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Nonne e nonni non si nasce: si diventa

19 Apr Nonne e nonni non si nasce: si diventa

L’attuale secolo è stato definito dalle sociologhe francesi Claudine Attias-Donfut e Martine Segalen “il secolo dei nonni”, sia per la portata assunta da queste figure nell’ambito delle relazioni familiari, sia per il ruolo educativo che essi svolgono nei confronti delle nuove generazioni. Si tratta di un’importanza determinata da una serie di fattori che si possono schematizzare nella maggiore longevità della terza età, che implica una presenza più attiva e consistente rispetto al passato nella vita quotidiana; nella comparsa di problematiche economico-reddituali delle giovani coppie, per le quali i nonni diventano una risorsa fondamentale; nella struttura eterogenea e complessa delle attuali famiglie (mono-genitoriali, ricostruite, separate…) dove il sostegno educativo e affettivo degli anziani sembra essere indispensabile. Nel nostro Paese, inoltre, le nonne e i nonni spesso suppliscono alla sempre più grave carenza di servizi per la prima e la seconda infanzia prendendosi cura dei nipoti e diventando così efficaci sostegni compensativi in ambito educativo.

I nuovi nonni. Attraverso quest’azione i nuovi nonni parlano anche a se stessi e si collocano all’interno di una nuova narrazione, molto diversa dall’immagine tradizionale della nonnità: diversamente dal passato, infatti, i nonni attuali non ricalcano le orme dei loro predecessori autoritari, ma sono più flessibili e attenti a non interferire nelle strategie regolative dei genitori, più aperti alla tenerezza e a un’intimità complice con i loro nipoti. In tal senso, le nonne e i nonni dovrebbero essere sostenuti nei compiti educativi e comunicativi nei quali sono sempre più impegnati attraverso iniziative formative sui temi della cura e sulle dinamiche infantili, nello stesso modo con cui si promuovono iniziative di formazione alla genitorialità; il ruolo dei nonni nei servizi per l’infanzia, ad esempio, potrebbe costituire una risorsa aggiuntiva importante per potenziare le attività educative, utilizzando sia le loro competenze che la loro creatività e il loro desiderio di divertirsi.
Tuttavia, questa propensione verso la cura, nell’accezione di dinamica presenza a se stessi e agli altri, necessita di un percorso intenzionalmente orientato alla ricerca di sé e alla presa in carico dell’altro, costruito attraverso un lavoro di cura, appunto, per poter accogliere la diversità e la ricchezza delle possibili forme in essere e in divenire.
Ed è proprio perché non esistono modelli con cui confrontarsi che la nuova dimensione della nonnità richiede comportamenti nuovi e comporta uno sforzo di vera e propria re-invenzione.
Il nostro gruppo di lavoro è nato proprio per esplorare questi vissuti relativi ai nuovi nonni anche attraverso la raccolta di storie di nonnità per intercettare, da un lato, la percezione di sé e la consapevolezza del proprio ruolo, e, dall’altro, rilevare un repertorio di comportamenti, individuandone le eventuali salienze tematiche ricorsive nelle diverse biografie raccolte.
Significative, in tal senso le parole di Silvia Vegetti Finzi: “Diventare nonni significa aprire un capitolo inedito della propria storia: sostituire il termine fine con segue, abbandonare rimorsi e rimpianti riconoscendo di aver ricevuto dalla vita un dono che comporta un inestimabile supplemento di gioventù”

Le fasi del progetto. Il progetto di raccolta storie è stato presentato a febbraio 2018 nella sede del Gruppo Abele; le persone presenti sono state contattate in prima istanza attraverso i gruppi di Nonninsieme e dell’Università della Terza Età, oppure tramite passaparola e/o per conoscenza personale. 
Si è quindi costituito un gruppo composto da 4 nonni e 13 nonne che ha lavorato su un percorso formativo di sei incontri tra tre ore ciascuno, da aprile a giugno, ed è poi passato alla raccolta storie vera e propria; nel corso della raccolta ci sono stati due incontri, uno prima e uno dopo l’estate, e a dicembre, dopo la condivisione delle narrazioni, ci si è incontrati per la valutazione finale.

A) La formazione Raccogliere storie di vita è una relazione in cui l’accoglienza è costantemente in divenire. Da questo punto di vista, accogliere significa accogliere prima di tutto se stessi; pertanto, sensibilizzare alla raccolta delle memorie con il metodo autobiografico deve inevitabilmente partire da se stessi e dalla narrazione della propria storia poiché non si può raccogliere la storia degli altri se non si è anche indagata la propria. Il percorso è finalizzato alla formazione di uno scrivano intelligente, ovvero alla costruzione di una postura di apertura, ascolto e attenzione verso l’altro e verso se stessi, in grado di trascrivere e arricchire la storia, a ri-significarla aderendo, però, alla storia stessa. Aspetto essenziale di tale postura è la presa d’atto del piacere di raccontare la propria storia a qualcun altro, consapevoli del valore aggiunto che la storia assume in questo processo; di conseguenza, è essenziale la sperimentazione del racconto in prima persona e il percorso formativo ha voluto offrire proprio questa opportunità. 
Come sottolinea Duccio Demetrio: “La scrittura rende più visibile il mondo invisibile che interconnette le regioni della nostra identità più insondabile. Fa in modo che gli indizi raccolti, su questa o quello, si materializzino in voci meno vaghe e incerte. Lo scrivere ci obbliga, e obbliga chi accetti di condividere un percorso di lavoro sulle parole, a pensare e non solo a parlare”.
Abbiamo quindi sperimentato, scritture per risvegliare la memoria del proprio passato e aiutare a valorizzare il presente, attraverso il recupero di ricordi, sensazioni ed immagini, ri-significando gli eventi della propria storia personale e aumentando il livello di consapevolezza.
Per dirla con il filosofo Aldo Gargani: “Noi abbiamo una nascita che è determinata dall’atto di procreazione dei nostri genitori e che poi è modellata dalle autorità parentali, familiari, sociali, culturali e da tutte queste istanze noi riamo resi di colpo responsabili senza, per così dire, averlo richiesto. Ma poi c’è una nuova nascita che non è quella recepita dall’esterno e che è precisamente la nascita che noi ci diamo da noi stessi raccontando la nostra storia, ridefinendola con la nostra scrittura che stabilisce il nuovo stile secondo il quale noi ora esigiamo di essere compresi dagli altri”. 

B) La raccolta  Al termine degli incontri formativi, i componenti del gruppo hanno individuato i nonni e le nonne dei/delle quali raccogliere le storie; la raccolta, preceduta da una spiegazione concordata nel gruppo sulle motivazioni e gli obiettivi del progetto, è consistita in un primo colloquio che è stato registrato e trascritto. C’è stato quindi un successivo colloquio di approfondimento e/o modifica/integrazione; quindi ci siamo rivisti per affrontare i dubbi che emergevano. In particolare, ci siamo confrontati sulle nostre aspettative e il materiale portato dalla narratrice/narratore, approfondendo gli elementi di de-centramento del raccogliere e ci siamo soffermati sulle posture corrette dell’ascoltare, facendo nostre le considerazioni di Micaela Castiglioni: “L’ascolto autobiografico, quando mette al suo centro la storia di vita completa di una persona, quando è focalizzato a raccogliere parti di essa o quando è rivolto alla ricostruzione di un tratto biografico (la biografia professionale, cognitiva, ecc.), ingenera nel soggetto apprendimento a partire da se stesso in quanto narratore-rievocatore, apprendimento rimotivazionale, apprendimento per il cambiamento e apprendimento per la relazione. Quando, attraverso il racconto, il soggetto riconsidera la sua esperienza rispetto a temi specifici che possono riguardare il percorso formativo o professionale o i grandi temi vitali, viene stimolato ad attivare considerazioni e riflessioni critiche autoreferenziali: l’operazione è orientata a far emergere la sua rappresentazione mentale della complessità degli eventi e delle situazioni, le significazioni attribuite alle circostanze, le consuetudini del pensiero di fronte a scelte o soluzioni da trovare. In questo modo la persona, durante il divenire dell’incontro narrativo o in un tempo di elaborazione differita, può trovare dentro di sé possibilità di trasformazioni cognitive e operative… Si apre così un tempo diverso dal presente: è il tempo della possibilità”.

C) La narrazione – Nella “traduzione” abbiamo tenuto conto degli aspetti emotivi, ricomponendo le frasi nel rispetto delle parole che la narratrice/il narratore ha pronunciato, e cercando di rendere il clima emotivo della narrazione stessa, poiché lo scrivano intelligente non è soltanto un trascrittore fedele, ma si prende anche cura della storia per far sì che il lettore possa cogliere l’aspetto emotivo che il narratore/la narratrice porta. Infatti, se è vero che questi ultimi sono i proprietari della loro storia, è altrettanto vero che si sentiranno valorizzati da un racconto ben scritto e piacevole da leggere. 
Abbiamo quindi concordato di ammettere alcune libertà narrative che abbiamo poi definito di “rischio rispettoso” e abbiamo individuato, per ciascun componente del gruppo, un amico critico disponibile a leggere le narrazioni prima della valutazione finale del protagonista della storia. Ancora una volta, abbiamo riflettuto grazie alle parole di Duccio Demetrio: “La scrittura è sempre stra-ordinaria (ci conduce fuori dall’ordinario) ed è questo suo potere decentrativo, che l’usuale inusuale, ad innestare quel “turbamento” esistenziale dal potere pedagogico referenziale. Ne consegue che quando ci avviciniamo alle scritture modeste, elementari o estese di coloro che abbiamo sollecitato a mettere nero su bianco ricordi, emozioni, riflessioni secondo un ordine cronologico (ricostruendo in sequenza fasi e periodi della vita), un ordine topologico (ricostruendo i luoghi cruciali in successione o meno che si sono abitati o attraversati), un ordine personologico (ricostruendo le presenze, le figure cruciali incontrate nel corso del tempo e in luoghi ben precisi) , non possiamo che imbatterci in testi pur spontanei ma anche organizzati secondo un ordine”.

Il lettore potrà notare che le storie si differenziano per tipologie e contenuti poiché alcune sono maggiormente centrate sulla storia della narratrice o del narratore o sulla famiglia di origine, mentre altre hanno focalizzato l’attenzione soprattutto sulla propria nonnità. La ragione di questa apparente disomogeneità è duplice: da un lato ogni storia raccolta testimonia una vita con le specifiche percezioni e vissuti, dall’altro ogni coppia raccoglitore/narratore costituisce una singolare peculiarità originata da quell’incontro tra due persone. Nel metodo di raccolta autobiografico non si utilizzano, infatti, domande precostituite ma si permette alla persona di narrare quanto desidera e l’ascoltatore, a sua volta, può interagire nel racconto con la propria testimonianza; nel momento della narrazione, ovviamente, viene riportato soltanto il racconto del narratore.

Conclusioni. Dalla maggior parte delle storie sono emersi alcuni elementi comuni: il desiderio di raccontare la storia della propria vita, sia per ricordare che per lasciare una testimonianza ai nipoti; la possibilità di ripercorrere le diverse età della propria vita e di ritrovare ricordi dei rapporti con i genitori e con i nonni; le somiglianze e le differenze dei comportamenti tra una generazione e l’altra, accompagnate da una rilettura e una contestualizzazione storica dei comportamenti stessi; la percezione di una continuità nella trasmissione dei valori essenziali, non disgiunta, talvolta, da uno scontro con le regole date dai genitori; la sensazione di occupare un posto particolarmente prezioso nel cuore dei nipoti unito al piacere di giocare e divertirsi insieme; la valorizzazione dell’essere nonne e nonni con leggerezza consapevole

 

Leggi le storie dei nonni

 

 

 

(marilena capellino)



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