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Tre – Donne che non si arrendono

 

L’ascensore del palazzo fa un rumore strano, sembra che qualcuno stia girando un’enorme manovella invisibile, molto cigolante, per tirarlo su a fatica.

Mi prude la fronte vicino all’attaccatura dei capelli, dove ho una piccola cicatrice. Quando è irritata significa pioggia, o almeno così dice la parrucchiera.

Poso per terra la borsa della spesa e un milione di mele annurche rotolano nella cabina. In condizioni normali imprecherei, ma oggi sono troppo di buon umore per lasciarmi andare.

Ho promesso a Nina e alla sua maestra una torta di mele per la festa d’autunno, domani.

È il nostro primo anno in questa scuola, in questa classe, e vorrei che fosse tutto perfetto; ci saranno molte famiglie e mi piacerebbe conoscerne qualcuna. So che, tra loro, i bambini si invitano spesso a casa, per giocare o fare merenda, ma nessuno l’ha ancora chiesto a Nina. Ci vuole tempo in queste cose, me ne rendo conto. Forse sono più impaziente di lei, ma vederla disegnare per ore al tavolo del cucinino con quell’espressione concentrata – ha un viso così adulto a volte, cerco il mio nello specchio dell’ascensore e trovo solo due occhi incerti – mi fa stringere il cuore.

Mi chiedo se gli altri intuiscano la nostra storia, cosa pensino. Se questo influisca sulle amicizie di mia figlia. Se, una volta di più, quello da cui scappiamo ci insegua, ci preceda. Ci abbia marchiate. Non sono in vena di racconti con le altre mamme: di cosa dovrei parlare? Bello quel maglione, il lavoro va bene, faccio la segretaria nello studio di un dentista, la bambina per adesso non suona nessuno strumento, però sa nuotare, ha imparato quando abbiamo vissuto in una comunità protetta per scappare dalla nostra vecchia vita. No, non funziona granché. Per ora non sono in vena di racconti: di torte, invece sì.

Torno bruscamente in me, uno scampanellio mi annuncia che siamo arrivati al piano giusto. Viviamo qui da quasi sei mesi, e inizio a riconoscere casa nell’odore umido e familiare di questo vecchio palazzo. All’inizio era strano, tutto questo silenzio. La comunità è il posto più vivo in cui abbia mai messo radici: c’è sempre qualcuno – mamme, bambini, volontari – che ride, piange, grida. C’è gioia, c’è frustrazione a volte, c’è calore, c’è speranza. C’è vita. Ci siamo affidate alle mani di chi ci ha prese in braccio, quando nessun altro avrebbe potuto; all’inizio un po’ riottosamente, forse. Dopo, buttandoci a capofitto. Io e Nina siamo cresciute in quelle stanze, abbiamo lasciato andare, abbiamo lasciato entrare.

Nella mia camera sulle scale non ho lasciato solo un letto alla prossima ragazza che arriverà, magari con paura, forse con fastidio, con il timore di pronunciare la parola speranza. Senza sapere quanta strada dolorosa, difficile e bellissima la aspetta. Ho lasciato notti di veglia, trascorse a guardare il sonno di Nina. Ho lasciato lo specchio, la voglia di essere di nuovo me. Ci sono i nostri cuscini, le tacche della crescita di una bambina che diventa grande, c’è un pezzo del mio cuore.

È difficile pescare le chiavi in borsa, con tutte queste borse in mano. Mi appoggio alla porta e la maniglia cede sotto il mio peso, è aperta. Il cuore manca un battito: sono quasi certa di aver dato diverse mandate prima di uscire. Il sangue sembra defluirmi da ogni centimetro di pelle, le gambe non funzionano. Sono ghiacciata, un fermo immagine davanti a una casa che all’improvviso è sconosciuta, forse violata. Un marchio che brucia sulla pelle. Sono minuscola, sono di nuovo il nulla. Sento l’attacco di panico che sta per cancellarmi.

E poi all’improvviso succede, non so nemmeno come: faccio respiri profondi, tengo a mente le istruzioni. Li sento tutti intorno a me, li visualizzo. Li vedo, ho davanti agli occhi la potenza della loro presenza, anche se non sono qui. Trovo forza nel loro stesso esistere, in quella loro assurda, ridicola, eterna fiducia in me. Faccio un passo avanti, entro. Qualsiasi cosa ci sia dentro casa – dentro la mia testa, dentro il mio passato – non può fermarmi dall’esistere.

Sono cauta, tengo il telefono in mano, lascio la porta aperta alle mie spalle, ho sentito i vicini preparare il pranzo, so che, se necessario, mi sentiranno. Stanza dopo stanza, i miei occhi scrutano ogni ombra, ogni angolo. Non c’è traccia di nulla, l’appartamento non contiene altro che la mia assurda paura. Mi sento un po’ ridicola, ma ho imparato a perdonarmi. A concedermi tempo.

La cucina è un ottimo rifugio per ricordarmi di volermi bene, le mani tagliano veloci fettine di mela. Mentre le caramello nella pentola, accarezzo anche il mio cuore indolenzito.

Ho desiderato tanto questa vita nuova, l’ho sognata ogni notte. Poter uscire, camminare insieme per strada, guardare le vetrine, addormentarci in un posto nostro. Decidere cosa cucinare per cena. Tutta questa libertà a volte mi fa sentire esposta, mi sembra sterminata e mi fa tremare. Sembrava impossibile, prendere tutto quello che ho, che abbiamo passato, e trasformarlo in qualcosa di bello. Sapere che esisto, che me lo merito, che io e Nina abbiamo diritto a tutta la meraviglia del mondo. E non è facile, non può esserlo sempre, perché l’esistenza è come una ricetta, ci sono moltissimi ingredienti e ogni tanto qualcosa va aggiustato. Fermandosi e ricominciando, ma senza smettere, cercando di migliorare sempre più.

Non me n’ero accorta, ma c’è una lacrima che mi rotola sulla guancia. La sposto prima che finisca nella casseruola insieme alle mele. Mi viene da ridere al pensiero di cosa direbbero le altre mamme. Quelle madri che sembrano così perfette, con i loro maglioncini e le loro vite. E chissà quante di loro potrebbero specchiarsi in quello che sento.

Guardo fuori, l’autunno sta davvero calando sulla città. Appoggio la fronte, la mia piccola cicatrice, sul vetro. Sono in vena di torte, oggi. I racconti verranno dopo, magari domani. Sorrido, perché “domani” mi sembra la parola più bella del mondo.

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