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Racconto, quindi siamo

26 Ago Racconto, quindi siamo

Terzo anno consecutivo per la scuola di narrazione educativa, promossa dall’Università della Strada del Gruppo Abele e dalla Libera Università dell’autobiografia di Anghiari. Sette giorni di lavoro per diciotto partecipanti, arroccati nel silenzio stimolante della Certosa 1515. Un titolo, Raccontare, che da solo basta. Forse perché richiama alla mente qualcosa di antico, immagini più odori più sapori; forse perché fa il paio con il diritto universale e inalienabile alla conoscenza; o ancora perché evoca il bellissimo titolo di quel libro del duo Bruno Arpaia/Luis Sepulveda, che è Raccontare, resistere.

La narrazione educativa, per sua natura, sottintende una sommatoria potente, una combinazione alchemica tra la capacità evocativa della narrazione e l’etica sovversiva dell’educazione. D’altronde, narrazione ed educazione sono parole che vivono, vibrano, che coinvolgono, che tirano in ballo la necessità della relazione. Volendo, tutto si potrebbe sintetizzare nella frase “Racconto, quindi siamo”. Sì, perché, in fondo (e anche in superficie), come canta Gianmaria Testa, “un nome è perduto per sempre se nessuno lo chiama”. Identicamente, una storia ha ragione di esistere proprio nel fatto che ci siano orecchie ad ascoltarla, occhi a sgranarsi stupiti davanti al colpo di scena, bocche che si storcono di fronte al dolore, sopraccigli che si alzano d’incertezza o altre altre voci che si incrociano nel chiedere “perché”.

Le storie, già. Le grandi protagoniste. Durante la settimana in Certosa, ne sono venute fuori tante. E il senso ultimo è stato quello di fare del racconto, inteso come compartecipazione delle emozioni oltre che delle esperienze vissute, un terreno comune di incontro. Con risultato conseguente di aver conosciuto l’altro attraverso la sua vita prima ancora che le sue idee, persi nelle sfumature di un dialetto, nelle inflessioni di una cadenza regionale. Un vero e proprio viaggio, a volte burrascoso, impegnativo, in cui ci si è scoperti diversi e anche un po’ simili.

E’ così, nella fatica del confronto, del mettersi in discussione, che le parole hanno smesso di essere eteree per farsi (la definizione è di Luigi Ciotti) carne. Corpi di fiato o d’inchiostro, come pellegrine in cammino su strade segnate di bivi (bivi dai nomi intriganti: poesia, fiaba, scrittura creativa, lettura), dove ogni crocicchio è un incontro e ogni incontro è uno scambio.

Per questo, la scuola estiva di narrazione educativa, oltre a restituire un senso alle parole (e che bisogno c’è!), ci ha spronati a vivere. Ci ha costretti a scegliere, a stabilire contatti, a mantenerli. Ci ha scossi, spinti a viaggiare oltre lo spazio visibile. Ha restituito al tempo la sua dimensione. Ogni ora al suo posto, lenta e paziente come solo la natura sa essere. Infine, ci ha invitato a buttare giù i muri convenzionali che molto di frequente erigiamo tra noi e la bellezza, auto ghettizzandoci dalla parte migliore della vita.

(piero ferrante – ufficio stampa Gruppo Abele)



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