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Uno – Donne che non si arrendono

 

Un rumore di gocce si infila nel mio torpore, mi raggiunge sul fondo e mi trascina in alto, oltre la superficie dell’incoscienza.

Mentre lentamente riemergo dall’assopimento, lo sento risuonare nel silenzio buio della stanza.

Insieme a quel suono impercettibile, tornano i sensi, le percezioni.

La lingua in bocca è secca: lecco piano il palato e mi sembra sabbia dal sapore metallico.

Mi godo la sensazione dell’aria che passa nelle narici, si fa strada fino ai polmoni, e torna indietro. Mi pare di non aver mai respirato prima.

Ricomincio ad avere coscienza di tutto il mio corpo, piego i polsi e tendo le dita delle mani, stiro tendini e ossa. Cerco di stendere braccia e gambe nel letto, ho bisogno di sgranchirmi.

Poi, come un macigno, all’improvviso mi piomba addosso il dolore.

Un dolore sordo, pulsante, concentrato nella parte sinistra dell’addome.

Cerco di tirarmi su, appoggiarmi sui gomiti, ma i miei arti non rispondono ai comandi.

Boccheggio, la fitta peggiora; mi pare di affogare in un buco nero che parte dal mio fianco e inghiotte tutta la stanza.

Cerco di inspirare in modo profondo, mi concentro sui respiri, sull’aria intorno a me, sui rumori.

Sul quel suono di gocce che mi ha svegliata.

Dopo un tempo che mi pare infinto, il mare di lava si ritira e il dolore si attenua.

Apro un occhio, lentamente, poi l’altro, ed è come se avessi della polvere di pietra sotto le palpebre. Intorno a me, riconosco appena le forme degli oggetti.

La stanza è buia, tranne per delle sottili strisce di luce che si infilano tra le persiane tirate giù. Non so bene che ore siano, ma, mentre i miei occhi si abituano all’oscurità, indovino il profilo della lampadina che pende dal soffitto della nostra camera da letto.

Torno a sentire il rumore di gocce e mi chiedo cosa possa essere.

Il pensiero di lei mi arriva all’improvviso, mi travolge, mi abbatte, e sento il terrore serrarmi il retro delle ginocchia. Come ho fatto a scordarmene? Vorrei alzarmi, correre a controllare se dorma tranquilla nella stanza accanto, non riesco a ricordare di averla messa a letto, di averle cantato la sua canzone. Non so da quanto tempo sto dormendo, non la sento piangere, né chiamare, non sento il suo lieve russare sereno, forse dovrei portarla da un medico vero, quel pediatra aveva detto che doveva togliere le adenoidi, e se fosse soffocata nel sonno? Se lo lascio entrare, il panico mi invaderà la testa e non riuscirò più a pensare lucidamente, tutto diventerà la peggiore delle possibilità.

Devo andare a vedere, ma non riesco ancora a spostare il mio peso sul materasso. Sento il lenzuolo umido, devo aver sudato molto stanotte.

Cerco di ricostruire gli ultimi momenti trascorsi prima del sonno, devo mettere insieme i pezzi della serata. Ho i pensieri accavallati, una melma appiccicosa che mi soffoca la memoria.

Mi passo la lingua sulle labbra, le scopro spaccate: c’è una piccola crosta ancora fresca sul labbro inferiore, gonfio. Sono confusa, mentre lecco via il sangue secco, ho un lampo improvviso. L’immagine di un prato mi colpisce, è un ricordo sfumato che sembra immerso nella nebbia. Mi concentro sui dettagli: è un terreno alla fine del paese, c’è qualche albero, qualche cespuglio, non ci sono luci, tranne delle case a diversi chilometri di distanza.

Come ho fatto ad arrivarci? Chiudo gli occhi e continuo a ricordare.

Ero lì, fissavo il cielo notturno senza stelle. All’improvviso il prato si è capovolto, il mondo è caduto e un dolore inatteso mi ha colpita alla nuca. Ho sbattuto il viso per terra, il labbro contro una pietra.

Più mi aggrappo a quel ricordo, più sento il sapore di terra in bocca. La nebbia dei pensieri si dirada.

Sopra di me si è levata una risata, la voce più velenosa e spaventosa che potesse trafiggermi.

Una furia cieca mi invade, stringo il bordo del lenzuolo, il respiro diventa affannoso, ma mi costringo a concentrarmi. Devo richiamare alla mente ogni dettaglio, ogni istante.

Quando ho alzato la testa dall’erba, con un rivolo di sangue sul mento, un altro taglio sul sopracciglio, ho fissato con odio l’uomo che mi ha trascinata in quel prato, strappandomi all’ombra della casa in cui sono costretta costantemente.

Lo vedo distintamente: ha un ghigno raccapricciante, stranamente allegro, un sorriso sarcastico che stona con i suoi lineamenti grossolani.

Ha ammiccato, indicandomi un punto alle mie spalle. Quando mi sono girata, mi sono sentita mancare. C’era del terriccio ammonticchiato a lato di una fossa, lunga poco meno di due metri.

Una fossa.

La mia fossa.

Sapevo che mi stava fissando e non dovevo dargli la soddisfazione di indovinare l’orrore che mi era piombato addosso.

Non posso mentire a me stessa, però. Ricordo, e so bene che in quegli istanti, più che di lui, della sua follia bestiale, ho avuto paura di me. Paura della strana attrazione che quel buco nella terra ha suscitato nel mio profondo.

La voglia di sdraiarmi lì, nel terriccio morbido, e lasciarmi andare.

La tentazione del nulla mi ipnotizza, la fine di ogni tormento è dolce.

Poi mi scuoto: mi vergogno, mi faccio schifo. Come posso essere tanto egoista, in certi istanti? Ho di nuovo dimenticato lei. Per molti lunghi secondi, nella mia testa non è esistita.

Torno con la mente al prato, anche se ora ricordo tutto.

Mi sono girata lentamente e ho fatto l’unica cosa possibile: invece di mostrare l’angoscia che mi divora, di cui lui si nutre, che mi succhia via ogni volta che ha sete, ho riso. Sguaiatamente, sfrontatamente, con disprezzo. Era l’unica cosa che sapevo di non dover fare.

Da lì, il dolore. E poi il buio.

Seguo il rumore delle gocce per trovare la strada del pavimento, per scuotermi i ricordi di dosso.

Il lenzuolo è ancora umido. Strofino le dita, ed è un sudore vischioso quello che mi macchia i polpastrelli. Li porto alle narici e inspiro l’odore del mio stesso sangue, che ha impregnato il letto e gocciola per terra.

Da quanto sono in quello stato? Un minuto? Un’ora?

Boccheggio, ho la vista appannata e ho bisogno di aria. Devo uscire da questa stanza, da questa casa. Da questa esistenza.

All’improvviso sento un formicolio alla base della nuca.

C’è qualcuno nella stanza.

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