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I maestri uccisi dalla polizia a Oaxaca, quando la cronaca apre punti interrogativi

11 Jul I maestri uccisi dalla polizia a Oaxaca, quando la cronaca apre punti interrogativi

Immagine 4Nei giorni scorsi molta stampa internazionale e siti internet hanno riportato la notizia dei maestri uccisi dalla polizia durante una manifestazione a Oaxaca, nel Messico sud-orientale. I vari articoli, più o meno lunghi e particolareggiati, spiegano che le vittime (6 secondo le autorità, 9 secondo i manifestanti) sono il nefasto risultato di un’operazione condotta da reparti della polizia statale e federale, con l’obiettivo di rimuovere il blocco autostradale che gli insegnanti avevano organizzato a Nochixtlan, 70 km circa a nord della capitale Oaxaca, per protestare contro la Riforma Educativa.
Leggendo si trovano informazioni sulla Coordinadora Nacional de los Trabajadores de la Educación (Cnte), il sindacato nazionale degli insegnanti con più di 200.000 iscritti in tutto il Messico di cui 80.000 nello Stato di Oaxaca, e della sua eccezionale capacità di organizzazione e mobilitazione. Si spiega che la Riforma del Sistema Educativo Nazionale, una delle prime ad essere approvata nel 2013 dal governo neoliberale di Enrique Peña Nieto, in realtá é una riforma meramente amministrativa che rivede, peggiorandole, le già problematiche condizioni di lavoro degli insegnanti.
Nei giornali si legge che i collegamenti via terra in entrata e in uscita dallo Stato di Oaxaca sono molto complessi per il perdurare di vari blocchi stradali e autostradali. Si legge che quasi tutte le scuole pubbliche sono chiuse per lo sciopero a tempo indeterminato proclamato dal sindacato degli insegnanti. Si legge infine che oltre ai blocchi stradali i maestri mantengono attivo il sit-in nella piazza principale della capitale dello Stato, chiedendo a gran voce l’apertura di un tavolo di dialogo che il governo pare intenzionato a non concedere, preferendo continuare a rispondere con la forza alle richieste degli insegnanti. Trovandomi a Oaxaca posso confermare: tutto vero.

Però credo che limitarsi al racconto dei fatti, sebbene estremamente rilevanti, in questo caso sia un esercizio abbastanza sterile e forse anche controproducente, se destinato a lettori non messicani. La cronaca infatti quasi per definizione manca di contestualizzazione storica e culturale, ed il lettore che non dispone di tali elementi prova il tipico senso di frustrazione di chi legge un testo pensando di informarsi, ma al terminarlo si rende conto di avere più dubbi e incertezze di prima.
Nel mio caso almeno è così. Chi, avendo letto quello che sta succedendo a Oaxaca, ha domande alle quali non trova risposte? Chi teme di nutrire false certezze? Chi riesce a comprendere il perché di tanta violenza? Chi riesce ad accontentarsi della banale dicotomia buoni contro cattivi, maestri contro polizia o, ancora peggio, del qualunquismo stile i messicani sono fatti così?

Come giá detto, le uccisioni che nei giorni scorsi hanno attirato l’attenzione internazionale sono avvenute per la repressione della polizia nei confronti degli insegnanti di Oaxaca che protestano contro la Riforma Educativa. Non é un caso che una delle chiavi di lettura che si possono prendere in considerazione per capire meglio il contesto messicano sia appunto la tragica situazione del sistema educativo nazionale.Quanto incide la profonda inefficienza e inadeguatezza delle scuole pubbliche e fino a che punto il disastro educativo alimenta la violenza, la corruzione e la bassa coesione sociale che contraddistinguono il Messico attuale ?

Secondo l’ultimo censimento i messicani sono circa 114 milioni. La popolazione attiva inclusa fra i 15 e i 64 anni equivale a 74 milioni di persone. Di queste, oltre il 40% (32 milioni) si trova in una condizione di carenza educativa. Gli analfabeti totali sono 5,5 milioni, principalmente donne appartenenti a popolazioni indigene pre-ispaniche, 10 milioni di persone non hanno terminato le scuole elementari e altri 16,5 milioni non hanno terminato le scuole superiori. Come si vede il quadro è molto più grave rispetto a ciò che ci si potrebbe attendere in un paese che fa parte delle prime 15 potenze economiche mondiali. Ma non è tutto. Sebbene infatti il numero di analfabeti totali calerà con la morte delle persone anziane, nel medio periodo non si prevedono miglioramenti sostanziali.

I dati ufficiali del Ministero della Pubblica Istruzione certificano infatti che meno del 25% dei bambini che iniziano le elementari portano a termine il ciclo di studi superiori (12 anni in tutto) e che ogni anno oltre un milione di alunni fra i 6 e i 17 anni abbandonano gli studi. Se si considera che un anno scolastico è composto di 200 giorni, il sistema educativo messicano perde più di 5.000 studenti al giorno. Il disastro educativo però non si limita soltanto all’abbandono precoce della scuola, poiché in Messico terminare gli studi non equivale affatto ad avere una buona preparazione.
Ancora il Ministero della Pubblica Istruzione informa che il 60% degli alunni che concludono le scuole superiori non sono in grado di leggere e scrivere in maniera sufficiente, ossia si trovano in una condizione di carenza educativa che si definisce come analfabetismo funzionale. Gli analfabeti funzionali hanno difficoltà talmente accentuate nella lettura e scrittura che gli impediscono di operare efficacemente nella società, non possono ad esempio compilare correttamente una domanda d’impiego, comprendere un contratto legalmente vincolante, seguire istruzioni scritte, leggere un articolo di giornale, o comprendere l’orario di un autobus. L’analfabetismo funzionale è ampiamente diffuso in Messico e gli esperti sono concordi nel riconoscerne la causa principale nell’inefficenza e inadeguatezza dello stesso sistema educativo nazionale.
Sarebbe quindi più che auspicabile l’approvazione di una vera riforma educativa, che aggiorni la didattica e promuova in maniera fattiva l’ingresso e la permanenza nelle scuole delle bambine e dei bambini messicani. Inoltre, migliorare la qualità e l’inclusività del sistema educativo potrebbe rappresentare una strategia per ridurre nel medio periodo le dinamiche sociali conflittuali e far crescere un paese più giusto e pacifico.

(emiliano cottini, responsabile dei progetti di cooperazione internazionale in Messico per il gruppo abele)



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