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Le sfide ancora aperte della Resistenza: intervista a Marco Revelli

24 Apr Le sfide ancora aperte della Resistenza: intervista a Marco Revelli

marco-revell-200x200Quand ca sarà fini tut, mi e i mii [sic] continueruma cume prima a mangé pan e sudur”. (Quando sarà finito tutto, io e i miei continueremo come prima a mangiare pane e sudore). Il partigiano Leo Scamuzzi riporta nel suo memoriale questa frase, pronunciata da un contadino delle campagne piemontesi che rischiava la vita ogni giorno schierato sulle montagne in prima linea contro il fascismo e il nazismo. Come commenta Scamuzzi quest’uomo “capiva che la libertà politica è una menzogna senza riforme economiche”.
E allora in questo 25 aprile 2017 è proprio da qui che dobbiamo partire. Perché la memoria non è e non deve essere un esercizio retorico. A poco più di 70 anni dalla liberazione del nazifascismo abbiamo il dovere di chiederci se siamo stati all’altezza dei sogni e delle speranze per cui i partigiani hanno combattuto. Oggi abbiamo la libertà politica. Ma che cos’è la libertà politica senza il lavoro e senza la dignità che proprio dal lavoro scaturisce? Che cos’è la libertà politica quando ogni sogno, ogni ambizione e ogni progetto è schiacciato dal peso della precarietà a tempo indeterminato? Ne abbiamo parlato con Marco Revelli, storico, sociologo e autore di pubblicazioni per numerose case editrici, tra cui le Edizioni Gruppo Abele.

Nel libro Resistenze – Quelli di Paraloup si parla della banda partigiana Italia Libera che contava 150 uomini di ogni estrazione sociale. Età media: 20 anni. Quali sono gli anticorpi sviluppati dai giovani d’oggi contro i fascismi?
Temo pochi. Per chi non ha vissuto quei tempi, la dittatura, la guerra, la ferocia del fascismo e dell’occupazione tedesca, o non ha conosciuto i testimoni diretti, i protagonisti della Lotta di Liberazione, è difficile orientarsi nel labirinto della storia, in cui sembra tutto lontano e indifferente. Oggi si sconta l’assenza del Testimone – di coloro che soffrirono e lottarono per sconfiggere il fascismo – e con le loro parole e i loro scritti offrirono un insegnamento: i Primo Levi, Beppe Fenoglio, Nuto Revelli, o tra le mura di casa, nella propria famiglia, un padre, un nonno, un parente il cui racconto vale più di un manuale scolastico. Oggi purtroppo tutto congiura a cancellare quella memoria: lo spettacolo orribile della sofferenza sociale, dell’ingiustizia senza riparazione, dei diritti negati (pensiamo ai migranti e alla morte di massa nei nostri mari, al fenomeno della povertà assoluta, al lavoro senza diritti o stabilità. Ai tenti, appunto, costretti a ritornare a mangiare pane e sudore). Resistere a tutto ciò sembra essere oggi impensabile, ed è appunto questo il peggiore oltraggio che si può fare alla memoria della lotta partigiana, che aveva avuto come primo obiettivo rendere non più ripetibile tutto ciò.

Trump diventa presidente degli Stati Uniti, mentre l’Europa inizia ad erigere muri in un rigurgito di paura e xenofobia. E’ possibile dire che il populismo sia una nuova forma di fascismo?
Il populismo in sé non è una nuova forma di fascismo. E’ una malattia (grave) della democrazia. Dell’incapacità della democrazia di svolgere bene il proprio compito, cioè di rappresentare il popolo, tutto il popolo, e di garantirne la partecipazione. Quando le istituzioni democratiche non riescono più a fare questo, quando cresce la delusione e la disillusione, e con essa la rabbia, emerge ciò che chiamiamo populismo. Che è un sintomo, come la febbre è il sintomo dell’infezione. Quando i diritti di tutti non sono più garantiti, allora nasce la frustrazione, il rancore e la rabbia, e si cerca il capro espiatorio: qualcuno più debole di noi su cui “risarcirsi” di ciò che si è perduto. Naturalmente in questo pessimo brodo di coltura nascono i possibili nuovi fascismi, che possono essere combattuti, però, non con gli esorcismo verbali o l’acritica apologia dello stato di cose esistente, ma con l’affermazione attiva della giustizia e della libertà per tutti.

Qual è il ruolo della Memoria in una società liquida?
E’ un antidoto fondamentale allo sradicamento e allo spaesamento, i mali oscuri del nostro tempo. E si sa che, come diceva una grande pensatrice, Simone Weil, “chi è sradicato sradica”. Avere memoria significa poter resistere alla furia devastante delle crisi, e potersi confrontare con l’altro in forma civile e accogliente perché si sa chi si è. Per questo abbiamo ricostruito Paraloup….

Forse bisogna fare come quel partigiano sui monti di Paraloup che diceva “Quando sarà finito tutto, io e i miei continueremo come prima a mangiare pane e sudore”. Però, intanto, continuava a combattere.

 

(valentina casciaroli)



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