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Gianmaria, continuiamo a camminare e cantare

10 Apr Gianmaria, continuiamo a camminare e cantare

10.04.2016 | Narcomafie

 

Così mi hai fatto mettere piede in una chiesa. Siamo stati in svariati luoghi, noi due, pure in un’aula di tribunale, in una chiesa mai. Abbiamo considerato casa nostra qualunque tavola apparecchiata, qualunque tavolato di teatro. In una chiesa siamo in casa d’altri, di quelli che confidano di ritrovarsi aldilà dello sbarramento di morire. Hanno fede per rivolgersi alla divinità con l’affettuoso e urgente pronome tu, stabilendo una relazione una intimità che non abbiamo conosciuto. Noi due abbiamo avuto intimità e relazione con la specie umana, a questa abbiamo dato il tu degli affetti, delle collere, delle compassioni. Abbiamo anche bestemmiato contro la specie umana, senza attribuirle un mandante celeste. Siamo rimasti terrestri.

Mi hai fatto salire su un palco di teatro per la prima volta. Da lì ti ho convinto a scherzare, a inventare battute intorno al nostro beniamino Chisciotte, senza nessuna possibilità di identificarci con lui, tu della taglia di Sancho, io di Ronzinante. Risalendo ai suoi predecessori, parlavamo di Mose’, il profeta balbuziente che evidentemente incagliava davanti al Faraone. Il Faraone, che ha ricevuto dieci visite da lui, quando lo vedeva arrivare si metteva la mano in testa e diceva:
“Uh, mammamia, sta n’ata vota cca’”. E tu ribattevi “E già, il Faraone parlava napoletano”. E io confermavo: “S’informi giovanotto, il napoletano era la lingua parlata in tutto il Mediterraneo, era l’inglese di allora”.
E protestavi con me di non saper fare la spalla. E io ti dicevo che non esistevano spalle migliori delle tue, cresciute in campagna, robuste da tirare un carro.

Della mia generazione ho conosciuto quelli che hanno imbracciato armi, poi ho conosciuto te che hai voluto imbracciare solo una chitarra.
Qui si parla di darti l’ultimo saluto. Non è il caso mio. Non te la caverai facilmente con questa botta e via. Continuerò a salutarti, a parlare con te. Non solo nella mia intimità, quando mi rivolgo ai miei assenti: in qualunque sala buia dove si raccontano storie, dove sarò invitato in mezzo a musiche, continuerò a salutarti, a stare con te, il fratello non avuto in dote naturale, che è toccato a te rappresentare. Hai smesso di vivere lo stesso giorno di mia madre e pure questo ribadisce la fraternità.
Terminavamo le nostre serate con una vecchia canzone brasiliana: “Camminando e Cantando”. Non termineremo, noi proseguiremo camminando e cantando.
Adesso usciamo da questo coro di canti gregoriani, ho voglia di sentirti cantare, torniamo a casa, sediamoci intorno alla tavola della mia cucina e versiamoci da bere.

 

(erri de luca)



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