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In Italia la povertà colpisce soprattutto i giovani

19 Oct In Italia la povertà colpisce soprattutto i giovani

povertà-755x491Nel nostro Paese a soffrire la povertà sono soprattutto i più giovani. Lo segnala il rapporto Vasi comunicanti della Caritas, uscito in occasione della Giornata mondiale contro la povertà. Lo studio sottolinea diverse tendenze rispetto a quel “modello italiano” dei decenni passati che assimilava tra le categorie dei più indigenti soprattutto anziani e componenti di famiglie numerose, soprattutto al Sud.
Nonostante il Mezzogiorno sia l’area in cui è concentrata la maggioranza dei poveri italiani – il 45,3%, uno su dieci – il Rapporto sottolinea come anche al Nord il fenomeno è cresciuto negli ultimi anni. Ma i principali punti di rottura rispetto al passato non sono di carattere territoriale, bensì generazionale: la Caritas parla apertamente di povertà “inversamente proporzionale all’età”; in poche parole più gli anni per un individuo aumentano, più scende la probabilità che questo sia povero. L’incidenza più alta, secondo i dati, si registra tra gli under 18 (10,9%), seguiti dalla classe 18-34 (9,9%), mentre su bassi livelli di indigenza si attestano gli individui di mezza età (7,2%) e soprattutto gli over 65 (4,1%). Un trend completamente inverso rispetto al 2007.
Degli oltre 4,5 milioni di poveri totali documentati dall’Istat, il 46,6% ha meno di 34 anni: percentuale che equivale, in valori assoluti, a 2 milioni e 144 mila persone, tra i quali gli under 18 sono 1 milione e 131 mila.
Un recente studio comparato sulla povertà in 25 economie industrializzate, il Rapporto McKinsey, sostiene che nei Paesi occidentali possa sorgere il rischio che “i figli finiscano la loro vita più poveri dei loro padri”, e addita l’Italia come il Paese in cui tale possibilità può concretizzarsi più facilmente. Come sostiene Save the children, la condizione di povertà per i più piccoli nel breve periodo si cronicizza nel lungo, portando a malformazioni fisiche dovute alla cattiva alimentazione; ad analfabetismo dovuto all’abbandono scolastico in giovane età. Oltre a impedire ai giovani adulti di pianificare il loro futuro.
Buone notizie per i laureati, il cui tasso di disoccupazione è passato, tra il 2007 e il 2014, dal 9,5% al 17,7%, aumentando “solo” di 8,2 punti percentuali, a fronte di un aumento del 16% per i neodiplomati, dal 13,1% al 30% .
C’è poi il fenomeno dei neet – not in employment, education training – ragazzi che non studiano né lavorano. Negli ultimi quattro mesi del 2015 si sono rivolti ai Centri di ascolto della Caritas 1.749 neet tra i 18 e i 34 anni – la maggioranza dei quali, il 77,4%, stranieri. I ragazzi italiani che si rivolgono ai centri Caritas hanno un livello di istruzione più basso rispetto a quello dei ragazzi stranieri: l`85,3% dei neet italiani ha un titolo di studio inferiore a quello della maturità, contro il 74,9% degli stranieri.
Quella dei millenials, secondo la Caritas, è dunque una generazione gravemente penalizzata sul piano delle condizioni materiali. Conseguenza dovuta, sottolinea il rapporto, alla grave situazione occupazionale, che colpisce i più giovani. Gli anziani, al contrario, beneficiano di misure di tutela – soprattutto pensionistiche – che li proteggono dalle condizioni di povertà estrema. E la mancanza di lavoro – conclude il Rapporto – può presentare “un elemento di rischio sociale se cumulato con altre forme di disagio”.

(giacomo pellini)



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