, la lattina è rimasta aperta sul ripiano.

***

Non sono ancora arrivata in cima alle scale, che inizio a sentire il suo profumo.

È sdraiata nel lettino rosa, anche nella penombra della stanza riesco a vedere i movimenti del suo respiro. Le passo un dito sulla guancia morbida: non ha mai dormito in questo modo tranquillo, prima. A casa.

La guardo e ripenso alla prima volta che me l’hanno messa in braccio, così piccola e umida. Che mi pareva di sentirla ancora dentro di me, o forse ero io ad essere stata tanto tempo dentro di lei, e insieme a me tutta la stanza e il mondo intero. Vedo il nostro appartamento, le ragazze che la fanno giocare, quella buffa foto del suo primo compleanno, dov’è tutta avviluppata in una giacca enorme nel guardaroba del club.

Mi avvicino alla finestra e osservo le luci della città lontana, quel brillio della vita che prosegue senza di noi. E non riesco, non ce la faccio. Un po’ mi odio, un po’ la odio. Questo corpo così piccolo che ha costantemente bisogno di me, quando io non ho margini, nemmeno per me stessa.

Raccolgo un peluche da terra: è una piccola pantera, il primo regalo che le ho fatto. Lo stringo, e mi trovo a domandarmi se fosse per lei, oppure per me. Lei che è piccola, ma così forte, che qui dentro guarda tutti negli occhi, con curiosità, con quel senso di attesa sul viso. Senza mai avere paura.

Vorrei spostarla nel letto con me, stringermi a lei, ma ho il timore di svegliarla. Prima di dormire, in queste sere, ho iniziato a immaginare la nostra nuova vita insieme, quando succederà. La prima volta che potrò portarla al cinema. La nostra nuova casa, quando troverò un lavoro. Come sarà accompagnarla a scuola, stare insieme per strada da sole. Come sarà tornare qui, magari. Venire a salutare, attraversando il cancello alla guida della mia prima vera macchina. Magari non ci torneremo più. Peccato, però: il panorama da questa finestra mi piace. Forse sarà carino, rivederlo di tanto in tanto.

Non me ne accorgo, ma mi scappa un sorriso, mentre ancora abbraccio la pantera.

Forse le cose andranno bene, dopo tutto.

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