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Nella Drop House, la casa di tutte

22 Mag Nella Drop House, la casa di tutte

“Drop” in inglese, come molti altri termini, può assumere una quantità di significati diversi a seconda della preposizione o altro sostantivo a cui è associato. 

A Torino, in via Pacini 18, in un edificio dall’aspetto un po’ fatiscente gestito dal Gruppo Abele, potete trovarne due diverse combinazioni: Drop In, che la logica stringente del dizionario inglese definisce come “attributo di un luogo a cui si può accedere in cerca di aiuto e/o consiglio a qualsiasi ora e senza preavviso”; e Drop House, invece “termine coniato per definire un locale in cui venivano e vengono ammassati i clandestini messicani in attesa, e nella speranza, di venire traghettati oltre frontiera”.

Ma la Drop House di via Pacini è uno spazio di accoglienza aperto a donne in situazione di vulnerabilità già “traghettate”, arrivate in Italia con diverse storie e vicende personali dal nord Africa, dall’Africa centrale o da paesi orientali.

Torniamo al vocabolario. “House”, e questo lo sappiamo un po’ tutti, sta a significare “casa” e la nostra di via Pacini è un luogo dove si può accedere, a orari e giorni stabiliti, a uno spazio comune popolato da una sorta di famiglia allargata e multietnica, tutta (o per la stragrande maggioranza) femminile. 

Vi arrivano donne immigrate, giovani e meno giovani, in numero sempre maggiore anno dopo anno, alla ricerca di un modo per uscire dall’isolamento di anonimi condomini di periferia, Barriera di Milano nel nostro caso, affidando i loro bambini (da pochi mesi a 3 anni) a un nido interno gestito da volontari, e  per iniziare un percorso di inclusione e di educazione attraverso attività pratiche in gruppo e/o lo studio della nostra lingua.

È qui che ho deciso di riciclare, ormai da anni, un po’ del tempo che mi hanno lasciato il pensionamento e l’emigrazione di due dei miei tre figli oltreoceano, rispondendo con entusiasmo alla proposta di mettermi a disposizione per insegnare la lingua italiana nell’ambito del Progetto Genitori&Figli del Gruppo Abele.

Per tre decenni sono stata insegnante di Inglese in classi di adolescenti per i quali lo studio di una lingua straniera era spesso vissuto come una faticosa imposizione e raramente come stimolo e strumento di apertura al mondo. Le mie nuove allieve, approdate per necessità in un Paese così distante dai loro per tradizione e cultura, spesso caparbiamente avvolte nei loro veli (una forma di ancoraggio al loro mondo, a tradizioni e valori che non sanno se mettere in discussione, una ricerca di sicurezza), hanno capito che l’apprendimento corretto dell’Italiano può accorciare le distanze, aiutare ad acquisire autonomia nelle incombenze quotidiane e a iniziare relazioni non solo in ambito pratico ma a livello più profondo, dando voce ai sentimenti, alle emozioni, alle speranze, ai dubbi. 
In Drop House si costruisce, e lo si fa insieme, un linguaggio che è insieme pratico e interiore.

Nella mia vita, ho potuto sperimentare per due volte, in due momenti diversi e lontani tra loro, l’esperienza di vivere all’estero. Per un anno come studentessa e due come moglie al seguito di mio marito impegnato nella ricerca, con figli piccoli, negli Stati Uniti ho capito quanta sofferenza possono provocare lo sradicamento, l’adattamento come necessità e non solo come scelta, la solitudine in un contesto con diverse convenzioni sociali: essere e sentirsi stranieri.

Anche per questa storia personale, mi sento umanamente coinvolta in ciò che chiamo volontariato didattico, ormai per me un impegno fisso: due giorni settimanali, a cui cerco di essere fedele per quanto possibile.

Alla Drop House  lo spazio fisico è ormai insufficiente ad accogliere le richieste di iscrizione sempre più numerose. Gruppi di livelli diversi condividono con buona volontà ambienti non attrezzati per scopi puramente didattici. Non ci sono cattedre e non ci sono banchi, ma si può lavorare lo stesso, attorno a tavoli, con modalità circolare, gomito a gomito: così nessuna può escludere o autoescludersi dalla partecipazione costante all’attività scolastica. Sì, perché le nostre donne vivono davvero questi incontri come “scuola”.

Vedo pagine bianche riempirsi di parole, non solo lettere e modelli grammaticali, ma significati che, spero e credo, possano essere il veicolo di un progresso, anche se piccolo e faticoso, verso la fraternità in questo nostro mondo così dolorosamente diviso.

 

 

(mara forni, volontaria della drop house)



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