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Tre – Donne che non si arrendono

 

L’ascensore del palazzo fa un rumore strano, sembra che qualcuno stia girando un’enorme manovella invisibile, molto cigolante, per tirarlo su a fatica.

Mi prude la fronte vicino all’attaccatura dei capelli, dove ho una piccola cicatrice. Quando è irritata significa pioggia, o almeno così dice la parrucchiera.

Poso per terra la borsa della spesa e un milione di mele annurche rotolano nella cabina. In condizioni normali imprecherei, ma oggi sono troppo di buon umore per lasciarmi andare.

Ho promesso a Nina e alla sua maestra una torta di mele per la festa d’autunno, domani.

È il nostro primo anno in questa scuola, in questa classe, e vorrei che fosse tutto perfetto; ci saranno molte famiglie e mi piacerebbe conoscerne qualcuna. So che, tra loro, i bambini si invitano spesso a casa, per giocare o fare merenda, ma nessuno l’ha ancora chiesto a Nina. Ci vuole tempo in queste cose, me ne rendo conto. Forse sono più impaziente di lei, ma vederla disegnare per ore al tavolo del cucinino con quell’espressione concentrata – ha un viso così adulto a volte, cerco il mio nello specchio dell’ascensore e trovo solo due occhi incerti – mi fa stringere il cuore.

Mi chiedo se gli altri intuiscano la nostra storia, cosa pensino. Se questo influisca sulle amicizie di mia figlia. Se, una volta di più, quello da cui scappiamo ci insegua, ci preceda. Ci abbia marchiate. Non sono in vena di racconti con le altre mamme: di cosa dovrei parlare? Bello quel maglione, il lavoro va bene, faccio la segretaria nello studio di un dentista, la bambina per adesso non suona nessuno strumento, però sa nuotare, ha imparato quando abbiamo vissuto in una comunità protetta per scappare dalla nostra vecchia vita. No, non funziona granché. Per ora non sono in vena di racconti: di torte, invece sì.

Torno bruscamente in me, uno scampanellio mi annuncia che siamo arrivati al piano giusto. Viviamo qui da quasi sei mesi, e inizio a riconoscere casa nell’odore umido e familiare di questo vecchio palazzo. All’inizio era strano, tutto questo silenzio. La comunità è il posto più vivo in cui abbia mai messo radici: c’è sempre qualcuno – mamme, bambini, volontari – che ride, piange, grida. C’è gioia, c’è frustrazione a volte, c’è calore, c’è speranza. C’è vita. Ci siamo affidate alle mani di chi ci ha prese in braccio, quando nessun altro avrebbe potuto; all’inizio un po’ riottosamente, forse. Dopo, buttandoci a capofitto. Io e Nina siamo cresciute in quelle stanze, abbiamo lasciato andare, abbiamo lasciato entrare.

Nella mia camera sulle scale non ho lasciato solo un letto alla prossima ragazza che arriverà, magari con paura, forse con fastidio, con il timore di pronunciare la parola speranza. Senza sapere quanta strada dolorosa, difficile e bellissima la aspetta. Ho lasciato notti di veglia, trascorse a guardare il sonno di Nina. Ho lasciato lo specchio, la voglia di essere di nuovo me. Ci sono i nostri cuscini, le tacche della crescita di una bambina che diventa grande, c’è un pezzo del mio cuore.

È difficile pescare le chiavi in borsa, con tutte queste borse in mano. Mi appoggio alla porta e la maniglia cede sotto il mio peso, è aperta. Il cuore manca un battito: sono quasi certa di aver dato diverse mandate prima di uscire. Il sangue sembra defluirmi da ogni centimetro di pelle, le gambe non funzionano. Sono ghiacciata, un fermo immagine davanti a una casa che all’improvviso è sconosciuta, forse violata. Un marchio che brucia sulla pelle. Sono minuscola, sono di nuovo il nulla. Sento l’attacco di panico che sta per cancellarmi.

E poi all’improvviso succede, non so nemmeno come: faccio respiri profondi, tengo a mente le istruzioni. Li sento tutti intorno a me, li visualizzo. Li vedo, ho davanti agli occhi la potenza della loro presenza, anche se non sono qui. Trovo forza nel loro stesso esistere, in quella loro assurda, ridicola, eterna fiducia in me. Faccio un passo avanti, entro. Qualsiasi cosa ci sia dentro casa – dentro la mia testa, dentro il mio passato – non può fermarmi dall’esistere.

Sono cauta, tengo il telefono in mano, lascio la porta aperta alle mie spalle, ho sentito i vicini preparare il pranzo, so che, se necessario, mi sentiranno. Stanza dopo stanza, i miei occhi scrutano ogni ombra, ogni angolo. Non c’è traccia di nulla, l’appartamento non contiene altro che la mia assurda paura. Mi sento un po’ ridicola, ma ho imparato a perdonarmi. A concedermi tempo.

La cucina è un ottimo rifugio per ricordarmi di volermi bene, le mani tagliano veloci fettine di mela. Mentre le caramello nella pentola, accarezzo anche il mio cuore indolenzito.

Ho desiderato tanto questa vita nuova, l’ho sognata ogni notte. Poter uscire, camminare insieme per strada, guardare le vetrine, addormentarci in un posto nostro. Decidere cosa cucinare per cena. Tutta questa libertà a volte mi fa sentire esposta, mi sembra sterminata e mi fa tremare. Sembrava impossibile, prendere tutto quello che ho, che abbiamo passato, e trasformarlo in qualcosa di bello. Sapere che esisto, che me lo merito, che io e Nina abbiamo diritto a tutta la meraviglia del mondo. E non è facile, non può esserlo sempre, perché l’esistenza è come una ricetta, ci sono moltissimi ingredienti e ogni tanto qualcosa va aggiustato. Fermandosi e ricominciando, ma senza smettere, cercando di migliorare sempre più.

Non me n’ero accorta, ma c’è una lacrima che mi rotola sulla guancia. La sposto prima che finisca nella casseruola insieme alle mele. Mi viene da ridere al pensiero di cosa direbbero le altre mamme. Quelle madri che sembrano così perfette, con i loro maglioncini e le loro vite. E chissà quante di loro potrebbero specchiarsi in quello che sento.

Guardo fuori, l’autunno sta davvero calando sulla città. Appoggio la fronte, la mia piccola cicatrice, sul vetro. Sono in vena di torte, oggi. I racconti verranno dopo, magari domani. Sorrido, perché “domani” mi sembra la parola più bella del mondo.

Due – Donne che non si arrendono

 

«Dannazione».

Alcune setole della scopa si sono incastrate sotto lo stipite della porta e non vengono via.

Mi chino per strapparle, anche se mi disgusta. Mettere le dita sul pavimento umidiccio, vicino ai grumi di polvere, ai residui di cibo dei bambini, mi nausea.

Mi fisso le mani: le unghie sono ancora belle, lunghe, smaltate e appuntite, come mi sono sempre piaciute. Pare l’unica cosa che non sia cambiata, in questa vita stravolta che mi fa girare la testa.

Ho sempre amato la manicure, è un regalo a se stessi. Con le altre ragazze ce la facevamo a vicenda prima di uscire, e quando mettevo da parte qualche euro in più andavo dai cinesi sotto casa per un lavoro ben fatto. La perfezione passa da ogni dettaglio: me l’ha detto un fotografo una volta. Sospiro mentre mi rimetto in piedi. Ripensare all’altra vita mi fa sentire un grosso peso sullo stomaco.

Davvero queste mani sono le stesse di qualche mese fa? Non è del tutto vero nemmeno questo. Basta guardarle, lo smalto è sbeccato e ci sono pesanti linee di sporco scuro sotto la vernice. Succede quando compaiono decine, centinaia, di stupide incombenze di cui occuparsi durante la giornata. Ci sono tantissime cose che sporcano, e io nemmeno me ne ricordavo. I piatti, le tazze, i vestiti dentro la lavatrice, l’armadio e i pannolini, pulire il bagno e pelare le patate. Ogni cosa le incrina un po’ di più.

Sono in questo posto da nemmeno due settimane e lo odio, con tutta la forza di cui sono capace.

Mi appoggio al muro: la cucina è vuota. Le altre sono di sopra nelle loro stanze, a fare dio sa cosa; i bambini sono stati messi a letto, solo un paio dei più grandi sono nella sala tv e guardano rumorosamente un cartone animato, sento le loro risate attutite dall’altra parte del corridoio.

Stasera toccava a me il turno di pulizia dopo cena. Fisso la porta del giardino sul retro, la notte sembra tranquilla, ma non si sa mai cosa può nascondersi nel buio.

Muoio dalla voglia di una sigaretta.

Apro il frigo, so che non troverò quello che cerco, ma lascio che le mie dita sfiorino il bordo delle lattine nello scompartimento in alto. Non è quello che cerco, ma mi faccio andare bene il tè freddo.

«Alla pesca per favore».

Dovevo sempre ripetere l’ordinazione gridando forte, non c’era modo che il barman si ricordasse il tipo di vodka del mio drink preferito. Mi sporgevo sul bancone e finivo per sussurrarglielo nell’orecchio. Era buffo, un nostro gioco.

Mi serviva un po’ di carica prima di iniziare, prima di ballare tutta la notte. Sento sotto le dita i lustrini del mio vestito più bello, quello che faceva risaltare i miei occhi e mi slanciava le gambe. Mi sembra ancora di essere la più bella della stanza. Chiudo gli occhi e mi vedo riflessa nel marmo lucido del bagno, così diverso da quello del mio appartamento. Nessuna pila di panni, nessun vasino in mezzo al pavimento. Mi guardo sfiorare distrattamente l’asciugamano, un lino di prima scelta, le iniziali dell’hotel ricamate a mano. Mi avvicino allo specchio, mi pizzico le guance e cancello uno sbaffo di rossetto inesistente. Nella stanza accanto mi stanno aspettando. Mi sciolgo i capelli e sfilo i collant.

Apro gli occhi e fisso le piastrelle bianche della cucina. C’è dello sporco tra le fughe.

Dovrei dormire, domani c’è il colloquio con quelli del tribunale.

Spengo la luce e chiudo la porta, la lattina è rimasta aperta sul ripiano.

***

Non sono ancora arrivata in cima alle scale, che inizio a sentire il suo profumo.

È sdraiata nel lettino rosa, anche nella penombra della stanza riesco a vedere i movimenti del suo respiro. Le passo un dito sulla guancia morbida: non ha mai dormito in questo modo tranquillo, prima. A casa.

La guardo e ripenso alla prima volta che me l’hanno messa in braccio, così piccola e umida. Che mi pareva di sentirla ancora dentro di me, o forse ero io ad essere stata tanto tempo dentro di lei, e insieme a me tutta la stanza e il mondo intero. Vedo il nostro appartamento, le ragazze che la fanno giocare, quella buffa foto del suo primo compleanno, dov’è tutta avviluppata in una giacca enorme nel guardaroba del club.

Mi avvicino alla finestra e osservo le luci della città lontana, quel brillio della vita che prosegue senza di noi. E non riesco, non ce la faccio. Un po’ mi odio, un po’ la odio. Questo corpo così piccolo che ha costantemente bisogno di me, quando io non ho margini, nemmeno per me stessa.

Raccolgo un peluche da terra: è una piccola pantera, il primo regalo che le ho fatto. Lo stringo, e mi trovo a domandarmi se fosse per lei, oppure per me. Lei che è piccola, ma così forte, che qui dentro guarda tutti negli occhi, con curiosità, con quel senso di attesa sul viso. Senza mai avere paura.

Vorrei spostarla nel letto con me, stringermi a lei, ma ho il timore di svegliarla. Prima di dormire, in queste sere, ho iniziato a immaginare la nostra nuova vita insieme, quando succederà. La prima volta che potrò portarla al cinema. La nostra nuova casa, quando troverò un lavoro. Come sarà accompagnarla a scuola, stare insieme per strada da sole. Come sarà tornare qui, magari. Venire a salutare, attraversando il cancello alla guida della mia prima vera macchina. Magari non ci torneremo più. Peccato, però: il panorama da questa finestra mi piace. Forse sarà carino, rivederlo di tanto in tanto.

Non me ne accorgo, ma mi scappa un sorriso, mentre ancora abbraccio la pantera.

Forse le cose andranno bene, dopo tutto.

Uno – Donne che non si arrendono

 

Un rumore di gocce si infila nel mio torpore, mi raggiunge sul fondo e mi trascina in alto, oltre la superficie dell’incoscienza.

Mentre lentamente riemergo dall’assopimento, lo sento risuonare nel silenzio buio della stanza.

Insieme a quel suono impercettibile, tornano i sensi, le percezioni.

La lingua in bocca è secca: lecco piano il palato e mi sembra sabbia dal sapore metallico.

Mi godo la sensazione dell’aria che passa nelle narici, si fa strada fino ai polmoni, e torna indietro. Mi pare di non aver mai respirato prima.

Ricomincio ad avere coscienza di tutto il mio corpo, piego i polsi e tendo le dita delle mani, stiro tendini e ossa. Cerco di stendere braccia e gambe nel letto, ho bisogno di sgranchirmi.

Poi, come un macigno, all’improvviso mi piomba addosso il dolore.

Un dolore sordo, pulsante, concentrato nella parte sinistra dell’addome.

Cerco di tirarmi su, appoggiarmi sui gomiti, ma i miei arti non rispondono ai comandi.

Boccheggio, la fitta peggiora; mi pare di affogare in un buco nero che parte dal mio fianco e inghiotte tutta la stanza.

Cerco di inspirare in modo profondo, mi concentro sui respiri, sull’aria intorno a me, sui rumori.

Sul quel suono di gocce che mi ha svegliata.

Dopo un tempo che mi pare infinto, il mare di lava si ritira e il dolore si attenua.

Apro un occhio, lentamente, poi l’altro, ed è come se avessi della polvere di pietra sotto le palpebre. Intorno a me, riconosco appena le forme degli oggetti.

La stanza è buia, tranne per delle sottili strisce di luce che si infilano tra le persiane tirate giù. Non so bene che ore siano, ma, mentre i miei occhi si abituano all’oscurità, indovino il profilo della lampadina che pende dal soffitto della nostra camera da letto.

Torno a sentire il rumore di gocce e mi chiedo cosa possa essere.

Il pensiero di lei mi arriva all’improvviso, mi travolge, mi abbatte, e sento il terrore serrarmi il retro delle ginocchia. Come ho fatto a scordarmene? Vorrei alzarmi, correre a controllare se dorma tranquilla nella stanza accanto, non riesco a ricordare di averla messa a letto, di averle cantato la sua canzone. Non so da quanto tempo sto dormendo, non la sento piangere, né chiamare, non sento il suo lieve russare sereno, forse dovrei portarla da un medico vero, quel pediatra aveva detto che doveva togliere le adenoidi, e se fosse soffocata nel sonno? Se lo lascio entrare, il panico mi invaderà la testa e non riuscirò più a pensare lucidamente, tutto diventerà la peggiore delle possibilità.

Devo andare a vedere, ma non riesco ancora a spostare il mio peso sul materasso. Sento il lenzuolo umido, devo aver sudato molto stanotte.

Cerco di ricostruire gli ultimi momenti trascorsi prima del sonno, devo mettere insieme i pezzi della serata. Ho i pensieri accavallati, una melma appiccicosa che mi soffoca la memoria.

Mi passo la lingua sulle labbra, le scopro spaccate: c’è una piccola crosta ancora fresca sul labbro inferiore, gonfio. Sono confusa, mentre lecco via il sangue secco, ho un lampo improvviso. L’immagine di un prato mi colpisce, è un ricordo sfumato che sembra immerso nella nebbia. Mi concentro sui dettagli: è un terreno alla fine del paese, c’è qualche albero, qualche cespuglio, non ci sono luci, tranne delle case a diversi chilometri di distanza.

Come ho fatto ad arrivarci? Chiudo gli occhi e continuo a ricordare.

Ero lì, fissavo il cielo notturno senza stelle. All’improvviso il prato si è capovolto, il mondo è caduto e un dolore inatteso mi ha colpita alla nuca. Ho sbattuto il viso per terra, il labbro contro una pietra.

Più mi aggrappo a quel ricordo, più sento il sapore di terra in bocca. La nebbia dei pensieri si dirada.

Sopra di me si è levata una risata, la voce più velenosa e spaventosa che potesse trafiggermi.

Una furia cieca mi invade, stringo il bordo del lenzuolo, il respiro diventa affannoso, ma mi costringo a concentrarmi. Devo richiamare alla mente ogni dettaglio, ogni istante.

Quando ho alzato la testa dall’erba, con un rivolo di sangue sul mento, un altro taglio sul sopracciglio, ho fissato con odio l’uomo che mi ha trascinata in quel prato, strappandomi all’ombra della casa in cui sono costretta costantemente.

Lo vedo distintamente: ha un ghigno raccapricciante, stranamente allegro, un sorriso sarcastico che stona con i suoi lineamenti grossolani.

Ha ammiccato, indicandomi un punto alle mie spalle. Quando mi sono girata, mi sono sentita mancare. C’era del terriccio ammonticchiato a lato di una fossa, lunga poco meno di due metri.

Una fossa.

La mia fossa.

Sapevo che mi stava fissando e non dovevo dargli la soddisfazione di indovinare l’orrore che mi era piombato addosso.

Non posso mentire a me stessa, però. Ricordo, e so bene che in quegli istanti, più che di lui, della sua follia bestiale, ho avuto paura di me. Paura della strana attrazione che quel buco nella terra ha suscitato nel mio profondo.

La voglia di sdraiarmi lì, nel terriccio morbido, e lasciarmi andare.

La tentazione del nulla mi ipnotizza, la fine di ogni tormento è dolce.

Poi mi scuoto: mi vergogno, mi faccio schifo. Come posso essere tanto egoista, in certi istanti? Ho di nuovo dimenticato lei. Per molti lunghi secondi, nella mia testa non è esistita.

Torno con la mente al prato, anche se ora ricordo tutto.

Mi sono girata lentamente e ho fatto l’unica cosa possibile: invece di mostrare l’angoscia che mi divora, di cui lui si nutre, che mi succhia via ogni volta che ha sete, ho riso. Sguaiatamente, sfrontatamente, con disprezzo. Era l’unica cosa che sapevo di non dover fare.

Da lì, il dolore. E poi il buio.

Seguo il rumore delle gocce per trovare la strada del pavimento, per scuotermi i ricordi di dosso.

Il lenzuolo è ancora umido. Strofino le dita, ed è un sudore vischioso quello che mi macchia i polpastrelli. Li porto alle narici e inspiro l’odore del mio stesso sangue, che ha impregnato il letto e gocciola per terra.

Da quanto sono in quello stato? Un minuto? Un’ora?

Boccheggio, ho la vista appannata e ho bisogno di aria. Devo uscire da questa stanza, da questa casa. Da questa esistenza.

All’improvviso sento un formicolio alla base della nuca.

C’è qualcuno nella stanza.

Donne che non si arrendono: storie di una comunità che rinasce

Per strapparsi a un’esistenza fatta di muri, buio e violenza serve moltissimo coraggio.

Per regalare un futuro diverso ai propri bambini bisogna avere una forza straordinaria.

Per affrontare un percorso pieno di ostacoli e difficoltà, per riappropriarsi della propria vita, occorre una grande resilienza.

Per sostenere il peso di un grido che resta inascoltato e non accasciarsi per terra, bisogna essere eroici.

Per realizzare il sogno di una vita normale servono persone che sostengono, incoraggiano, vegliano, accudiscono, e sorridono.

Per supportare la Comunità Mamma Bimbo del Gruppo Abele abbiamo bisogno di te.

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Fundraising per il Drop-in: tra sostegno e innovazione

Il Gruppo Abele ha organizzato per il 10 novembre, dalle 9.30 alle 17.30, in piazza CLN a Torino, una raccolta fondi innovativa per sostenere il Drop-in di Via Pacini 18.

Per tutti coloro che passeranno a trovarci sarà possibile vivere un’esperienza coinvolgente ed emotivamente forte, grazie alla Realtà Virtuale. I partecipanti potranno indossare dei visori VR (Virtual Reality) e immergersi in una nuova realtà, che offrirà loro un punto di vista diverso e non banale sulla vita di coloro che vivono in strada, senza fissa dimora.

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Il dono di una casa per la spensieratezza dei bambini

Luca sa che man a mano che il tempo passa, i ricordi di un’infanzia spensierata iniziano a diventare sempre più sfuocati e cedono il passo a un mondo che sembra girare all’impazzata.  Lo sanno anche gli operatori del Gruppo Abele, quando incontrando famiglie in difficoltà con bambini si rendono conto di quanto questi ultimi siano i primi a soffrire per situazioni di disagio e mancanza di normalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I primi sei mesi per “abbracciare” 80 mamme

3.360. Un numero che, ad oggi, per Gruppo Abele e Abit, una delle cooperative di Trevalli Cooperlat, significa l’inizio di un’importante collaborazione tra due realtà del territorio. Un numero che, per 80 nuclei svantaggiati mamma-bambino significa la possibilità di poter ritirare ogni settimana due borse contenenti prodotti lattiero caseari freschi. Da febbraio 2018 infatti, mese in cui è iniziato il progettoAbbraccia una mamma, Abit ha donato al Gruppo Abele 3.360 pacchi spesa che vengono consegnati tra la sede e le nostre comunità che ospitano mamme con bambini.

 

 

 

 

 

 

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Lo sguardo su sè stesse di 25 ragazze arriva a Torino con una mostra fotografica

Je suis, j'ètais, je serai

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono 25 ragazze che aspettano con trepidazione l’arrivo di un giorno per loro di grande importanza: quello in cui  verrà inaugurata a Torino la mostra fotografica di cui sono state protagoniste fin dai primi passi.

Il grande giorno sarà venerdì 8 giugno a partire dalle h 20.00 e le protagoniste sono giovani ivoriane, quasi tutte minorenni, con esperienze alle spalle di abbandono della famiglia e della scuola, sfruttamento e violenza. Le abbiamo conosciute allo Spazio Mères Filles all’interno del Carrefour Jeuenesse di Grand Bassam, da sempre centro di ritrovo e di fervore attivo, creato e animato dalla Comunità Abele nel lontano 1985 come progetto di cooperazione internazionale del Gruppo Abele.

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Mario, al di là di tutti i limiti per “seminare un po’ di giustizia”

Vicino alla sede del Gruppo Abele, nel vecchio quartiere operaio di San Paolo situato nella zona occidentale della città di Torino, ha vissuto Mario, un uomo la cui storia è rimasta sconosciuta ai più, ma la cui generosità ha toccato la vita di molti.

Da molto tempo si premurava di farci arrivare con regolarità una donazione per sostenere le nostre attività. Il suo impegno era accompagnato da una grandissima discrezione; non lo avevamo infatti ancora mai incontrato.

la storia di Mario

 

 

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Anche le aziende in prima linea per il 5×1000 al Gruppo Abele

GA-5x1000-2018-2BDA PIÙ DI CINQUANT’ANNI ACCANTO AGLI ULTIMI

 

ll 5×1000 è una misura fiscale che consente ai contribuenti di destinare una quota dell’IRPEF (pari, appunto, al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche) a enti non profit.

Anche tu come azienda puoi scegliere di stare dalla nostra parte e diffondere tra i tuoi dipendenti quest’opportunità di sostegno alla nostra associazione, per permetterci di continuare a stare accanto a chi vive momenti di fragilità e bisogno.

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Dona dove c'è più bisogno

Dal 1965 il Gruppo Abele accoglie e sostiene le persone più fragili e contribuisce alla realizzazione di una società più giusta e solidale. Nel corso di cinquant’anni le nostre attività si sono ampliate e rinnovate nello sforzo di rispondere a bisogni sempre nuovi, senza mai scostarsi dall’anima e dal fine ultimo del nostro impegno: la dignità e la libertà delle persone.

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La valigetta con l'indispensabile

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In Africa con bambini e ragazzi

Il Gruppo Abele è impegnato da anni a Grand Bassam (Costa d’Avorio) dove svolge corsi di alfabetizzazione, visite ambulatoriali e anima una biblioteca pubblica.

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Un posto a tavola

Attente all’unicità delle persone e delle loro storie, le comunità del Gruppo Abele offrono un sostegno calibrato a seconda delle esigenze e dei problemi: dipendenza da droghe, situazioni legate all’HIV/AIDS, traumi frutto di violenza famigliare, riscatto dal mercato della tratta e della prostituzione.

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Libere dallo sfruttamento

Il Gruppo Abele è da sempre vicino alle persone costrette a prostituirsi, offrendo loro ascolto, riconoscimento e accompagnamento nella costruzione di una nuova vita.

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Una porta sulla strada

Per chi è vittima di dipendenze (droghe, gioco d’azzardo, internet) ma anche per chi vive situazioni di povertà, vulnerabilità e disagio esistenziale, il Gruppo Abele offre un servizio di ascolto e di orientamento e una struttura di prima accoglienza.

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Nelle periferie con i giovani

Gli “educatori di strada” del Gruppo Abele sono attivi nelle periferie e nelle zone più “a rischio” di Torino per costruire con i giovani vie alternative all’emarginazione e all’illegalità.

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Donne che non si arrendono

La Comunità Mamma-Bimbo accoglie donne con figli minori che vivono situazioni di violenza, alta conflittualità familiare e forme di marginalità sociale che possono avere pesanti ripercussioni sulla salute psico-fisica del bambino e della donna.

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Drop-in, la porta aperta sulla strada del Gruppo Abele

Il Drop-in è un luogo in cui chi vive la strada o una situazione di dipendenza da sostanze può trovare un momento di sosta, incontrare operatori disponibili all’ascolto e al sostegno, oltre che usufruire di alcuni servizi di prima necessità.

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