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Ho potuto mettere a disposizione quello che so fare meglio

11 Mar Ho potuto mettere a disposizione quello che so fare meglio

Ora ho 72 anni e faccio il volontario al Gruppo Abele. Ma la mia scelta di volontariato è nata prima del matrimonio, e cresciuta con mia moglie. È iniziata con due affidamenti familiari ed è passata dall’adozione di due ragazze, le nostre figlie. Poi, una volta in pensione, nel 2007, sono arrivato al Gruppo Abele, un po’ per riprendere le fila di un discorso iniziato quarant’anni prima, quando nel ’65 avevo affiancato don Ciotti nella fase nascente dell’associazione. E un po’ perché in questa fase recente, una mia collega e amica collaborava con il Piano Giovani del Gruppo.
Come lavoro, ho sempre fatto l’insegnante di italiano e volendo dare un contributo volontario all’associazione ho potuto mettere a disposizione quello che so fare meglio. Da principio in corso Trapani, alla Fabbrica delle “e”, ho insegnato italiano alle ragazze in borsa lavoro che venivano mandate al Gruppo dai Servizi sociali e lì lavoravano per alcuni mesi, il tempo di rimettersi in piedi e trovare un impiego. Erano ragazze diverse tra loro e con diverse esigenze. Avevano in comune l’essere straniere e quindi la mancanza di conoscenza dell’italiano.
Questa prima fase era, per la verità, poco organizzata: rispondevamo a necessità recenti.
Poi, poco tempo dopo, il Gruppo Abele, ha inserito nella comunità per ragazze in fuga dalla tratta e dallo sfruttamento della prostituzione la possibilità di fare un corso di italiano, con l’obiettivo, a fine anno, di sostenere l’esame di terza media. La comunità si chiama Casa Gabriela e le ragazze che ci vivono sono quasi tutte sotto protezione. Lì ho trovato posto.

casa gabriela

Casa Gabriela era sempre piena di inquiline. Otto o nove ragazze alla volta. Nei primi anni soprattutto ragazze dell’Est. Poi, sempre più, ragazze originarie della Nigeria. In ogni caso, a quel punto, nel 2010, il posto c’era, le studentesse anche, così, i volontari, coordinati con gli operatori, hanno sviluppato un vero e proprio programma di insegnamento. Ovviamente sottoposto alle esigenze della vita complicata delle ragazze della comunità, ma pur sempre più strutturato.
Fare l’insegnante ora è diversissimo da quello che facevo a scuola. Devo sapermi adattare a esigenze differenti da quelle dei ragazzini a cui ho insegnato per quarant’anni.
A scuola seguivo un programma didattico emanato da un ministero. A Casa Gabriela decidevamo quale parte dell’italiano spiegare, soprattutto pensando a come sarebbe servito alle ragazze già il giorno dopo.

Insegnare l’italiano, trasmetter la capacità di usare la nostra lingua, lo consideravo fondamentale già quando lo facevo per lavoro. Farlo come forma di volontariato, nella mia mente, non lo ha affatto svalutato. Anzi.
Dal 2010, in quella casetta della collina torinese e alla Fabbrica delle “e”, abbiamo, io e altri volontari, insegnato l’italiano. A ragazze che non lo conoscevano e stavano tentando di inserirsi nella nostra società. Insomma, abbiamo aperto una porta.
Poco alla volta, con gli anni, ho visto la casa cambiare. Le variabili più incisive erano le persone, ovviamente. I responsabili, gli operatori, le ragazze… Tutti con usanze, caratteri, capacità diversissime. La casa era piccina e a volte, anche per strettezza si arrivava a qualche scontro, di quelli legati alla convivenza. Ma tutti la consideravamo un bene comune perché ci si viveva dentro: ospitava qualsiasi tipo di vita. Ora, la comunità si è trasferita in una struttura molto più grande. Lì c’è più spazio, un parco intero. Sarà una nuova avventura!

 

(domenico vietti, volontario di Casa Gabriela)



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